Le fece da scudo. Fu l’ultimo gesto di un padre, un carabiniere che tornava a casa con la figlioletta addormentatasi in braccio. I tre sicari della mafia, che lo videro con la bambina, iniziarono a sparargli addosso e lui, capendo cosa stava avvenendo, la strinse di più per proteggerla e farle da scudo.
L’uomo era Emanuele Basile, capitano dei carabinieri. Giovane promessa dell’Arma, in rapporto con Paolo Borsellino. Indagava sui traffici di stupefacenti della mafia, sul boss Riina e sull’omicidio del commissario Giuliano. Aveva solo trentuno anni quando la mafia, il 4 maggio 1980, decise che stava facendo troppo. E, come sempre, non si fece alcuno scrupolo nell’ucciderlo. Anche se con lui c’era la figlia e anche se rischiarono di ucciderla - e anzi, probabilmente avrebbero preferito.
Il capitano Basile morì quella notte stessa nell'ospedale dove, notiziato dell'agguato, era accorso anche Borsellino. La figlia, Barbara, invece sopravvisse.
La mafia uccide in tanti modi e crea dolore in altrettanti. E a scapito di una leggenda - vivaddio morente - di un fantasmagorico periodo di una mai esistita "mafia d'onore" che certe cose non le avrebbe mai fatte, la verità è quella che sta nei fatti: quelli di un'organizzazione criminale che vedendo un uomo con in braccio una bambina decise di crivellarlo di colpi. Un'organizzazione che ha fatto strage di innocenti, donne, uomini e bambini, solo per avidità.
Nel ricordo di uomini come Emanuele Basile, teniamo a mente tutto questo.
Leonardo Cecchi

Nessun commento:
Posta un commento