Lo Stato lo tradì due volte. La prima quando lo trasferì perché scomodo, la seconda quando gli diede una mancetta da 5mila euro come indennizzo per la sua malattia, un tumore del sangue. Una malattia che Roberto Mancini, agente di polizia, aveva sviluppato a causa del suo lavoro nella Terra dei Fuochi.
Chiamato “il poliziotto comunista” o "il poliziotto con il manifesto" (già, questi insopportabili "sinistrati" che disturbano chi fa e chi lavora, la retorica è sempre la stessa), fu infatti tra i primi ad indagare sui traffici nella zona, sul business dei rifiuti. Scoprì connessioni tra politica, imprenditoria e camorra. E quando ciò avvenne, iniziarono a fargli una guerra spietata. Lo ostacolarono in ogni modo, ma lui continuò nelle indagini, per anni. Sempre lì, sul territorio. A prendere informazioni, a lavorare, ad assumersi rischi con i rifiuti tossici e radioattivi. Faceva parte del suo essere un poliziotto e aveva un gran senso del dovere. Per questo negli anni Novanta lo trasferirono.
Lo ascoltarono di nuovo solo anni dopo, quando era ormai impossibile nascondere cosa stava accadendo.
Nel frattempo Mancini aveva però sviluppato un tumore del sangue, il linfoma non Hodgkin, come conseguenza diretta della continua esposizione a rifiuti tossici.
Quando chiese allo Stato di aiutarlo, quello Stato gli diede 5mila euro. Non bastarono neppure a coprire una parte delle spese mediche.
Si spense il 30 aprile del 2014. Aveva solo 53 anni, una moglie e una figlia.
Si spense il giorno prima della Festa dei lavoratori. Lui il lavoro lo pagò con la vita. Umiliato dallo Stato che serviva, in un modo così vergognoso da fare male anche oggi, a distanza di anni.
A lui, anche quest'anno il ricordo di tutti noi.
Leonardo Cecchi

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