domenica 1 marzo 2026

Anna Schaffer

 


Anna Schaffer, nata in Germania a Mindelstetten, da giovane voleva diventare missionaria. A 19 anni subì però un tragico incidente di lavoro, ustionandosi le gambe con lisciva bollente, e rimase legata al letto fino alla morte. "Così il letto di dolore diventò per lei cella conventuale e la sofferenza costituì il suo servizio missionario. Durante i successivi venticinque anni di vita, la sua fonte di forza fu la S. Comunione quotidiana, "il sole della mia vita ", come la definiva Anna. Rafforzata dal Pane del Cielo, l'anima espiatrice riceveva nella sua cameretta migliaia di visitatori che cercavano consiglio e aiuto nelle loro varie pene. Contemporaneamente con le sue lettere consolò innumerevoli malati e sofferenti.


Vide le povere anime soffrire spaventosamente per la comprensione di tutto il male fatto e di non aver amato in pienezza il Signore.


Disse che la separazione dall'Infinito Bene per propria colpa è il massimo dei dolori di queste povere anime. Esse soffrono un lacerante fuoco di nostalgia verso l'Eterno Amore.


La Schaffer disse anche che in Purgatorio ci sono anime "dimenticate", perché si pensa che siano già in Cielo, e nessuno fa più, per loro, delle preghiere di suffragio. Purtroppo molti credono che il Purgatorio sia un semplice passaggio quasi indolore, ma la nostalgia di quel Dio intravisto nell'attimo del giudizio non può non far bruciare. 


Dio è santissimo e solo se l'anima è santissima può stare davanti a Lui. E poiché Dio è anche giustissimo, ogni debito deve essere pagato "fino all'ultimo centesimo" (Matteo 18,34).


Dalle 4 alle 6 del venerdì 19 aprile del 1918 Anna Schaffer sogna di trovarsi in chiesa: inginocchiata davanti all'altare maggiore, in adorazione di Gesù Eucaristia pregando a lungo. Improvvisamente s'illuminò tutto e vide il Cuore di Gesù avvolto in uno splendore indicibile, dal quale uscivano dei raggi di fuoco. Continuò a pregare per raccomandare a Gesù molte anime. Ogni volta che pregava per un'anima (sia conosciuta che sconosciuta), usciva dal Sacro Cuore un raggio che raggiungeva proprio quell'anima, che anch'ella in quel momento poteva vedere. Nel sogno pregava dicendo: "Gesù mio, misericordia!".


D'un tratto si trovò circondata da tante anime; sembravano tutte abbandonate e le dicevano: "Anche per me!" ed erano molte, talmente tante che non riusciva a vederle tutte e provò una grande angoscia e continuava a ripetere: "Gesù mio, misericordia!" Ogni volta usciva dal tabernacolo un torrente di luce che sembrava illuminare tutta la terra; poi si svegliò.


Un altro sogno è del 22 luglio 1918. Le sembrò di andare a far visita ad una donna molto ammalata. Questa le disse che dalla sua stanza doveva attraversare altre sei stanze e poi fermarsi a lungo nella settima. Lo fece. Attraversò sei stanze e, quando giunse alla settima, si trovò davanti ad una porta di vetro attraverso la quale vide che al di là c'erano molte persone. "Certamente -pensò- queste sono delle povere anime". Senza esitare, aprì la porta e gridò: "Mio Gesù, misericordia per tutte voi" e tutte la ringraziarono con molta riconoscenza. 


Tra queste una ragazza che cominciò a parlare. Sul suo capo e sulle sue guance c'era una luminosità viva e chiara. Le disse che da viva era appartenuta alla nobiltà e che stava ancora espiando i suoi peccati, particolarmente quelli della lingua e della vanità (era orgogliosa della sua bellezza). Poi le prese la mano destra e la tenne davanti alla sua bocca per farle sentire quale calore doveva sopportare per quei peccati: dai suoi denti ne usciva talmente che, nel sogno, la Schaffer credette si fossero bruciate anche le ossa della mano. 


Ebbe paura e continuò a recitare delle giaculatorie che, a detta della ragazza, apportavano alle anime un gran conforto e sollievo. Poi la ragazza la prese per mano e la condusse alla finestra e disse: "Vedi, qui fuori c'è il mondo, e il mondo cieco non pensa quanto duramente dovrà essere tutto espiato ". 


La ragazza si mise poi a scrivere su di un foglio, nel cui primo rigo si leggeva: "Ho bisogno di una Messa".


