domenica 22 marzo 2026

Pirlon sei il solito cojon!

 


Pochi oggi ricordano che Chuck Norris è sempre stato convintamente pro life. Soleva ripetere che dovremmo tutti imparare a rispettare la vita dal concepimento alla morte naturale.

A Dio guerriero! 

Ora conosci la verità tutta intera.

Il Signore ti accolga.

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Bruce Lee e Chuck Norris sul set di L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (1972).

 


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Elisa Esposito

 


“Ma non ti vergogni ad uscire così di casa”? assolutamente no! c’è chi può e chi no, e chi giudica è proprio perché non può! io amo il mio corpo, amo espormi e chi mi insulta dovrebbe prendere esempio proprio da me🫶🏻.


Così Elisa Esposito star di Onlyfans 🌻

#elisaesposito #onlyfans #fblifestyles #provocazione

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sabato 21 marzo 2026

I fascisti sempre dalla parte dei prepotenti

 


“Non so cos’è successo, ma giuro sull’onorabilità dei carabinieri”. Vi ricordate queste parole? Io non me le dimenticherò mai. 


Le pronunciava l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, intervistato sull’omicidio di un giovane geometra romano. Si chiamava Stefano Cucchi. Assomigliano tanto a quelle che, più di recente, ha utilizzato Matteo Salvini nel caso Mansouri. E no signori miei, non si è mai trattato non di uno scivolone maldestro. 


Ma di un avviso ai naviganti. 


La politica stava dicendo alla magistratura: i carabinieri, gli agenti, ne restano fuori. “Senza se e senza ma”. 


È anche a causa delle dichiarazioni di La Russa, dello stesso Salvini, ma potremmo citare anche Giovanardi e tanti altri, che per sapere la verità sull’omicidio di mio fratello ci abbiamo messo 13 anni - senza considerare i processi aperti sulla rete di coperture e depistaggi seguiti all’omicidio. Anni e anni di processi durissimi, in cui i miei genitori si sono ammalati. Di cui i miei genitori si sono ammalati. 


Oggi rimango io a poter raccontare come sono andate le cose. E so, sono sicura, che la parte giusta dalla quale schierarsi è quella del NO al referendum


Perché le indagini e i processi li devono fare i magistrati. 


E non La Russa o Salvini

Ilaria Cucchi

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Lenti novax...

 


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Che governo scorretto!

 


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Saviano vince in tribunale

 


Ci sono voluti 18 anni e una quantità di sofferenza umana, personale e professionale inimmaginabile, ma pochi minuti fa, la Corte di Cassazione ha condannato definitivamente a un anno e mezzo di carcere il capoclan Francesco Bidognetti e a un anno e 2 mesi il suo avvocato Michele Santonastaso per le minacce di morte rivolte nel 2008 in aula a Roberto Saviano e a Rosaria Capacchione durante il processo Spartacus.


È una sentenza storica perché stabilisce per la prima volta che la camorra ha usato un processo per minacciare.


“È il trionfo della parola. Hanno avuto paura del racconto e hanno minacciato” sono state, poco fa, le prime parole di Roberto.


Ha vinto Roberto, è vero, ma come fai a festeggiare una vittoria in tribunale dopo 18 anni sotto scorta per quelle parole, senza una vita, senza una forma di libertà. 


Quello che ti ho scritto in privato, vale anche qui: ti abbraccio forte, Roberto.

Lorenzo Tosa 

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Melona usuraia!

 

Proviamo a fare il punto.


Israele e Stati Uniti decidono di attaccare in modo illegittimo e unilaterale l’Iran.


I prezzi del gasolio, e quindi di tutto il resto, aumentano a causa di questa guerra.


Allora il governo Meloni cosa fa? Annuncia un taglio di 25 centesimi al litro sulle accise di benzina e gasolio. Una boccata d’ossigeno, direbbe qualcuno: fai il pieno e paghi un po’ meno. Fine.


Poi però vai a vedere come viene finanziata la misura. E lì capisci che non è un regalo: è un trucco. 


Nel decreto pubblicato in Gazzetta c’è scritto nero su bianco che per coprire questo “sconto” viene tagliato MEZZO MILIARDO dalla spesa pubblica. Un esempio? Oltre 86 milioni tolti al Ministero della Salute. Ottantasei milioni. Per una misura che dura venti GIORNI. Guarda caso proprio nella settimana del voto al referendum.


Non solo, si taglia a istruzione, lavoro, trasporti.


Ministeri come quello della sanità non sono salvadanai da rompere quando serve una mano per la campagna elettorale. Ogni euro tolto è una visita che slitta, un esame che si allunga, un macchinario che non c’è, un infermiere che manca, una cura che diventa più difficile soprattutto per chi non può permettersi di rivolgersi al privato.



Mentre il Governo taglia sulla salute per fare lo sconto elettorale al distributore, le compagnie petrolifere in queste settimane di tensione internazionale continuano a macinare profitti straordinari. Non è che non perdono nulla, ci guadagnano proprio, e anche molto bene.


Non metto in dubbio che il costo dei carburanti sia un problema. Lo è, eccome. Ma se vuoi intervenire seriamente lo fai senza colpire la sanità pubblica, lo fai pretendendo da chi in queste crisi ci guadagna, non colpendo chi aspetta una visita da mesi.


Altrimenti non è politica, sono mance elettorali. Che stiamo già ripagando con gli interessi.

Lorenzo Tosa 

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Povera Melona...

 


Questo ragazzo ha 18 anni ed è stato semplicemente geniale.


Si è avvicinato a Giorgia Meloni con la scusa di un selfie. 


E proprio nel momento in cui la foto veniva scattata, ha detto col sorriso beffardo sul volto:


“Io però voto NO al Referendum

È il mio primo voto e voto NO”.


