venerdì 10 aprile 2026

Le DONNE ROMANE all'ASSALTO dei FORNI. L'ECCIDIO del PONTE di FERRO

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Era il 7 aprile 1944.


È la PRIMAVERA del 1944. ROMA, proclamata “città aperta” ma in realtà prigioniera dei nazifascisti, è allo stremo. La guerra non dà tregua. Incursioni aeree, rastrellamenti, rappresaglie. La pressione sulla città è forte: gli Alleati, fermi ad Anzio, ostacolano l’arrivo dei rifornimenti, mentre le forze tedesche e le gerarchie fasciste incamerano per il loro uso ingenti partite di viveri. La situazione alimentare è resa ancor più pesante dalla moltitudine di profughi che si è riversata a Roma in cerca di cibo. Gli ospedali sono pieni di bambini denutriti, e la borsanera per molti è l’unico mezzo per sfuggire alla fame. Fra la fine di marzo e gli inizi di aprile le autorità tedesche diminuiscono la distribuzione ufficiale di viveri e la già misera razione giornaliera di pane nero. Cento grammi a testa, invece dei precedenti centocinquanta. Le donne romane, esasperate, si ribellano. A volte sono i gruppi femminili della Resistenza a organizzare la protesta. Ma più spesso spontaneamente, lanciando il passaparola, le casalinghe si ritrovano in strada – bambini al seguito – per assaltare i forni, saccheggiare camion, fronteggiare gli occupanti, armate solo delle sporte da riempire di generi alimentari. La rivolta dilaga nelle borgate popolari, ma anche nei quartieri della piccola e media borghesia, obbligando i nazifascisti a scortare i convogli e presidiare i punti di distribuzione.


La mattina del 7 aprile, il dramma. Un gruppo di donne prende di mira il mulino-forno Tesei, sul Tevere, vicino al ponte di ferro, oggi ponte dell’Industria, dove c’è anche un deposito di farina bianca per le truppe di occupazione. In quel momento non c’è sorveglianza militare, e il direttore chiude un occhio. Le donne entrano, si appropriano di pagnotte e di qualche sacco di farina, ma una spiata fa arrivare le divise nere. Nel fuggi fuggi generale qualcuna non ce la fa. Dieci di loro, terrorizzate e singhiozzanti, sono trascinate sul ponte e fucilate. I cadaveri rimangono in terra per tutto il giorno. Delle poverette restano solo i nomi, e i volti virtuali immaginati e immortalati dallo scultore Giuseppe Michele Crocco sulla lapide di bronzo murata all’ingresso del ponte: Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo.

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