giovedì 9 maggio 2013


Aumentano le aggressioni ai senza tetto, i nuovi poveri nel mirino dei bulli


Aumentano le aggressioni ai senza tetto, i nuovi poveri nel mirino dei bulli
di Giovanni Ruotolo
La marginalità che odora di strada, che puzza di solitudine, di birra e di urina. Una condizione che sempre più spesso riguarda persone che fino a poco tempo rima facevano una vita “normale” e che la crisi, la perdita del lavoro, lo sfaldamento dei rapporti familiari, ha scaraventato sul marciapiede. Poi ci sono i migranti, in modo particolare quelli arrivati in Italia sull'onda delle rivolte nel mondo arabo o sono fuggiti dalle guerre che insanguinano il Centro Africa e il Medio Oriente.
Nel 2012 sono state 38 le persone aggredite in strada solo perché in situazione di povertà e di bisogno e sono solo alcuni dei casi seguiti dall'Associazione Avvocato di strada che domani aprirà due nuove sedi, una seconda a Roma e una Parma e che sta cercando contatti anche a Torino e che ha presentato il rapporto sull'attività dell'anno scorso.
 «Nel 2012 abbiamo seguito 2575 casi – spiegano dall'associazione, di cui quasi metà legati all'Emergenza Nord Africa. La maggior parte delle persone di cui ci occupiamo sono alle prese con difficoltà legate al permesso di soggiorno, alla richiesta di protezione internazionale e asilo politico, alla cittadinanza e alle procedure di espulsione».
Non è semplice presentare le domande e dimostrare di essere perseguitati. Lo scontro con la macchina burocratica è impari e spesso di fronte a dinieghi di protezione o decreti di espulsioni le persone si trovano sole.  Ci sono le procedure legate alla riabilitazione dopo la sentenza e alle misure e alle pene alternative alla detenzione o all'accesso al gratuito patrocinio. Poi ci sono le cause civili e penali, che aggiungono carichi di sofferenza a quella di non avere una casa, e quelle amministrative, legate soprattutto al problema della residenza. «Si tratta di un elemento fondamentale – spiega il presidente dell'Associazione Avvocato di Strada, Antonio Mumolo – infatti c'è una legge nazionale sul diritto alla residenza: ogni città deve avere un indirizzo fittizio, possibilmente che non sia “via senza tetto” o “via della casa comunale”. 
A Bologna si chiama via Mariano Tuccella, dal nome dell'uomo che nel 2008 fu pestato per strada e che morì dopo sei mesi di agonia in coma. E ancora oggi, a Bologna, ognuno delle persone senza casa, sa che questa sorte gli poteva toccare. Essere in strada vuol dire essere alla mercé della ferocia altrui. «Senza residenza, semplicemente non si è: non si può lavorare,  avere accesso alle prestazioni previdenziali, non si può votare». È un torrente in piena, Antonio Mumolo, parla, racconta dell'esperienza nata sulla strada, a Bologna, dove ci sono importanti realtà come “gli amici di piazza grande” quando lui che è avvocato, si rese conto che non bastava una coperta e un the caldo portate nelle notti gelide, serviva anche un aiuto legale e lui poteva darlo. Ora gli avvocati che lavorano per l'associazione sono 700.
Da questo osservatorio si vede un'Italia sempre più in difficoltà: «Scordatevi lo stereotipo del clochard, e scordatevi anche la vecchia immagine della persona in strada. Una volta il problema economico era legato anche ad altre situazioni, dai problemi psichiatrici o ad alcune dipendenze, da qualche anno la realtà è ben diversa: sono raddoppiati, fra le persone che seguiamo, gli italiani e c'è davvero di tutto». Il cinquantenne che ha perso il posto di lavoro, il padre separato, il pensionato al minimo e l'imprenditore costretto a chiudere per fallimento. «Se insisto tanto sul problema della residenza – spiega ancora Mumolo – è perché si tratta non solo del primo passo necessario per non restare legati alla strada, ma di un diritto fondamentale dei cittadini che i sindaci devono rispettare in quanto ufficiali di governo. È per questo che non possono negare la residenza a nessuno». 
Un diritto che serve per accedere anche ad altri diritti, primo fra tutti quello alla salute: «In strada – spiega Mumolo – si prendono epatiti, dermatiti, per le condizioni di vita si è più esposti al diabete e ad altre malattie, ma il problema è che senza residenza non si può accedere ai servizi del sistema sanitario nazionale se non a quelli di pronto soccorso». Il primo assistito dall'associazione, non a caso, era una persona che non riusciva ad ottenere la residenza da  due anni e mezzo. Adesso la legge prevede un termine massimo di 48 ore.
E questo riporta alla questione delle aggressioni ai senza tetto: «Purtroppo c'è una mentalità per cui essere poveri è una colpa e qualcuno si sente superiore e in diritto di aggredire, insultare e spintonare». I casi più eclatanti, quelli che arrivano sulle prime pagine dei giornali, però sono la punta di un iceberg di velenosa ferocia e indifferenza alla dignità della vita umana: «Ci sono tantissimi casi che non vengono spesso denunciati», così la vittima è vittima due volte: dell'aggressione subita e della sua condizione, mentre c'è un Paese che non capisce: «Che questa povertà può riguardare chiunque».

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