La reazione di Meloni parla da sola.


18 anni.


Chiunque tu sia, Grazie! 


👏👏👏

Lorenzo Tosa 

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Eccidio di Monchio

 


Questo rimase di Monchio, frazione di Montefiorino, dopo i nazisti. 


A indicare le case, a fare da guida ai tedeschi, come sempre furono i fascisti vicini di casa di chi sarebbe stato trucidato. Furono, in particolare, Francesco Bocchi, il podestà di Montefiorino, e Arturo Mori, il capo dei fascisti locali a chiedere ai tedeschi di intervenire contro i loro stessi compaesani. 


Fecero spianare Monchio, Susano e Costrignano a colpi di cannone, quel 18 marzo 1944. Poi arrivarono i soldati. Gli abitanti si erano nascosti chi nei boschi, chi nelle cantine, per ripararsi dalla pioggia di cannonate: i nazisti li stanarono e li massacrarono tutti. Arrivarono a eradicare intere famiglie, come quella Gualmini, composta da otto persone, tra cui tre bambini di sette, cinque e quattro anni, che fu interamente sterminata. 


Massacrarono, infine, centotrentasei persone. Tredici tra bambini e ragazzi, sette donne, venti anziani. Non risparmiarono nemmeno una donna all’ultimo mese di gravidanza e un anziano paralizzato. Tutto perché nella zona stavano nascendo brigate partigiane e i nazifascisti vollero dare l’esempio. 


Per ironia della sorte, l’anno successivo, il 16 marzo del 45, a due giorni dal quel 18 marzo che vide il massacro di innocenti e la distruzione delle loro case, qualcuno, a Modena, riconobbe in strada proprio quel podestà che aveva fatto massacrare i suoi stessi concittadini. Arturo Mori, il capo dei fascisti locali che aveva letteralmente indicato le case dei suoi compaesani ai nazisti, fu invece trovato il 25 aprile in Lombardia, mentre cercava di fuggire in Svizzera. Doveva esserci qualche modenese nella brigata che lo intercettò, perché non passò mai la frontiera. 


In questa data, ricordiamo una delle peggiori stragi nazifasciste mai avvenute. 


L’omicidio deliberato verso inermi e innocenti, perpetrato da vigliacchi stranieri con la complicità di altri vigliacchi nostrani.

Leonardo Cecchi 

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Alfredo Zardini

 


Forte dei suoi 135kg, lo massacrò di botte. Poi lo prese e lo trascinò fuori dal bar, gettandolo in mezzo alla strada gremita di gente. Lì gli frantumò viso e addome a calci, nella totale e assoluta indifferenza delle persone che passavano.


Alfredo Zardini, la vittima, era un emigrante italiano ed era una brava persona, nota a molti per la sua indole pacifica. Era anche un padre di famiglia contento di aver finalmente trovato un lavoro come carpentiere in Svizzera. Era povero, come tanti all’epoca, e a Zurigo sperava di poter mettere da parte un po’ di soldi per moglie e figli.


Quella mattina aveva il colloquio di lavoro, ma si concesse un caffè prima di andarci. Nel bar si imbatté però in uno dei tanti razzisti dell’epoca. Uno di quelli che odiavano gli italiani che "rubavano il lavoro", che odiavano visceralmente chiunque non fosse come loro. Era uno svizzero-tedesco di oltre un metro e novanta che si accorse subito che Alfredo era italiano. Uno sguardo, una parola, e poi partì il massacro, conclusosi con il pestaggio in strada su un uomo inerme.  


Ci vollero decine di minuti prima che qualcuno chiamasse un’ambulanza per un emigrante italiano. Gli passavano accanto e tiravano dritto. 


Quando dopo un bel po’ qualcuno si degnò di chiamare aiuto, era troppo tardi e Alfredì Zardini morì durante il tragitto. 


L’assassino, chiamato Gery, a carico del quale risultavano 150 verbali di polizia per reati violenti, se la cavò con una condanna per eccesso di legittima difesa. La Svizzera, invece, non pagò nemmeno i funerali per Zardini. Zurigo chiuse solo la vicenda rimborsando le spese per il tragitto della salma in Italia, precedentemente coperte dagli altri italiani emigrati.  


Era il 20 marzo 1971. La vicenda, dolorosa, fa riflettere sul tempo in cui eravamo noi a subire razzismo e odio della peggior specie. Quando eravamo noi a venire accusati di rubare il lavoro (fino a ieri alcuni, in Svizzera, ci chiamavano “ratti”). Ci insegna molto, e dolorosamente, sul concetto di prospettiva. 


Nel ricordare Alfredo Zardini, un abbraccio ai suoi figli.

Leonardo Cecchi 

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Che bella presidentessa!



DOMANI,  DOMENICA  E LUNEDÌ SONO  PRESIDENTE DI SEGGIO AL REFERENDUM DEL 22 2 23 MARZO 2026' AD ANAGNI A SAN BARTOLOMEO 


È UN REFERENDUM CONFERMATIVO  O COSTITUZIONALE, ' DOVE NON OCCORRE IL QUORUM' ED  INTRODURREBBE LA SEPARAZIONE DELLE CARRRERE DEI GIUDICI E PM ( PUBBLICI MINISTERI)' IL SORTEGGIO DEI MEMBRI DEL CSM, L' ISTITUZIONE DELL' ALTA CORTE DISCIPLINARE , COMPOSTA DA 15 GIUDICI TRA PROFESSORI, AVVOCATI E MAGISTRATI SORTEGGIATI E 2 CSM DISTINTI : 1 PER I GIUDICI ED 1 PER I RICHIEDENTI


SI È GIUNTI A CODESTO REFERENDUM IN QUANTO ANCHE AL SENATO DELLA REPUBBLICA',  DOPO LA CAMERA DEI DEPUTATI,  IL 30 OTTOBRE 2025, È STATO APPROVATO IL DISEGNO DI LEGGE SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA L. COST. 253/2025 , MA NON È STATA RAGGIUNTA LA MAGGIORANZA DEI 2/3, INFATTI I VOTI FAVOREVOLI AL SENATO I ERANO 112.

