A un certo punto, infatti, vidi Pauline allungare la mano, posarla su quella di Paolo e guardarlo.
E vidi Paolo cercare le sue labbra.
Ma prima che si sfiorassero… apparve qualcosa.
Accanto a loro, in un istante, si materializzò una figura scura.
Una figura simile a un’ombra che, con violenza, scaraventò Paolo contro un tavolo.
Per un attimo calò il silenzio.
E subito dopo, urla e confusione.
Sedie che strisciavano e gente che si alzava di scatto e scappava, mentre altri restavano immobili, paralizzati dal terrore.
Senza pensarci mi precipitai verso Paolo e mi inginocchiai accanto a lui.
"Paolo… Paolo, tutto bene?"
Respirava.
Era stordito ma… vivo.
E solo dopo aver tirato un sospiro di sollievo, alzai lo sguardo.
Pauline era immobile, pietrificata, con gli occhi spalancati, e dietro di lei, ferma e oscura, c’era quella cosa che fissava Paolo.
E in quello sguardo… c’era rabbia.
Tanta rabbia.
Nel frattempo qualcuno fermò una pattuglia dei Carabinieri che stava passando lì davanti. I due militari scesero dall’auto e si precipitarono nella pizzeria.
Ma appena dentro… quell’ombra si mosse veloce.
E in un attimo sembrò infilarsi nel corpo di uno dei due.
Il militare si irrigidì e per qualche secondo iniziò a tremare. E gli occhi gli diventarono completamente bianchi.
"Che ti prende?" chiese l’altro.
Ma non fece in tempo a dire altro.
L’uomo estrasse l’arma e la puntò contro il collega.
"Ma che cavolo stai facendo?"
E fece fuoco.
Il colpo rimbombò nella pizzeria.
E subito dopo, senza esitare, si puntò la pistola sotto al mento e… premette di nuovo il grilletto.
A quel punto la gente rimasta, tra urla e spintoni, si riversò verso l’uscita.
Io, invece, rimasi immobile accanto a Paolo.
E la vidi.
Vidi quella cosa che, come se lasciasse qualcosa che non le serviva più, uscire dal corpo del militare e voltarsi verso di noi.
E fissarci.
E sorridere.
Aiutai Paolo a rialzarsi e, assieme a Enrico, uscimmo velocemente. Mentre andavamo via, mi girai un attimo e vidi Pauline ancora seduta, incredula e tremante. Ci mettemmo in macchina e andammo in canonica da don Vincenzo.
E mentre Paolo piangeva, io raccontai tutto.
Don Vincenzo ascoltò in silenzio.
E quando finii, mi guardò.
"Tutto questo… dopo che Paolo ha provato a baciarla?"
"Sì" risposi.
Fece un breve cenno con la testa e chiese: "E Pauline? L’avete lasciata lì?"
"Sì" dissi. "E da come ha reagito non… non sembrava nemmeno lei capire cosa stesse succedendo."
Don Vincenzo annuì lentamente.
E poi sembrò parlare più a se stesso.
"Un Duppie… gli è stato legato un Duppie."
Io, Paolo ed Enrico lo guardammo.
"Un Duppie?" chiesi.
Il prete ci fissò.
"Secondo la tradizione giamaicana, ogni persona ha due parti spirituali. L’anima… quella che parte e va incontro al giudizio. E poi c’è l’altra parte… l’ombra. Il fantasma. Il Duppie."
Fece una pausa.
"Che è quella che resta sulla terra. Quella che può interagire con i vivi. E chi pratica l’Obeah, una forma di stregoneria… può catturarla. Comandarla. E perfino legarla a qualcuno per proteggerlo o fargli del male."
Deglutimmo.
"A Pauline ne è stato legato uno. Per proteggerla" continuò don Vincenzo. "E quando Paolo ha provato a baciarla… lo ha avvertito come una minaccia. E da come mi avete descritto la reazione della ragazza… lei non sa nemmeno di portarsi dietro qualcosa del genere. Una guardia del corpo. Ma estremamente pericolosa."
"E come è possibile una cosa del genere?" chiesi.
"Qualcuno le ha dato qualcosa. Un oggetto. Un amuleto. Qualcosa che porta sempre con sé. Lì dentro ci sono gli elementi necessari per legare il Duppie."
"Il sacchetto di iuta che porta al collo" disse Paolo.
