La prima cosa che emerse fu la luce.
Non il soggetto.
Non le forme.
Solo una chiazza lattiginosa che si allargava lentamente, come qualcosa che tornava a galla dopo essere rimasto troppo tempo sott’acqua.
Alessandro Valli non respirava.
Le dita immerse nel liquido di sviluppo si muovevano con precisione, ma non con tranquillità. Il gesto era lo stesso di sempre — versare, inclinare, attendere — e proprio per questo il corpo capì prima della mente che qualcosa non stava seguendo il ritmo.
L’odore acre del chimico gli riempì la gola.
Metallo. Umido. Fermato.
La lastra iniziò a restituire il mondo.
Un viale.
I ciliegi.
Petali sospesi nell’aria come neve che aveva perso la stagione.
Un uomo in piedi, leggermente fuori asse.
Lui.
Valli espirò piano.
Il respiro tornò, ma non completamente.
Poi la vide.
Non comparve all’improvviso.
Non fu un errore.
Non un riflesso.
Era già lì.
Dietro.
Immobile.
Valli avvicinò la lastra alla luce della lampada. Gli occhi si strinsero, cercando un difetto, una doppia esposizione, qualsiasi cosa che potesse restituire ordine a ciò che stava guardando.
Il kimono era chiaro.
Le pieghe precise.
La postura perfetta.
Troppo perfetta.
La profondità corretta.
La luce coerente.
I contorni netti.
Non c’era niente di sbagliato.
E proprio per questo… tutto lo era.
Deglutì.
Il pensiero arrivò dopo, come sempre.
Non chi è.
Non da dove viene.
Ma
Perché non me la ricordo?
La stanza si inclinò appena.
Non abbastanza da cadere.
Abbastanza da non essere più stabile.
Valli strinse il bordo del tavolo. Le nocche si fecero bianche sotto la luce sporca della lampada.
Guardò meglio.
Il resto della scena funzionava: i petali creavano variazioni di luce
il terreno assorbiva il peso il corpo proiettava un’ombra morbida, coerente
Tutto.
Tutto tranne lei.
Sotto i suoi piedi
niente.
Nessuna ombra.
Nessuna variazione.
Nessuna resistenza del mondo.
Come se la luce la attraversasse.
Come se la realtà non sapesse dove collocarla.
Il respiro si fece corto.
Irregolare.
E fu allora che accadde.
Non nella lastra.
Non nella stanza.
Dentro.
Un’immagine.
Breve.
Violenta.
Sbagliata.
Una stanza.
Una luce ferma.
Un nome che non arrivava.
Una presenza che… non era più.
Le dita si irrigidirono.
Per un istante
brevissimo
gli sembrò che gli occhi della donna si spostassero.
Non verso il viale.
Non verso l’uomo.
Verso di lui.
Valli non si mosse.
Non gridò.
Non lasciò cadere la lastra.
Restò lì, sospeso tra ciò che vedeva e ciò che non riusciva a ricordare.
Poi inspirò.
Lentamente. Troppo lentamente.
Perché adesso lo sapeva.
Non era stata la fotografia a catturare qualcosa.
Era qualcosa che aveva scelto
di farsi vedere.
Kyoto non è quello che sembra.
E a volte… non è nemmeno quello che ricordi.
Il nuovo racconto è online.
Non parla solo di ciò che si vede.
Ma di ciò che resta fuori fuoco.
E continua a guardarti.
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