SAREBBERO MODIFICATI  GLI ARTT. 87' 102' 105 E 107  DELLA  COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA.

#REFERENDUM   #GIUSTIZIA2026  #SANBARTOLOMEO

Laura Giovannelli Protani 

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BEATIFICAZIONE LAMPO

 


È morto Umberto Bossi e subito si è aperto il solito festival dell’incenso: beatificazione lampo, santino omaggio, e perfino definizioni istituzionali che sembrano uscite da un universo parallelo. Nel frattempo, la realtà resta lì, ostinata come una macchia di sugo sulla camicia: la sua storia politica è piena di razzismo e condanne, e non serve lucidarla per farla sembrare altro.


Altro che statista: Bossi ha portato nel dibattito pubblico l’odio confezionato come folklore. Prima contro i meridionali, trasformati in bersaglio nazionale; poi contro gli stranieri, con una legge sull’immigrazione che per anni è stata indicata da organismi europei come un concentrato di discriminazioni. Non proprio un curriculum da manuale Cencelli della democrazia.


In Parlamento ha introdotto la canottiera come dress code, il dito medio come punteggiatura e il cappio come accessorio d’arredo. Ha trasformato l’insulto in argomento politico e lo ha venduto come “autenticità”. Risultato: un’eredità tossica che ancora oggi aleggia nei comizi come un deodorante scaduto.


Non era ribellione popolare: era una strategia chirurgica per abbassare l’asticella del dicibile, normalizzare l’odio e costruire identità politiche basate sull’esclusione. E infatti oggi basta accendere un microfono per vedere gli effetti collaterali.


Poi ci sono le condanne, che non sono opinioni ma atti giudiziari: finanziamento illecito, appropriazione indebita, truffa aggravata allo Stato, con tanto di 49 milioni di euro da restituire. La prescrizione ha salvato la persona, non la reputazione. E l’elenco non finisce lì.


Dipingerlo come un “padre nobile” è un esercizio di fantasia che nemmeno la narrativa fantasy oserebbe. Per chi ha subito per anni le conseguenze culturali e politiche di certe campagne, suona come una barzelletta raccontata male.


La morte non riscrive la storia. E la storia racconta un uomo che ha costruito la propria fortuna politica su odio, menzogna e truffa. Il minimo sindacale è ricordarlo senza trucco e senza filtri.


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venerdì 20 marzo 2026

 IL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA IN AFFARI CON LA FIGLIA DI UN PRESTANOME DELLA CAMORRA

E ci chiedono di fidarci della loro riforma.


Ricostruiamo i fatti.


La società

Il 16 dicembre 2024, a Biella, viene fondata “Le 5 Forchette Srl”. Soci: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (25%), la vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino (5%), altri dirigenti locali di Fratelli d’Italia — e Miriam Caroccia (50%), diciottenne, amministratrice unica.


Chi è Miriam Caroccia

È la figlia di Mauro Caroccia, oggi in carcere con condanna definitiva a 4 anni: intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa. Prestanome del clan di Michele Senese, boss della Camorra. Secondo le sentenze, i Caroccia usavano proprio le attività di ristorazione per ripulire i soldi del clan.


Il ristorante

La società gestisce “Bisteccheria d’Italia”, in via Tuscolana a Roma. Lo stesso Mauro Caroccia ne ha annunciato l’apertura sui social nell’aprile 2025, con tanto di video su TikTok. Delmastro, secondo il Fatto Quotidiano, ci avrebbe anche cenato — alla presenza dello stesso Caroccia.


La fuga dalle quote

Quando i processi si mettono male, parte la ritirata:

➡️ Novembre 2025: Delmastro cede il 25% a una società che è sua al 100%. Vende a sé stesso.

➡️ 19 febbraio 2026: la Cassazione rende definitiva la condanna. Caroccia va in carcere.

➡️ 27 febbraio: otto giorni dopo, Delmastro cede per davvero.

➡️ 5 marzo: tutti gli altri soci FdI vendono in blocco a Miriam Caroccia. Fuga sincronizzata.


“Non sapevo”

Delmastro dice di non aver saputo chi fosse la famiglia Caroccia. Bastava una ricerca su Google: il nome compare nelle cronache giudiziarie da anni. E lui è il sottosegretario alla Giustizia, con delega alle carceri.


La dichiarazione fantasma

La legge obbliga ogni parlamentare a comunicare le proprie partecipazioni societarie. Delmastro non lo ha fatto. La sua società non risulta neppure nella relazione dell’Antitrust sul conflitto di interessi.


Non è la prima volta

Delmastro è già stato condannato in primo grado a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito. È ancora al suo posto.


Questo è l’uomo che il governo Meloni tiene alla Giustizia.

Questo è il governo che ci chiede di votare SÌ a una riforma che — dicono — renderà la giustizia più trasparente.


La società

“Le 5 Forchette Srl”, costituita il 16 dicembre 2024 a Biella, nello studio del notaio Carlo Scola. Capitale sociale 10.000 euro. Sede legale in via Micca 8 a Biella — indirizzo che coincide con lo studio del commercialista Amedeo Paraggio, assessore al bilancio del Comune di Biella per Fratelli d’Italia. Unità locale a Roma, via Tuscolana 452, dove opera la “Bisteccheria d’Italia”.