PREGHIERA ALLA MADRE DI DIO PER LE ANIME PIU' ABBANDONATE DEL PURGATORIO


O Maria, abbi pietà delle Anime che attendono nella sofferenza la purificazione dalle loro colpe e non hanno alcuno sulla terra che pensi e preghi per loro.


O buona Mamma di Gesù e Mamma nostra, ispira a molti cristiani caritatevoli il pensiero di pregare per loro, e cerca nel tuo Cuore materno i modi per sollevarli.


O Madre del perpetuo soccorso, abbi pietà delle Anime più abbandonate del Purgatorio. Misericordioso Gesù, dona loro il riposo eterno. Amen

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I prossimi saranno Trump e Netanyahu?

 


Scusatemi, davvero scusatemi tutti.


Perché io lo so benissimo che gli USA sono in Iran per potere, non per amore del prossimo.


Perché lo so che degli ultimi non frega un cazzo a nessuno, so che la libertà è un cielo di carta, so che le bombe volano solo perché in Medio Oriente c'è il petrolio.


Vi chiedo scusa mille volte, perché so perfettamente che tutto questo è colonialismo, che c'è dietro un progetto di espansionismo, che il diritto internazionale è stato calpestato. Di nuovo. 


Che le religioni sono scuse, che le minacce sono pretesti.


Vi chiedo scusa, davvero, vi chiedo scusa dal profondo del cuore perché oggi degli innocenti sono morti, perché sono state bombardate scuole.


Perché moriranno altri innocenti per la disgustosa fame dei potenti.


Io vi chiedo scusa, perché tutto questo lo so bene. Tutto questo è chiaro: non esistono "i buoni". È lampante.


Eppure Khamenei è morto.


Per tutte le donne da lui uccise.

Per tutti gli omosessuali condannati.

Per tutte le vite che ha spezzato.

Per tutti gli studenti avvelenati.

Per tutti gli innocenti fatti sparire.

Per tutti gli scienziati torturati.


Io proprio non riesco ad essere triste stasera.


Forse domani.


Ma stasera, sulla terra, c'è un diavolo in meno.

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IL SEGRETO MILLENARIO DEL CALCESTRUZZO ROMANO CHE SFIDA IL TEMPO

 


Sommersi da oltre duemila anni nel Golfo di Napoli, i moli romani non solo sfidano mareggiate ed erosione salina, ma si sono irrobustiti col tempo. Un paradosso secolare, la cui spiegazione emerge oggi grazie ad analisi scientifiche all'avanguardia.


L'opus caementicium romano era una miscela apparentemente umile: calce, acqua e pozzolana, una cenere vulcanica estratta specialmente dai Campi Flegrei. Ricca di silice e allumina, la pozzolana innescava con la calce una reazione chimica straordinaria. Ne nascevano minerali come tobermorite alluminosa e phillipsite, creando una matrice densa e quasi impermeabile. Il vero prodigio, però, è che questa reazione non si ferma all'indurimento: continua nel tempo, rinforzando progressivamente la struttura interna del cemento.


L'acqua di mare è l'elemento chiave. Gli studi dell'Università dello Utah, pubblicati su American Mineralogist nel 2013, hanno svelato il meccanismo: l'acqua marina che si infiltra nei moli sommersi non corrode, bensì scioglie i composti della cenere vulcanica. Questo processo innesca la crescita di nuovi cristalli, con forme a lamelle intrecciate, che riempiono le micro-fratture. Tali cristalli aumentano la resistenza e sigillano spontaneamente le crepe, conferendo al materiale una capacità di autoriparazione assente nel cemento Portland, diffuso dal 1824.


La scoperta più sorprendente è emersa da Pompei nel 2025: un cantiere romano del 79 d.C., sigillato dalle ceneri, è riaffiorato nella Regio IX, rivelando materiali e strumenti intatti.


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Un'équipe internazionale, guidata dal MIT e collaborata dal Parco Archeologico di Pompei e dall'Università del Sannio, ha analizzato questi reperti con microanalisi e studi isotopici. La rivelazione? La tecnica della "miscelazione a caldo".


Contrariamente alla credenza, i Romani usavano calce viva (ossido di calcio non idratato), mescolandola direttamente con la pozzolana. Questa reazione esotermica generava temperature elevatissime. Tali temperature, unite all'acqua marina e alle ceneri vulcaniche ricche di allumina, innescavano la cristallizzazione della tobermorite alluminosa, chiave della straordinaria longevità del loro cemento.


