Il 3 Dicembre scorso la Corte Costituzionale polacca ha emesso una sentenza che nei fatti mette fuorilegge il Partito Comunista Polacco (KPP). Il Partito, nato nel 2002, è sempre stato fin dalla sua nascita bersaglio preferenziale dei governi liberali e di estrema destra polacchi, utilizzandolo altresì come arma di distrazione di massa in momenti di crisi interna e di consenso. Già nel 2020 il procuratore generale polacco Zbigniew Ziobro aveva presentato la richiesta di messa al bando alla Corte. Procedura che è stata poi ripresa direttamente dal presidente polacco Karol Nawrocki, eletto con sostegno del PiS (Diritto e Giustizia) e di tutta l’estesa galassia neonazista polacca.
Il 6 Novembre di quest’anno Karol Nawrocki ha infatti firmato una mozione di più di 60 pagine dove chiedeva formalmente la messa al bando del Partito. Si legge nel documento che i “metodi e pratiche totalitari del comunismo e al presupposto dell'uso della violenza per prendere il potere e influenzare la politica statale” sono “contrari all'ordinamento giuridico della Repubblica di Polonia”. Il Nawrocki accusa il KPP di “invocare la rivoluzione comunista, il saccheggio della proprietà privata e la trasformazione dell'attuale sistema democratico in una democrazia socialista, che è essenzialmente la dittatura del proletariato". Parole che farebbero sorridere qualsiasi storico o politologo alle prime armi.
Il Tribunale Costituzionale ha eseguito gli ordini del presidente e ha emesso la sentenza, pronunciata dalla giudice Krystyna Pawłowicz. Nelle motivazioni si fa riferimento all’articolo 13 della costituzione polacca del 1997 che “proibisce l'esistenza di partiti politici e altre organizzazioni i cui programmi facciano riferimento ai metodi e alle pratiche totalitarie del nazismo, del fascismo e del comunismo, nonché di quelli i cui programmi o attività presuppongono o permettono l'odio razziale e nazionale, l'uso della violenza per prendere il potere o influenzare la politica statale” Nel leggere la sentenza la Corte ha dato il “meglio” di sè, intonando parole che si possono udire solo in processi politici dove la legge è solo un paravento.
La stessa Pawłowicz leggendo la sentenza ha affermato che “Nell'ordinamento giuridico della Repubblica di Polonia non c'è posto per un partito che glorifica i criminali e i regimi comunisti responsabili della morte di milioni di esseri umani”. Parole che dette da una corte che ha reso illegale l’aborto per gravi e incurabili malformazioni del feto (96% dei casi totali in Polonia) e reso quasi inaccessibile nei pochi casi ancora legali, risulta quantomeno discutibile. Oltre che a ribadire ancora una volta un anticomunismo ideologico che grida slogan e non fornisce mai prove tangibili, se no il celebre “libro nero”, dove l’autore ha lanciato cifre con i dadi cercando volontariamente di gonfiare il più possibile i numeri citati dalla giudice.
Cita anche la guerra Polacco Sovietica del 1920, definendo le posizioni del KPP “particolarmente scioccanti”, parlando di “invasione” sovietica della Polonia. Probabilmente la giudice non ricorda che la neonata Polonia nel 1918 ha annesso illegalmente parte della Bielorussia e dell’Ucraina, con annessa violenza omicida e oppressione etnica dei bielorussi e ucraini. Non ricorda forse che la Polonia sostenne le armate bianche assieme a tutto l’occidente. Probabilmente non ricorda che l’Armata Rossa è intervenuta proprio per porre fine all’occupazione polacca. Altro che “invasione”. Ma si sa, in Polonia le istituzioni hanno una visione tutta personale della storia. Il KPP è “colpevole” quindi di ricordare la storia, quella vera, e non la versione di Varsavia.