I soci fondatori

 ∙ Andrea Delmastro (25%) — sottosegretario alla Giustizia, FdI

 ∙ Elena Chiorino (5%) — vicepresidente della Regione Piemonte, dirigente nazionale FdI

 ∙ Cristiano Franceschini (5%) — segretario provinciale FdI Biella, assessore comunale

 ∙ Davide Eugenio Zappalà (5%) — consigliere regionale FdI Piemonte

 ∙ Donatella Pelle (10%) — moglie dell’avvocato Domenico Monteleone, descritto come “vicino a Delmastro”

 ∙ Miriam Caroccia (50%, amministratrice unica) — figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia con aggravante mafiosa, prestanome del clan di Michele Senese


Cinque soci su sei sono organici o direttamente legati a FdI. Il sesto è la figlia di un condannato per mafia. Il commercialista del partito ospita la sede.

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giovedì 19 marzo 2026

TRUMP HA APPENA PUBBLICAMENTE SCARICATO ISRAELE. HA SCELTO IL QATAR. QUESTA È UNA GRAVE CRISI MONDIALE.

 


FASE 1 — COLLASSO ENERGETICO South Pars è FUORI SERVIZIO. Il più grande giacimento di gas del mondo — SPARITO. L'Europa riceve il 20% del suo GNL dal Qatar. Quella fornitura ora sta BRUCIANDO.   

FASE 2 — CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ L'Iran ha già colpito 9 paesi in UNA SOLA NOTTE. 150 navi sono paralizzate nel Golfo. Il 30% del carburante per aerei europeo transita in quello stretto. È CHIUSO.  

FASE 3 — PASSAGGIO OLIO $100 Il petrolio Brent ha superato i 100 dollari al barile. Ogni dollaro in più equivale a miliardi di dollari sottratti all'economia globale. I prezzi della benzina esplodono in tutto il mondo.

 FASE 4 — TRUMP ABBANDONA ISRAELE Il Qatar possiede Trump. Un jet da 400 milioni di dollari. $ 2B nel fondo di Kushner dall'Arabia Saudita. Israele ha appena attaccato le persone che POSSIEDONO la sua famiglia. Non può sostenere entrambi. Ha scelto i SOLDI.  

 FASE 5 — ISRAELE È DA SOLO Nessuna copertura statunitense. Nessuno scudo diplomatico. 90 milioni di iraniani che credono nel martirio, e il loro più grande giacimento di gas è in fiamme. La risposta dell'Iran non sarà proporzionata. Sarà ESISTENTE.

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Kennedy Jr e Trump sono due poveri coglioni

 


Robert Kennedy Jr. - l'uomo convinto che i vaccini causino l'autismo e che un verme gli abbia mangiato parte del cervello (sue parole, non mie) - da Segretario di Stato alla Salute aveva deciso che i vaccini anti-Covid non andavano più raccomandati a bambini e donne in gravidanza.


Un giudice del Massachusetts, con la sconvolgente audacia di consultare "i metodi scientifici normalmente usati", ha bloccato tutto. Scandalo.


Trump, naturalmente, è furioso. Ha capito che il vero nemico dell'America non è la Cina, non è l'Iran, non è l'inflazione - sono i giudici che studiano, leggono le carte e applicano le leggi.


Nel frattempo, alla conferenza stampa, il Presidente ha paragonato le colonne dorate del Kennedy Center ai media: "Sembravano false". Riflessione profonda da un uomo che ha trasformato la Casa Bianca in un reality show.


Ricapitolando: negli USA il Ministro della Salute è No-Vax, i vaccini sono sospetti, i giudici sono nemici e le colonne dorate sono troppo pacchiane.


Mi sa che "il verme nel cervello" non ha fatto danni solo a Kennedy...

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Don Giuseppe Diana

 


Gli spararono cinque volte, mentre era sull’altare della sua chiesa. Due colpi alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo.


Moriva in questo giorno, nella sua chiesa, Don Giuseppe Diana, che per tutta una vita si era impegnato nella lotta alla camorra e l’aiuto agli ultimi, a chi aveva bisogno. Non aveva mai smesso di denunciare, lottare, battersi per una società diversa, e l’aveva fatto nel periodo più duro, tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Era diventato un punto di riferimento per tanti, a Casal di Principe.


Così la camorra decise di toglierlo di mezzo, arrivando a sparargli dentro la sua chiesa, mentre teneva messa. E non si fermò qui. Perché la cosa più vigliacca fu che nelle settimane successive all’assassinio la camorra provò anche a infangarne la memoria, facendo girare la voce che fosse un pedofilo, un trafficante d’armi. Che fosse lui stesso un camorrista, e che fosse morto in uno scontro tra clan.


Don Peppe Diana era “soltanto” un uomo, un prete che non accettava che la sua terra venisse divorata dalla mafia; era “soltanto” un uomo che aveva deciso di non voltarsi dall’altra parte. E per questo venne punito.


Al suo ricordo, nel nome di chi non ha mai smesso di lottare, anche quest'anno il più commosso saluto.

Leonardo Cecchi 

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Legion Of Doom

 


"Il periodo in cui Joe e Mike arrivarono nel business era un momento difficile. C'erano un sacco di lottatori di alto livello. Lo standard era settato su ragazzi grossi, molto potenti come Don Muraco, Paul Orndorff e Wahoo McDaniel.


Voglio dire, questi ragazzi potevano distruggerti molto velocemente, e Joe e Mike arrivarono in questo mondo senza avere un mappa per orientarsi o un piano da seguire... ma loro sentivano di appartenere a questo ambiente.


Ed avevano il rispetto - sai, del tipo "Si, Signore!" o "No, Signore!" - che li fece subito amare da noi ragazzi, ed entrarono immediatamente nella cerchia ristretta di noi del backstage.


Appena ti sedevi accanto a loro, capivi che c'era qualcosa di speciale in quei due.