Don Vincenzo annuì.
"Credo di sì."
"Quindi basta che glielo togliamo?" chiese Paolo. "O che se lo tolga e… finisce tutto?"
Don Vincenzo scosse la testa.
"Magari fosse così semplice."
Lo guardammo.
"Anche lei è in pericolo. Se il fantasma si sente trascurato… o tradito… può rivoltarsi contro chi dovrebbe proteggere. Se Pauline provasse a togliersi quella collana… il Duppie potrebbe farle del male."
Sentii un brivido lungo la schiena.
"Qualcuno deve andare a prendere la ragazza" disse il prete.
"Ragazzi è troppo per me. Io vado a casa. In queste cose non mi impiccio. Gli esorcisti siete voi" disse Enrico.
Poi mi guardò.
"Io dovevo solo farti da spalla mentre tenevi d’occhio Paolo. Non fare la guerra all'inferno."
E senza aggiungere altro, se ne andò.
A quel punto Paolo si voltò verso di me.
"Ah, così mi stavi spiando?"
"Non è proprio così…" risposi.
Ma intervenne don Vincenzo.
"Gliel’ho detto io. E ringrazia il cielo."
E Paolo si calmò.
"Ok… allora vado a prenderla io."
"No. Tu no" mormorò don Vincenzo. "Michele, vai tu."
"No, ci vado io" insistette Paolo. "Scusa, perché lui?"
"Non è il momento per stupide gelosie" ribatté il don. "È troppo rischioso per te."
"Ah, e io non rischio?" dissi.
"Non quanto Paolo" rispose il prete. "Vai a prendere la ragazza e portala in chiesa. Noi ti aspettiamo lì."
Stavo per uscire quando don Vincenzo mi fermò.
"Aspetta un attimo."
Mi girai.
"Togliti la felpa. E rimettila al rovescio."
"Cosaaa?" dissi. "Devo andare in giro come un cretino?"
"Vedere qualcosa di invertito confonde i Duppie. Li disorienta. Gli fa perdere le tracce… o li convince che tu sia un’altra persona. E siccome Paolo, per lui, è un nemico e ti ha visto aiutarlo… anche tu lo sei."
"Sì, perfetto…" borbottai. "Meno male che non rischiavo."
"Non ho detto che non rischi" ribatté don Vincenzo. "Ho detto non quanto Paolo."
Così mi tolsi la felpa, la indossai al contrario e… uscii.
Con l’auto, mi dirigevo verso la pizzeria, ma passando per la piazza, notai Pauline seduta su una panchina.
Piangeva.
Mi fermai subito, scesi dall’auto e la chiamai.
"Pauline."
Lei alzò la testa e, appena mi vide, si alzò di scatto e corse verso di me.
"Paolo? Dov’è Paolo?" chiese agitata.
"Sta bene" le risposi. "È in chiesa, ti sta aspettando. Sali."
In macchina, appena chiusi lo sportello, scoppiò di nuovo a piangere.
"È stato terribile…" disse tra i singhiozzi. "Quello che è successo… è stato terribile…"
Rimasi in silenzio, lasciandola parlare.
"E quando siete usciti… ho pensato che mi aveste lasciata lì… da sola…" continuò. "E allora sono scappata anch’io… ma non sapevo dove andare… mi sentivo persa…"
Si asciugò le lacrime.
"Ma cos’era quella cosa?" chiese.
"Te lo spiegherà don Vincenzo" risposi.
Lei annuì, guardando fuori dal finestrino. E per il resto del tragitto non disse più una parola.
In chiesa, ad aspettarci, c’erano Paolo e don Vincenzo. E appena entrammo, lei fece per correre ad abbracciare Paolo.
Ma il prete la fermò.
"Pauline… meglio di no."
La ragazza si bloccò, sorpresa.
"Dimmi una cosa" continuò il prete, serio e senza perdere tempo. "Prima di partire dalla Giamaica… qualcuno ti ha dato qualcosa? Un oggetto… qualsiasi cosa."
Pauline, colta alla sprovvista, ci pensò un attimo.
"Sì…" rispose, portandosi una mano al collo. "Un mio amico mi ha dato questa collana. Ha detto che mi avrebbe protetta."
Don Vincenzo annuì lentamente.
"Capisco…"
Pauline lo guardò confusa.
"Perché?" chiese.