L’ultima perla la fornisce Dariusz Dudek, uno dei rappresentanti della presidenza, che in uno scatto di euforia anticomunista isterica ha affermato “Hanno un inno, l'"Internazionale" in cui si afferma "Questa sarà la nostra ultima battaglia" e chiedo che la Corte costituzionale ponga fine a questa battaglia”. Quella frase intende mettere enfasi all’obiettivo ultimo del comunismo, cioè la liberazione di tutti gli oppressi. Probabilmente al signor Dudek l’oppressione piace, oppure non l’ha capita. La messa al bando del KPP è la prima della storia della Polonia dal 1989 ad oggi. Il che pone diversi quesiti, sia sull’orientamento politico ed ideologico dello stato polacco, sia sul rapporto che il paese ha con la storia e la memoria.
Che in Polonia esistano movimenti e partiti di estrema destra, apertamente neofascisti e neonazisti, ultraconservatori, razzisti ed omofobi non è una novità. Il PiS (Partito Diritto e Giustizia) ne è il capostipite ed il presidente Nawrocki è un suo esponente. Oltre al PiS, esistono diverse branche dell’estrema destra polacca, alcune con grande consenso. Tra di esse vediamo la Confederazione della Corona polacca. Un partito monarchico, fondamentalista cattolico, che vorrebbe rendere Gesù Cristo “Re di Polonia”. Un partito che in chiave nazionalista e contro una presunta “ucrainizzazione” della Polonia, sostiene la Russia contro Kiev, affermando che il paese sia guidato da “un complotto giudaico massonico” e ovviamente “comunista”. Il partito alle presidenziali 2025 ha preso il 6% e al secondo turno ha votato Nawrocki.
Troviamo poi la Confederazione Libertà e Indipendenza, una coalizione di partiti neofascisti che alle presidenziali del 2025 ha preso il 14,8%, quasi 3 milioni di voti. Al ballottaggio ha appoggiato Nawrocki. La coalizione vede la partecipazione di organizzazioni come Movimento Nazionale, di pubblica e riconosciuta matrice neonazista. Oltre che a Gioventù Polacca, formazione giovanile neofascista e fondamentalista cattolica, e al Club Conservatore-Monarchico, sempre di matrice monarchica ultranazionalista e fondamentalista religiosa. Tutte le organizzazioni citate fanno sfoggio continuo della loro identità neofascista e siedono costantemente nel parlamento polacco, trovando sostegno sia nell’esercito che nel governo, soprattutto con il PiS. Ma la Costituzione polacca non vieta fascismo e nazismo?
Formalmente sì. Li vieta. L’articolo 13 è strutturato come “neutro” e sostiene l’uguaglianza tra nazismo, fascismo e comunismo e ne proclama l’illegalità. Eppure partiti e organizzazioni neonaziste e neofasciste non solo sono intoccate ma partecipano a pieno titolo alla vita istituzionale polacca. La verità è che di neutro non c’è assolutamente nulla, perché l’articolo è stato applicato unicamente contro il Partito Comunista Polacco e in varie forme contro altre organizzazione socialiste e di sinistra, mai contro l’estrema destra. Esiste un solo caso di una formazione neonazista, Rodacy Kamraci, tolta dal registro dei partiti. Ma il motivo non è stato ideologico: cancellata nel 2024 perché non ha presentato rendicontazioni finanziarie richieste dalla legge elettorale.
Nessun partito neonazista e neofascista è stato mai messo al bando perché semplicemente non vengono “legalmente” riconosciuti come tali. Questa strutturazione istituzionale ha delle radici profonde. L’antifascismo non ha alcuna connotazione costituzionale e il fascismo stesso viene spesso visto come una “devianza patriottica”. Oltretutto, a differenza della sinistra comunista e socialista, l’estrema destra polacca è istituzionalizzata, fa parte del sistema e lo difende. In un paese dove l’anticomunismo è una religione civile un presidente che si impegna in prima persona per mettere al bando un partito di un migliaio di iscritti è utile alla narrazione, come lo sono i partiti neofascisti che lo applaudono e tendono le braccia in piazza. Il diritto in questo caso difende non la democrazia ma l’ordine politico.