E sapete un'altra cosa? Erano credibili.


Qualsiasi cosa una persona possa pensare del pro wrestling, quando loro arrivavano nell'arena, tutti pensavano vedendoli "Wow! Questa cosa è assurda!". Joe e Mike portavano questo elemento nello show. 


I Road Warriors erano semplici, erano fortissimi e quando se ne andavano la gente che li aveva visti sul ring non avevano dubbi che quello che avevano appena visto fosse reale.


In un momento in cui il pro wrestling era al centro dell'opinione pubblica e dove tutti i posti di livello erano già stati occupati, loro portarono una ventata di aria fresca. Joe e Mike non erano inquinati da politiche di backstage, avevano un'alta etica di questo business quando il caso lo richiedeva ed il loro stile convincente rendeva orgogliosi i fan del pro wrestling. 


Nessuno ha mai fatto un lavoro migliore del loro."


"Rowdy" Roddy Piper, nella prefazione del libro scritto da Road Warrior Animal, sul ruolo fondamentale dei Legion of Doom nella credibilità del wrestling agli occhi del pubblico comune.


#RoadWarriors #LegionOfDoom #wrestling #maestrozamo

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Ricky Steamboat & Hulk Hogan

 


In questa foto, scattata nel 1986, sono ritratti due dei più grandi "buoni" dell'epoca d'oro della World Wrestling Federation, Hulk Hogan e Ricky "The Dragon" Steamboat.


I due si rispettavano moltissimo, ma non hanno mai avuto occasione di incrociare le strade su un ring uno di fronte all'altro.


I motivi erano molteplici, il primo dei quali era sicuramente la differenza di stile di wrestling dei due contendenti: Hogan era una macchina da soldi del business, tutto spettacolo e magnetismo, Steamboat era amato dal pubblico per la sua faccia pulita e per le tecniche aeree che dimostrava durante i suoi match.


Sembra che Steamboat provò anche a chiedere in quel periodo a Pat Patterson un cambio di personaggio, diventando un cattivo, ma la risposta del primo campione intercontinentale della WWE lo spiazzò:


"Potrei farti entrare con una motosega, tagliare il braccio di Hulk e la gente direbbe: hey, Hogan se lo sarà meritato per qualche motivo!" 


Ricky andrà avanti quindi per la sua strada, senza riuscire mai ad essere il main event in quella fine degli anni 80, almeno finché ha fatto parte della WWF.


Ma uno scontro, seppur non sul ring, ci fu eccome, a WrestleMania III: sapeva bene che Hogan ed André the Giant erano coloro che avevano venduto i biglietti. Certo, loro l'avevano venduto... ma Savage e Steamboat rubarono la scena con il loro fantastico match, e per una volta il vero "incontro da vedere" della serata fu il suo.


#HulkHogan #RickySteamboat #WWEWrestleMania #wrestling #maestrozamo

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Sting & Ultimate Warrior

 


Nel 1984, durante le competizioni di Mr.America, Jim Hellwig fu approcciato da una persona che lo invitò ad unirsi ad un gruppo formato da lui ed altri 3 bodybuilder, per dare vita ad un gruppo di lottatori professionisti.


Hellwig era più interessato alla chiropratica, ma decise comunque di dare una chance a quella esperienza.


Tra quelle persone del gruppo, una in particolare spiccava oltre a lui: Steve Borden.


L'esperienza all'inizio risultò fallimentare: i 4 ragazzi in breve tempo persero gran parte dei loro soldi, e cercarono di sbarcare il lunario come meglio potevano. Inoltre, come se non bastasse, realizzarono che quel tizio aveva ottime intenzioni, ma scarsa affidabilità ed esperienza.


Nonostante ciò, Steve e Jim iniziarono a legare, anche se i loro caratteri erano completamente all'opposto, e decisero comunque di perseguire quel sogno insieme, condividendo pasti, un appartamento ed i lavori e doveri di casa.


Jim vendette la sua macchina per fare un pò di soldi, mentre Steve cercava il modo di partecipare in qualche show mandando loro foto a destra ed a manca. La mattina mangiavano tonno in scatola e la sera... pure.


Non riuscendo nemmeno a permettersi la palestra per degli allenamenti seri, optarono per acquistare dei semplici tatami ed allenarsi alzandosi reciprocamente da terra come una sorta di "bilancieri umani", provando e riprovando le poche mosse che erano riusciti a carpire da quella prima, deludente esperienza.


Finalmente, la chiamata arrivò: era quella di Jerry Jarrett, storico wrestler e promoter, interessato a quel gruppo di quattro super fisici in un'epoca in cui personalità come Hulk Hogan ed i Road Warriors spopolavano nelle arene.


Un enorme sorriso si stampò sulla faccia di Jim e Steve: in poche settimane sentivano sarebbero stati dei milionari!


Ma le settimane passavano, e la loro presenza gli fruttava dai 25 ai 50 dollari alla volta. 


Il punto di svolta della loro amicizia avvenne un pomeriggio in cui il boss della promotion Mid South Wrestling, Bill Watts, chiese a Jim di aiutarlo in qualcosa di particolare: Watts voleva far vedere all'intero spogliatoio come si subisce un "calcio in gimmick" (ovvero non portato ad effetto, ma con un impatto visivo di eguale spessore), ed aveva chiesto ad Hellwig di mettersi a quattro zampe e prendere un "finto" suo calcio nelle costole.


Ma Jim sapeva dove Watts voleva mirare.


Famoso non solo per essere stato un promoter innovativo (il primo a dare un "push" da main eventer ad un uomo di colore, Junkyard Dog) ma anche per la sua storia di abusi sui dipendenti, l'idea di Watts era quella di rompere qualche costola ai giovani ragazzi, per capire se erano adatti a questo mondo brutale e difficile.