I risultati sono stati pubblicati su Nature Communications.


Il cemento romano, un'ingegneria perduta, è anche un modello di sostenibilità ante litteram. Le analisi del Lawrence Berkeley National Laboratory rivelano che la sua produzione richiedeva meno del 10% di calce e temperature ridotte di un terzo rispetto al moderno cemento Portland, abbattendo significativamente le emissioni di CO₂. In un'epoca in cui l'industria cementizia incide per l'8% sul totale globale, la sua ricetta si rivela preziosa. La cupola del Pantheon, in opus caementicium, intatta dal 125 d.C. senza armature in acciaio, ne è la testimonianza più eloquente.


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TEUTOBURGO: QUANDO IL TRADIMENTO DI ARMINIO DISTRUSSE TRE LEGIONI ROMANE

 



Era il settembre del 9 d.C. quando Publio Quintilio Varo, governatore romano della Germania, iniziò la marcia verso gli acquartieramenti invernali. Con sé, tre intere legioni (la XVII, XVIII e XIX), oltre a 6 coorti di fanteria ausiliaria e 3 ali di cavalleria: circa 20.000 uomini tra legionari e ausiliari.


Varo, colto e favorito di Augusto (che gli aveva dato in moglie la figlia del genero Agrippa), era un esperto burocrate scelto per governare, non per comandare. Convinto che la provincia fosse pacificata, si comportava come un pretore nel foro di Roma, dimentico di essere su terra nemica.


Arminio, figlio venticinquenne del capo dei Cherusci, fu l'artefice della rovina romana. Cresciuto a Roma con cittadinanza e rango di ufficiale ausiliario, acquisì perfetta conoscenza delle tattiche militari. Tornato in Germania, unì segretamente Cherusci, Marsi, Catti e Bructeri, raccogliendo 20-25.000 guerrieri. La sua astuzia gli valse la fiducia incondizionata di Varo, che lo promosse consigliere e ignorò l'avvertimento esplicito di Segeste, futuro suocero di Arminio, sull'imminente imboscata.


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La trappola fu ordita con meticolosa precisione. Arminio scelse Kalkriese, in Bassa Sassonia, dove la grande palude settentrionale si stringeva alla collina calcarea, riducendo il passaggio a 80-120 metri. Deviò il percorso per incanalare l'esercito in un imbuto mortale, celando le sue truppe dietro un terrapieno di 500-600 metri sul fianco della collina. Con la falsa notizia di una rivolta Bructera, spinse Varo su una via ignota, in una fitta foresta circondata da acquitrini.


La colonna romana, lunga oltre tre chilometri e mezzo, avanzava a fatica nel fango, tra dirupi e alberi altissimi, dispersa da pioggia e vento violenti. I Germani attaccarono sfruttando il terreno, colpendo prima con giavellotti e frecce, poi in un assalto ravvicinato. Dopo tre giorni di battaglia, Varo e gli ufficiali superiori, per sfuggire alla cattura, si tolsero la vita. Le legioni XVII, XVIII e XIX furono annientate. I loro numeri non furono più riassegnati, a testimonianza di un lutto che Roma non superò mai del tutto.


Solo cinque giorni dopo il trionfo su Dalmati e Pannoni, la notizia raggiunse Roma. Augusto, settantaduenne, si lasciò crescere barba e capelli, sbattendo la testa e gridando: "Varo, rendimi le mie legioni!". Temendo la marcia germanica sull'Italia, allontanò dalla sua guardia del corpo tutti i soldati di origine germanica. Il confine nord-orientale dell'Impero si attestò definitivamente al Reno per quattro secoli.


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GARUM: LA SALSA DI PESCE CHE I ROMANI METTEVANO OVUNQUE

 



Immaginare il garum è fare un salto nella cucina antica: il mare fermenta al sole, in vasche di pietra, con sale e spezie. Questa salsa di pesce, ottenuta dalla macerazione a caldo di interiora, pesci e sale, generava un liquido ambrato dal sapore intensissimo, un umami capace di esaltare ogni piatto. Una sostanza, per noi oggi poco invitante, era in realtà un condimento prezioso, parte essenziale dell'identità gastronomica romana e onnipresente sulle tavole dell’Impero.


Il garum, salsa di pesce fermentata e salata, affonda le sue radici nel Mediterraneo più antico di Roma, presso Fenici e Greci. Lungo le coste più pescose, Spagna, Portogallo e Marocco divennero centri di produzione. I Romani, ereditando e potenziando questa tradizione, ne fecero un prodotto di massa standardizzato e differenziato per qualità, destinato a viaggiare in anfora attraverso l'intero bacino.