La Polonia è poi l’avamposto principale della NATO contro la Russia, di conseguenza qualsiasi supporto a tale visione militarista è utile, mentre quella contraria è vista come “nemica della nazione”. A parte qualche eccezione (soprattutto per razzismo contro il popolo ucraino, più che per filorussismo), l’estrema destra polacca è ferocemente antirussa e sostiene apertamente il riarmo e il rafforzamento dell’esercito polacco contro la stessa Russia. Il fondatore del Movimento Nazionale, Winnicki, ha descritto la Russia come una "minaccia esistenziale per gli interessi polacchi" mentre la vice presidente del partito Brylka ha affermato che il partito è contrario al Nord Stream 2 e al ripristino delle relazioni diplomatiche con la Russia. Lo stato polacco non ha alcun interesse, nè ideologico, nè politico, nè geopolitico, nel perseguire il neofascismo e il neonazismo.
Questo assetto però non riguarda solo l’attualità, ma è radicato nella struttura portante della Polonia post 1989. Il revisionismo storico a Varsavia è un punto strategico di tutta la struttura statale e mira a porre sotto controllo la memoria e la storia per una visione ripulita della Polonia sempre vittima e mai carnefice in ogni aspetto della sua esistenza. Anche l’Olocausto non ne è esente. Nel 2018 è entrata in vigore una modifica alla legge sull’“Istituto della Memoria Nazionale” (IPN). La norma prevedeva sanzioni penali fino a tre anni di carcere per chi attribuisse allo “Stato polacco” o alla “nazione polacca” corresponsabilità nei crimini nazisti, o utilizzasse espressioni come “campi di sterminio polacchi” (anche quando usate non in senso accusatorio ma descrittivo del territorio).
L’ondata di proteste di accademici e storici internazionali, nonché di Yad Vashem, l’istituto ebraico per la Memoria e la Shoah, ha fatto fare una piccola marcia indietro e dal carcere si è passati a multe. La legge rimane intatta per il resto. Sebbene la Polonia sia stata tra le vittime più colpite dal nazismo, con milioni di polacchi massacrati (con un grande aiuto da Bandera e dai suoi sgherri nazisti dell’Esercito Insurrezionale Ucraino) e altrettanti eroici cittadini polacchi che hanno salvato molti ebrei e costruito una seria resistenza antinazista, è altrettanto vero che parte della popolazione ha partecipato all’olocausto. Si badi, nessuno dei campi di sterminio in Polonia era gestito da polacchi. Solo i nazisti ne erano responsabili, è giusto specificarlo. Il problema sta nella volontà del governo polacco di occultare una verità scomodissima di un antisemitismo in Polonia ben radicato ai tempi.
Gli studi più recenti condotti da Jan Grabowski, Barbara Engelking e altri del progetto “Notte senza fine) hanno documentato un fenomeno sistemico durante la “caccia agli ebrei” avvenuta sotto occupazione nazista. La verità storica è che molti polacchi denunciarono ebrei nascosti in cambio di denaro o beni, parteciparono a omicidi diretti, consegnarono intere famiglie alle SS, e saccheggiarono proprietà di ebrei deportati. Grabowski ha stimato che circa 200.000 ebrei siano stati uccisi da polacchi o con assistenza decisiva di civili polacchi. Questo studio ha provocato l’ira del governo polacco che ha considerato la ricerca come una “offesa pubblica alla nazione polacca” e che ha portato anche ad una condanna con risarcimento. L’oggetto di contesa si trova proprio nel libro dei due studiosi "Notte senza fine: il destino degli ebrei nella Polonia occupata"
Nel libro sostengono che Edward Malinowski, il sindaco di Malinowo, abbia derubato una donna ebrea che aveva salvato e consegnò gli ebrei nascosti in un bosco alle SS. Una storia confermata anche dal Yad Vashem stesso e da altre istituzioni che curano lo studio dell’Olocausto. Gli autori sono stati denunciati dalla nipote ottantenne del sindaco, Filomena Leszczynska, che ha potuto contare sul sostegno di organizzazioni vicine al PiS, come la “Lega polacca contro la diffamazione” e dell'”Istituto nazionale della memoria”. Il libro oltretutto tiene conto in modo preciso di tutte le azioni eroiche dei civili polacchi a difesa degli ebrei contro lo sterminio perpetrato dai nazisti, ma allo stesso tempo non condona chi tra i polacchi collaborò invece con i nazisti. Lo stato polacco nei fatti non vuole che questa parte scabrosa, ma vera, della storia sia ricordata e che invece vada pubblicizzata l’immagine di una Polonia solo vittima e mai carnefice.