Jim, che aveva intuito tutto, disse a Watts che se lo avesse voluto a quattro zampe, beh, lo avrebbe dovuto fare lui stesso con le sue forze.


E non se ne fece più niente.


A detta di Jim, in quella situazione l'amico Steve stette in disparte, senza prendere posizione, forse per paura di perdere il lavoro, probabilmente imbeccato da alcuni colleghi più navigati di lui come Eddie Gilbert.


Jim rimase talmente disgustato dalla cosa da tagliare ogni legame con il vecchio amico, e grazie ad una chiamata dalla WCCW di Fritz Von Erich prese una strada diversa.


Hellwig in WCCW costruirà il personaggio di "Dingo Warrior", vera e propria forma embrionale del suo più celebre Ultimate Warrior che sboccerà nella WWF.


Borden, invece, rimarrà con la Mid South con il nome di Sting. La Mid South muterà il nome in UWF (Universal Wrestling Federation) per combattere lo strapotere di McMahon ma per cause inerenti la situazione economica dello stato del Texas finirà per essere assorbita dalla Jim Crockett Promotions. Sting diventerà quindi protagonista fisso nel circuito NWA e, poi, della WCW.


La loro amicizia finì quella sera.


Per Sting, Warrior era un bravo ragazzo, dal fisico impressionante ma estremamente paranoico, con cui si sente di non aver mai condiviso alcuna amicizia.


Hellwig, invece, per molto tempo ha parlato di lui come di "immondizia": un amico che aveva voltato la faccia nel momento del bisogno, e che durante le convention di wrestling, dove poteva capitare di condividere un tavolo per le interviste, Borden faceva finta di non conoscerlo.


Del resto, basta vedere la loro brevissima "reunion" a WCW Nitro del 1998: due professionisti, ma estremamente distanti tra loro.


Peccato.


Chissà che incontri avrebbe potuto generare un ipotetico loro sconto, in WWF o in WCW, nei rispettivi picchi delle loro carriere.


Non lo sapremo mai.


#ultimatewarrior #sting #WWE #WCW #wrestling #maestrozamo

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Paige

 


Era il 2012 quando il regista di documentari Max Fisher girò per il canale britannico "Channel 4" un filmato di circa 45 minuti chiamato "The Wrestlers: Fighting With My Family".


Il documentario filmava un momento nella vita della famiglia Bevis, un nucleo familiare compatto ed aticipico, tutti dediti ad una unica, grande passione: il pro wrestling.


Memori della storica fama della lotta libera brittanica, ora ben lontana dai fasti del passato, i Bevis hanno organizzato nel loro piccolo una promotion dove diversi ragazzi e tutti i membri della stessa famiglia fanno parte del variegato roster.


Ma mentre i due "patriarchi", il padre Ricky "Knight" Bevis e la madre "Sweet Saraya" Julia Hamer, pur continuando a lottare, sono consapevoli che il loro tempo migliore è ormai passato, i figli cercano una via più fulgida e lucente dove esporre il proprio talento, che all'epoca significava una sola cosa: la WWE.


La vicenda, infatti, si focalizza principalmente sui due rampolli di casa Bevis più giovani: Zak, il maschio, una vita intera a sognare di far parte dello stesso spettacolo che seguiva assiduamente ogni lunedì sera in televisione, e sua sorella Saraya, decisamente meno focalizzata su questo aspetto ma anche lei interessata alla nobile arte della disciplina.


L'occasione arriva alla 02 Arena di Londra, dove la WWE tiene uno dei suoi show per il tour europeo ed anche una sessione di tryout, ovvero alcuni provini per aspiranti nuove stelle della promotion. Zak e Raya sanno bene che nel 99.9% dei casi si tratterà di un fallimento, poiché molto raramente e specie in suolo non americano la WWE si interessa di wrestler non appartenenti al loro continente.


I due comunque ci provano, ed il risultato spiazza tutti: l'agente della WWE chiede a Raya di fare un passo avanti al termine dei tryout, manda tutti a casa (fratello compreso) e dice alla giovanissima ragazza, appena 18 anni, che presto le manderanno un contratto per essere assunta nel loro territorio di sviluppo, la FCW in Florida.


Raya aveva colpito in quello stretto 0.01%.


È un momento seminale, nel documentario e nella vita della famiglia Bevis: sebbene siano tutti contenti per la giovane principessa di casa, quel giorno segna indelebilmente una frattura nella loro serenità.


Zak, il più interessato, sarà amaramente scottato dalla delusione. Ci riproverà tempo dopo, dovendo fare anche i conti con un infortunio, ma la risposta è sempre quella: molto bravo, molto pulito nei movimenti ma senza il fisico adatto.


Raya raggiungerà la Florida in lacrime: si dovrà separare dalla sua amata famiglia ed imbarcarsi nel "sogno americano". Le sue eccezionali doti sul ring unite ad una bellezza semplice ma magnetica ed unica, la trasformeranno in Paige, la prima campionessa femminile di nXt e successivamente stella di prima grandezza della women's division.


Ma ci si dimentica di un fattore importante: Raya ha solo 20 anni quando il successo e la fama la travolge come uno tsunami. Impreparata, vedrà quello spettacolo come un bambino in un negozio di caramelle e si fiderà di persone che la porteranno a fare errori poi pagati a caro prezzo.


Una serie di filmati privati, girati durante il periodo in cui frequentava il wrestler Brad Maddox, vengono rubati e messi online. Nel giro di pochi giorni, la sua intimità diviene oggetto dell'opinione pubblica, e quando un filmato esce su internet è assolutamente impossibile cancellarlo per sempre.