Il garum, nell'antica Roma, superava la semplice gastronomia, ergendosi a pilastro economico. Le cetariae, imponenti complessi costieri, trasformavano l'abbondante pescato e il sale in un commercio fiorente. Anfore etichettate, veri marchi di fabbrica, testimoniavano fortune personali. A Pompei, l'imprenditore Aulus Umbricius Scaurus simboleggiava questa ricchezza: il suo garum di marca, celebrato sui contenitori, divenne un vero e proprio status symbol imperiale.


Dietro l'apparente semplicità della ricetta si nascondeva una notevole sofisticazione. Piccoli pesci, come sardine e acciughe, venivano disposti a strati con sale e talvolta erbe aromatiche. Lasciati fermentare per settimane o mesi, i tessuti si disfacevano in un liquido denso e trasparente, separato dal solido. Un recente studio, condotto su resti in Galizia (III secolo), ha identificato la sardina europea come ingrediente chiave di una variante iberica, confermando una selezione accurata per resa e sapore. La fermentazione, favorita dall'alta salinità, produceva una salsa ricca di sale e composti intensamente sapidi, un antenato della colatura di alici e delle moderne salse di pesce asiatiche.


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Il garum non era un unico prodotto, ma una famiglia di derivati. La qualità migliore, limpida e profumata, era per le mense più ricche. L'allec, il residuo solido, era un condimento più popolare. Esistevano anche salamoie come la muria, sottoprodotti sempre usati in cucina. Questa varietà permetteva alla salsa di raggiungere ogni strato della società romana, dai banchetti ai pasti più umili, garantendo una continuità di gusto.


Nella cucina romana, il garum (o liquamen) era una base aromatica onnipresente. Come rivelano i ricettari attribuiti ad Apicio, insaporiva carni, pesce, verdure e persino frutta. Era protagonista di salse elaborate, arricchite con noci, pinoli, spezie, olio e aceto, a creare complessi equilibri agrodolci e intensi. Sorprendentemente, trovava posto anche nei dolci: un pizzico di questa sapidità salata serviva a esaltare il gusto, in un contrasto che oggi definiremmo "salato-zuccherato".


Il garum superava la tavola: diverse fonti ne attestano l'uso medico. La salsa, calda e secca, era impiegata per curare affezioni intestinali (ulcerazioni, dissenteria) e morsi di animali. Tali prescrizioni, riportate da medici come Galeno, rivelano l'importanza del garum nella cultura romana, trasformandolo da condimento a farmaco, in linea con l'antica visione del cibo come medicina.


Il garum, sulle tavole romane, era molto più di un condimento: era il sapore unificante dell'Impero. Ponte tra mare e terra, tra scienza della salamoia e arte del gusto, il suo odore acre, oggi respingente, era all'epoca profumo di abbondanza. Simbolo di una rete commerciale efficace e di una tecnica che trasformava la decomposizione in piacere. Nel suo luccichio ambrato si rifletteva il desiderio imperiale di portare un identico, riconoscibile sapore di mare ovunque.


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Oggi contano solo i soldi

 Guerra vuol dire che se ti becca un missile sei morto. Finiscono tutti i tuoi progetti della vita tutto tutto quello che hai fatto finora sparisce in un attimo. Si muore. Non so se è chiaro, non parliamo più di qualcosa che sta al di là dello schermo. In un attimo diventano tutte stupidaggini io ho la fortissima impressione che la gente non capisca più che cos'è la morte. Come se la viva come qualcosa da film, qualcosa che sta nei film e riguarda sempre qualcun altro. La vita è fatta di morte, la morte, sparisce tutto in un attimo ma che stiamo facendo?

 Giovanni Mancini

Teologo

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La guerra è decisa dai ricchi

 


Sono le stesse due persone.

Trent’anni separano uno scatto dall’altro.

Eppure sembrano due pianeti diversi.


Lei è Nguyễn Thị Kim Lai, guerrigliera vietnamita.

Lui è William Andrew Robinson, pilota dell’aeronautica statunitense.


La prima foto è del 1965.


Quel giorno Robinson stava pilotando un aereo da combattimento sopra la cittadina di Hương Khê, nella provincia di Hà Tĩnh. Stava bombardando. Il suo velivolo fu abbattuto dai combattenti locali. Tentò la fuga, ma venne catturato.