"Perché temo di sapere cos’era quell’ombra."
La ragazza sgranò gli occhi.
"Cosa?"
Don Vincenzo sospirò.
"Un Duppie."
Pauline aggrottò la fronte.
"E voi credete davvero a queste cose?" chiese, incredula.
Intervenni.
"Pauline, tu stessa hai visto quell’essere… e hai visto cosa è stato in grado di fare."
Lei scosse la testa.
"Ci sarà una spiegazione razionale" ribatté. "E anche se fosse come dite voi… non è detto che sia legato a me."
Fece un gesto con la mano.
"Potrebbe essere legato a chiunque. A Paolo…" disse, indicando lui. "O anche a te."
Don Vincenzo non si scompose.
"Questo tuo amico…" disse. "Che tipo è?"
Pauline fece una smorfia.
"Lo conosco da quando eravamo bambini. È sempre stato… molto legato a me."
"Molto legato?" incalzò il prete.
Lei abbassò lo sguardo.
"Era innamorato di me. Ma io… io gli ho detto che ci tenevo alla nostra amicizia, ma che non doveva aspettarsi altro."
Don Vincenzo annuì, come se avesse appena avuto una conferma.
"Allora è come pensavo."
Pauline lo guardò.
"Cioè?"
Il prete fece un passo avanti.
"Il Duppie, in questo caso, è una maledizione travestita da protezione."
Nella chiesa calò il silenzio.
"È vero… ti protegge" continuò. "Ma allo stesso tempo attacca chiunque cerchi di avvicinarsi a te. Chiunque provi a entrare nella tua vita… nella tua intimità."
La ragazza deglutì.
"E quindi?"
Don Vincenzo la guardò negli occhi.
"Quindi ti condanna alla solitudine. Quel ragazzo… non potendo stare con te… non permetterà a nessun altro di farlo."
Pauline scosse la testa.
"Stupidaggini… e dimmi, cosa dovrei fare per annullarlo? Per distruggere questo amuleto? Dovrei magari convertirmi? Farmi suora?" disse con tono ironico.
"No" rispose calmo don Vincenzo.
Pauline smise di sorridere.
E don Vincenzo continuò.
"Solo chi lo ha creato può distruggere l’amuleto e slegare il Duppie. Per questo, appena torni in Giamaica, devi rivolgerti a questo tuo amico… e convincerlo a farlo."
Paolo intervenne.
"E non c’è un altro modo?" chiese, preoccupato.
Don Vincenzo scosse la testa.
"No. Non possiamo farlo noi. È troppo pericoloso."
Fece una breve pausa.
"E il fatto che lei non creda… non aiuta di certo."
Paolo lo fissò.
"In che senso?"
Il prete sospirò.
"Nel senso che, provandoci… rischieremmo di peggiorare la situazione."
Esitò un attimo.
"Il Duppie potrebbe… potrebbe ucciderla."
Pauline, a quel punto, sorrise.
"Ecco… è come dico io" disse. "Ne fai una questione di fede. Adesso vi dimostro che le vostre sono solo favole."
E si portò le mani alla collana.
"Me la tolgo."
"No" urlò don Vincenzo. "Non farlo."
Ma lei non lo ascoltò.
E appena le sue dita toccarono il gancetto, alle sue spalle apparve quell’essere che, dopo aver lanciato un urlo rabbioso, le afferrò la testa e, con una forza sovrumana, gliela spinse all’indietro.
Le ossa scricchiolarono.
"Nooo" urlò Paolo, correndo verso di lei.
Ma quell’essere lo colpì, scaraventandolo via.
La ragazza, probabilmente già priva di vita, restò immobile, con la bocca spalancata e gli occhi fissi.
Ma l’orrore non finì.
Il Duppie la lasciò e il corpo di Pauline crollò a terra, con la testa piegata all’indietro.
E subito dopo, l’essere dissolvendosi in un fumo scuro, si insinuò nel piccolo sacchetto di iuta appeso al suo collo.
E per un istante… nulla.
Poi, dal sacchetto, cominciò a fuoriuscire un liquido scuro e denso che, scivolando lungo il petto di Pauline, contro ogni logica risalì, entrando nella bocca aperta.
Sembrava che quella maledizione stesse prendendo possesso del corpo che avrebbe dovuto proteggere.
Feci per avvicinarmi.