Come se non bastasse, un tremendo infortunio al collo la costringerà a ritirarsi - almeno all'inizio - dal quadrato, seguito da un'altra relazione non andata a buon fine con il luchador Alberto El Patron, che porterà in dote cause e affermazione al veleno da ambo le parti una volta finita.


Saraya sarà così sovrastata da quel tornado di emozioni e dolore da avere istinti ed idee pericolose, ma c'è un punto fondamentale, presente in quel documentario in ognuno dei suoi 45 minuti, che la tiene in vita: la sua famiglia.


La madre Julia - che nel documentario piange come una fontana alla partenza della figlia verso gli States - il padre Ricky ed i suoi fratelli sono sempre stati accanto a lei, nel momento di massimo splendore così come nell'oscurità più buia. Una forza, la famiglia, in grado di essere luce all'interno di un tunnel tetro.


Oggi, Raya è attualmente ferma ai box: la famiglia continua ancora nella sua attività e suo fratello non è mai riuscito ad approdare in WWE (ma lo farà in AEW). Ma adesso riesce a gestire le sue emozioni con una maturità più forte e, grazie ad amici e fan calorosi, ha accettato la convivenza con quella parte di sé che purtroppo è rimasta esposta per sempre al pubblico ludibrio. 


Da parte mia e di tutti i veri fan di wrestling, ci auguriamo di sentire ancora una volta quel grido di battaglia, seguito dalla sua musica e dal suo iconico ingresso, per entrare in quel ring che - come dice lei stessa - "è la sua casa".


#SarayaBevis #Paige #Saraya #britishwrestling #maestrozamo

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ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

 


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La mancetta referendaria

 


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Se sto leccaculo vota Si noi votiamo No!

 


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Dick Ashworth

 


In questa giornata ricordiamo un padre coraggioso, l’avvocato Dick Ashworth.

Questa straordinaria foto risale al Pride del 1974.

In prima linea tra i partecipanti, l'avvocato Dick Ashworth siflò con un cartello con la scritta: "sono orgoglioso di mio figlio gay". Insieme alla moglie Amy, poco dopo che il figlio Tucker rivelò loro di essere gay, decisero di fondare la Parents of Gays  e si batterono tutta la vita perché i genitori sosteneressero e comprendessero i propri figli omosessuali. 

Nel 1970 quando fu organizzato il primo Gay Pride a New York solo qualche centinaio di persone marciò fino a Sixth Avenue per onorare i moti di Stonewall dell'anno precedente.

Poi di anno in anno la manifestazione crebbe in intensità e partecipazione, ma nel 1974 ci voleva ancora un grande coraggio per fare un gesto come quello di Dick Ashworth.

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La Melona è senza dignità alcuna

 


25 centesimi in meno per 20 giorni.


Peccato che per finanziare questo spot elettorale il governo abbia tagliato, solo per fare un esempio, 86 milioni di euro al Ministero della Salute.


Ottantasei milioni. Per venti giorni di sconto alla pompa con il referendum in mezzo.


È scritto nero su bianco nell'Allegato 1 del decreto, quello che nessun telegiornale vi mostrerà. Tagli lineari a tutti i ministeri: 96 milioni ai Trasporti, 86 alla Salute, 25 all'Istruzione. 


Oltre mezzo miliardo rastrellato dai servizi essenziali per una mancetta che scade il 7 aprile, quando le urne saranno già chiuse e i prezzi torneranno esattamente dove stavano.


La cosa più grottesca? La proposta per abbassare le accise senza tagliare un euro alla sanità l'aveva fatta Elly Schlein undici giorni prima: usare l'extragettito IVA generato dal rialzo dei carburanti per ridurre automaticamente gli aumenti dei costi. 


Le risorse c'erano. Lo strumento esisteva. Era semplice, era immediato e soprattutto non toglieva un centesimo agli ospedali, alla scuola, alle persone.


Il governo che ha fatto? Ha aspettato undici giorni, ha ignorato la proposta e ha scelto la strada peggiore: prendere i soldi dalla Salute, dall'Istruzione, dai Trasporti. Ha scelto di far pagare lo sconto a chi aspetta mesi per una visita, a chi muore in lista d'attesa.


E a proposito di Trasporti: 96 milioni di euro tagliati al ministero guidato da Salvini. Che è lo stesso che è corso ad annunciare il decreto su Rete 4 prima ancora della premier, quando il Consiglio dei ministri era finito da dieci minuti.


Ecco, al Ministero dei Trasporti bisognerebbe togliere il ministro, non le risorse.


Meloni prometteva di abolire le accise, ve lo ricordate? Adesso le abbassa di venticinque centesimi per venti giorni con i soldi della sanità. 


Prendere un'idea giusta, peggiorarla e trasformarla in uno spot elettorale pagato con la salute degli italiani è un talento raro. 


Ma a questo governo non manca mai.



Marco Furfato

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mercoledì 18 marzo 2026

Il sacco di Otranto

 


Il sacco di Otranto del 1481 rappresenta uno dei momenti più drammatici e simbolicamente potenti del confronto tra l’Occidente cristiano e l’espansione dell’Impero Ottomano nel Mediterraneo. Si tratta di una vicenda che, per la sua violenza e per le sue implicazioni geopolitiche, segnò profondamente la memoria collettiva italiana ed europea, alimentando per secoli il timore di una possibile avanzata ottomana fino al cuore della cristianità.


Dopo la caduta di Costantinopoli del 1453, il sultano Mehmet II (noto anche come “il Conquistatore”) consolidò il proprio potere e iniziò a progettare ulteriori espansioni verso occidente. L’Italia, frammentata in una pluralità di stati regionali spesso in conflitto tra loro, appariva un obiettivo strategico e relativamente vulnerabile. La mancanza di un coordinamento militare unitario e la politica attendista di potenze marittime come la Repubblica di Venezia contribuirono a creare le condizioni favorevoli per un’incursione ottomana nella penisola.