Ma non è solo l’Olocausto a mettere in imbarazzo il governo polacco, anche la storia prima del primo Settembre 1939 è un punto dolentissimo che a Varsavia fanno spesso finta di non vedere. La Polonia è stata la prima nazione europea nel 1934 a firmare un Patto di non aggressione con la Germania Nazista, con la quale discusse più volte di quanto volesse espandersi verso est contro l’Unione Sovietica. Una prova tangibile la fornisce la Conferenza di Monaco del 1938, dove la Polonia, grazie al coordinamento avuto proprio con i nazisti, dapprima fece recapitare alla Cecoslovacchia un ultimatum, per poi occupare il distretto di Zaolzie/Teschen e partecipare quindi attivamente (e dalla parte di Hitler) allo smembramento della Cecoslovacchia. La Polonia di quegli anni, una repubblica militarista con caratteristiche molto vicine al fascismo, prima della questione Danzica aveva un rapporto molto amichevole con la Germania e questo nell’attuale Polonia è spesso “dimenticato”
La storia recente della Polonia è l’esempio plastico di come l’ultranazionalismo si sostiene e prospera. La revisione della storia è sempre accompagnata dall’individuazione e alla conseguente persecuzione del cosiddetto nemico interno. In questa narrazione in un periodo storico buio come questo dove l’estrema destra vede una sua forte rinascita la messa fuorilegge del minuscolo Partito Comunista Polacco è la naturale conclusione logica. Il nemico interno da combattere e che giustifica leggi repressive, securitarie, censorie nei riguardi della cultura e dello studio della storia è sempre una minoranza, spesso povera, spesso straniera, spesso con idee politiche opposte all’ordine politico costituito. Migranti, comunità LGBTQIA+. musulmani, ebrei sono già discriminati pesantemente e i comunisti non fanno eccezione. Il tutto è accompagnato da una campagna di riarmo molto pesante che investe non solo la Polonia ma gran parte dell’UE.
Sarebbe più che necessario impedire questa china che riporta a tempi nerissimi. Per farlo dovremmo recuperare la memoria storica reale, fatta di complessità e contraddizioni, denunciare il revisionismo che serve solo a legittimare governi nazionalisti. Oltretutto bisognerebbe riconoscere e ricordare che il comunismo polacco non è stato un corpo estraneo, ma il motore della modernizzazione, dell’industrializzazione, dei diritti sociali. La Polonia socialista, con tutti i suoi giganteschi limiti, è stato il Paese dell’elettrificazione e dell’industrializzazione massiccia, della sanità universale, della parità salariale di genere, dell’istruzione pubblica gratuita, della cultura popolare accessibile, delle politiche abitative tra le più avanzate dell’Europa del dopoguerra. Il nazismo al contrario è stato solo morte, guerra e campi di sterminio. Questa è la parte di storia che il nazionalismo vuole cancellare, demonizzare e revisionare.
Il fatto che la Corte Costituzionale polacca non abbia mai messo al bando partiti di estrema destra, pur avendone gli strumenti giuridici, dimostra che il problema non è la mancanza di norme, ma la loro applicazione selettiva. In Polonia l’anticomunismo è fondativo, mentre l’antifascismo non lo è. Il diritto costituzionale viene così usato non per difendere la democrazia, ma per disciplinare il conflitto sociale e colpire le forze che mettono in discussione l’ordine economico e geopolitico esistente. Seppur minuscole e nei fatti ininfluenti nel panorama polacco. Esiste una Polonia che si oppone a questo ultranazionalismo che marcia al passo dell’oca, lo abbiamo visto con le enormi piazze contro l’abolizione del diritto all’aborto. Non è tutto nero. Varsavia è però il simbolo di un’Europa che si sta imbarbarendo e vede nel nazionalismo e nella corsa alle armi una soluzione alla crisi di identità e politica profonda che sta attraversando. Non possiamo permettere che l’abisso vinca.
Nicolo' Monti
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