E ad ammanettarlo fu proprio lei: una ragazza minuta, in sandali, con lo sguardo fermo.


Il fotografo Phan Thoan immortalò quell’istante senza sapere di aver fissato una delle immagini più potenti della guerra del Vietnam.


Lo scatto racconta un contrasto feroce:

un uomo armato, addestrato, sconfitto;

e accanto a lui, una giovane donna che lo ha disarmato con mani piccole ma decise.


In quell’istante erano nemici.

Lui era lì per distruggere.

Lei per difendere.


Anni dopo, però, emerse un dettaglio inatteso. Robinson confessò che durante lo scontro avrebbe potuto spararle. Aveva tempo. Mira. Occasione.

Ma non lo fece.


Disse che, guardandola, gli venne in mente sua sorella.

Abbassò l’arma.

Forse quella scelta silenziosa salvò entrambi.


Trent’anni dopo, nel 1995, Robinson tornò in Vietnam con una troupe televisiva giapponese. Voleva rivederla. La donna che l’aveva catturato.


E quando si incontrarono… sorrisero.


Nessun rancore. Nessuna tensione.

Solo due esseri umani che si riconoscono.


Lui scherzò:

«Sei ancora piccola come allora.»


Lei rise:

«Ho preso sei chili! Ora peso 43!»


«Non male,» rispose lui, «ma sei ancora lontana dai miei 150.»


Nella seconda immagine non ci sono più vincitori né vinti.

Solo sopravvissuti.


La prima foto parla di paura, violenza, destino.

La seconda parla di memoria, riconciliazione, umanità.


Perché a volte la Storia non si chiude con un’esplosione.

A volte si chiude con un sorriso.

Trent’anni dopo.


Piccole Storie.

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The War of Peace

 

Di Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano


Abbiamo atteso un po’, prima di scrivere dell’attacco criminale e illegale di Usa&Israele all’Iran, nella speranza che la commissione Ue o almeno qualche governo europeo o almeno qualche ministro italiano o almeno qualche cultore intermittente del diritto internazionale estraesse qualche parola simile a quelle usate contro l’invasione criminale e illegale della Russia in Ucraina. Tipo che c’è un aggressore e un aggredito, che non si cambiano i governi e non si risolvono le controversie con le guerre, che chi lo fa va arrestato, che serve una pace giusta col ritiro immediato e incondizionato degli aggressori, i quali vanno puniti con 20 pacchetti di sanzioni, il sequestro dei beni dei loro cittadini e la cacciata di tutti i loro artisti, intellettuali e atleti. Attesa vana. Come già per i crimini israeliani a Gaza, in Cisgiordania e in sette Paesi vicini e per l’aggressione Usa al Venezuela, la cosiddetta Europa e i “sovranisti” e “riformisti” italioti stanno con l’aggressore contro l’aggredito. E l’unica critica che riescono a pigolare su Trump e Netanyahu è che aggrediscono troppo poco, perché bombardare l’Iran centrando scuole e uccidendo centinaia di persone rischia di non bastare per rovesciare il regime: serve una bella invasione di terra che duri qualche mese o anno e ne ammazzi decine o centinaia di migliaia per liberarli meglio, tipo quelle che – com’è noto – esportarono la democrazia in Afghanistan e in Iraq.


Nessuno può sapere perché Trump abbia deciso di rinnegare definitivamente l’isolazionismo Maga che l’aveva fatto rieleggere per impelagarsi in una guerra dagli esiti incerti in pieno negoziato (promosso da lui) con un Paese di 90 milioni di abitanti orgogliosi di una tradizione imperiale trimillenaria, per accuse palesemente false (persino la Cia esclude che Teheran sia una minaccia) e al seguito di un terrorista disperato come Netanyahu, compromettendo le residue speranze di evitare la sconfitta per motivi tutti interni alle elezioni di Midterm. Anche perché ora sarà ancora più arduo smentire i sospetti sui file di Epstein e i ricatti dei suoi complici israeliani. L’unica certezza è che Trump – come ha appena dimostrato lasciando in piedi il regime madurista in cambio di petrolio e imbottendo di tiranni il Board of Peace di Gaza – se ne frega di portare la democrazia agli iraniani (che non l’hanno mai vista neppure in cartolina, nemmeno nei Paesi vicini). E, quanto al terrorismo internazionale, sa bene che bombardamenti e invasioni l’hanno sempre moltiplicato. Ove mai servisse, è la conferma che le peggiori minacce alla pace mondiale restano gli Usa e Israele.

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