Nel 1480, Mehmet II decise di tentare un’azione diretta contro il Regno di Napoli, allora governato da Ferrante d'Aragona. L’obiettivo iniziale della spedizione era probabilmente la città di Brindisi, porto strategico per il controllo dell’Adriatico e possibile testa di ponte per una penetrazione più profonda nella penisola. Il comando della flotta fu affidato a Gedik Ahmet Pascià, uno dei più abili generali ottomani dell’epoca.

Nel luglio dello stesso anno, una flotta imponente (composta da circa 90 navi e con a bordo oltre 15.000 uomini tra soldati, marinai e artiglieria) salpò verso le coste italiane. Tuttavia, a causa di condizioni meteorologiche avverse, la flotta fu deviata e approdò nei pressi di Otranto, una cittadina del Salento affacciata sull’Adriatico. Questo evento, apparentemente casuale, avrebbe avuto conseguenze storiche di enorme portata.


Otranto, pur essendo una piazzaforte importante per il controllo del Canale d’Otranto, si trovava in condizioni difensive precarie. A causa di una sottovalutazione del pericolo e di un errore strategico da parte di Ferrante d’Aragona, gran parte delle truppe era stata spostata altrove, lasciando la città con una guarnigione esigua. Quando le forze ottomane sbarcarono, gli abitanti si trovarono improvvisamente a dover affrontare un esercito immensamente superiore per numero e mezzi.

Gedik Ahmet Pascià avviò immediatamente l’assedio, circondando la città e bombardandola con l’artiglieria. Nonostante la disparità di forze, gli otrantini opposero una resistenza accanita, rifugiandosi nelle mura cittadine e nel castello. Secondo le cronache dell’epoca, agli assediati fu offerta la possibilità di salvarsi in cambio della conversione all’Islam e della resa della città. Tuttavia, la popolazione rifiutò, scegliendo di resistere fino all’ultimo.

L’assedio durò circa due settimane, durante le quali le mura di Otranto furono progressivamente distrutte dai colpi dell’artiglieria ottomana. L’11 agosto 1480, le truppe turche riuscirono infine a penetrare nella città. Ciò che seguì fu una delle pagine più tragiche della storia italiana: un saccheggio violento (accompagnato da distruzioni, incendi e uccisioni).


Particolarmente significativo fu l’episodio del martirio degli abitanti che si erano rifugiati nella cattedrale sul Colle della Minerva. Secondo la tradizione, 813 cittadini (guidati da Antonio Pezzulla, detto Primaldo) rifiutarono di abiurare la fede cristiana nonostante le minacce. Per questo motivo furono condotti fuori città e decapitati uno ad uno. Questi uomini, passati alla storia come i Martiri di Otranto, divennero il simbolo del sacrificio e della resistenza della città. La loro memoria fu tramandata nei secoli fino alla canonizzazione ufficiale avvenuta sotto il pontificato di Papa Francesco nel 2013.


Dopo la conquista, Otranto rimase sotto il controllo ottomano per circa un anno. Durante questo periodo, la città fu trasformata in una base militare strategica (utilizzata per organizzare incursioni e scorrerie nelle aree circostanti del Salento). La presenza turca suscitò grande preoccupazione in tutta la penisola italiana e anche oltre, alimentando il timore di un’invasione più ampia che potesse minacciare direttamente Roma e il papato.

Tuttavia, il destino dell’occupazione ottomana fu segnato da eventi imprevisti. Nel maggio del 1481, la morte improvvisa di Mehmet II provocò una crisi di successione all’interno dell’Impero Ottomano. Le lotte interne per il potere indebolirono la capacità di mantenere e rinforzare la posizione in Italia, rendendo Otranto sempre più isolata.

Approfittando di questa situazione, le forze aragonesi organizzarono una controffensiva. A guidarla fu Alfonso d'Aragona (figlio di Ferrante), che riuscì a riconquistare la città nel settembre del 1481 dopo un assedio. Le truppe ottomane (prive di rinforzi e logorate) furono costrette alla resa o alla ritirata.

La riconquista segnò l’inizio di una fase di ricostruzione e rafforzamento delle difese cittadine. Tra le opere realizzate vi fu la celebre Porta Alfonsina (simbolo della rinascita della città e della volontà di prevenire future invasioni). Le fortificazioni furono potenziate secondo i criteri più moderni dell’epoca, rendendo Otranto una delle piazzeforti più sicure del Regno di Napoli.


Nonostante la durata relativamente breve dell’occupazione, il sacco di Otranto ebbe un impatto duraturo. Esso rappresentò il punto più avanzato mai raggiunto dall’espansione ottomana nella penisola italiana e uno dei momenti in cui la minaccia islamica apparve più concreta per l’Europa cristiana. L’episodio contribuì anche a rafforzare l’idea di una necessaria unità tra gli stati italiani e cristiani (sebbene tale consapevolezza non si tradusse immediatamente in un’alleanza stabile).

Dal punto di vista culturale e religioso, il martirio degli otrantini divenne un potente simbolo identitario. La loro storia fu raccontata e tramandata attraverso cronache, opere d’arte e tradizioni popolari, alimentando un senso di appartenenza e di memoria condivisa che ancora oggi caratterizza la città.

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Sta squallida cosa non s'inventa per fare tenerezza ai boccaloni

 


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Problema tuo noi votiamo No

 


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Come mai finirino nel.mirino esponemti della sinistra invisi a Renzi?

 


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Ma quando la finisce di dire cazzate?

 


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Una genialata degna di Pompino

 


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Kennedy Jr sfanculato per l'ennesima volta!

 


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La colpa è della mancata istriziine...

 


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Se questo pluripregiudicato vota Si noi votiamo No!

 


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