Ma don Vincenzo mi fermò.
"È inutile" disse a bassa voce. "Non possiamo fare più nulla… ormai."
E per qualche attimo un silenzio surreale calò nella chiesa.
Sino a quando, lentamente, Pauline si rialzò.
Il collo le scattava a piccoli colpi, come se qualcosa dall’interno stesse cercando di rimetterlo a posto. La pelle era diventata pallida e solcata da vene nere.
E la testa, prima ciondolante, si sollevò.
E ci fissò.
Ma in quegli occhi… non c’era più nulla.
Non c’era più vita.
Paolo si rialzò.
"Pauline…" disse, avvicinandosi.
"Fermo" ordinò don Vincenzo. "Non ti avvicinare."
Paolo si bloccò.
"Quella… non è più Pauline" disse il prete.
E il Duppie… rise.
Una risata malvagia.
E parlò.
"Lei… è… mia… mia per sempre."
Don Vincenzo fece un passo avanti.
E lo guardò deciso.
"Adesso ascoltami bene" disse, con voce ferma. "Quella ragazza è già stata consumata da te. Non c’è più nulla da salvare."
Fece un altro passo.
"E tu… tu non hai più nulla dietro cui nasconderti."
E tirò fuori il crocifisso.
"In nome di Colui che tutto vede, abbandona questo corpo tormentato… o ti annienterò, essere immondo."
Ma l’essere non indietreggiò.
Anzi… sembrò studiare il prete.
E tornò a parlare.
"Annientami, allora" disse con voce tonante. "Fallo. Ma sappi che io sono l’unica cosa che tiene insieme queste ossa. Se mi scacci, il corpo della ragazza cadrà a terra. Privo di vita e… con il collo spezzato."
Il Duppie fece un passo verso la luce tremolante di una candela. Le vene nere pulsavano sotto la pelle cadaverica di Pauline.
"Cosa dirai per discolparti?" continuò. "Che un’ombra ha ucciso la ragazza?"
Accennò un sorriso maligno.
"A chi daranno la colpa? Te lo dico io… la daranno a voi tre."
Don Vincenzo non si lasciò intimorire.
"Non mi interessa ciò che penseranno gli uomini."
"A te forse no… ma a loro?" ribatté l’essere, indicando me e Paolo. "Tu sei vecchio, prete. Puoi anche permetterti di fregartene. Ma loro no… la tua ostinazione potrebbe rovinare le loro vite… per sempre."
Fece un altro passo.
"Lasciami andare. Io, adesso, non voglio altro che riportare questo corpo in Giamaica… da chi la ama."
Don Vincenzo strinse il crocifisso.
"Non ti permetterò di portarla via come un oggetto."
"Ormai è solo un corpo morto" mormorò il Duppie. "Un corpo che cammina e parla finché io resto dentro di lei. Piuttosto pensa ai tuoi giovani amici. Il loro futuro… dipende da te."
Il prete fece per avanzare, ma si fermò.
E per un istante, nei suoi occhi passò qualcosa.
Un dubbio.
E abbassò lo sguardo.
La logica di quell’essere era brutale.
Ma impeccabile.
Aveva ragione.
Se il don avesse scacciato il Duppie… il corpo sarebbe crollato.
E noi… saremmo stati accusati.
Don Vincenzo serrò la mascella.
"Se ti lascio andare…" disse con voce bassa ma piena di rabbia. "Giuri che, una volta in Giamaica, abbandonerai questo corpo… e lascerai che la sua anima affronti il suo giudizio?"
Il Duppie sorrise.
"Io non giuro."
E poi, tornando serio.
"Ma sì… lo farò."
Don Vincenzo chiuse gli occhi per un istante.
"Vai."
Il Duppie non rispose.
Si voltò.
E il corpo di Pauline, rigido, mosso da quella volontà maligna, iniziò a camminare verso il portone.
Noi tre restammo immobili.
Immobili, a guardare quel corpo spento che, sino a poco prima, era una ragazza piena di vita e sogni, attraversare la soglia e sparire nel buio della strada.
Paolo, come se stesse cercando di trattenere il dolore, piangeva silenziosamente.
Aveva perso un pezzo di cuore.
E forse… non sarebbe più tornato quello di prima.
Giorni dopo eravamo in sagrestia.
Don Vincenzo, seduto, fumava il suo toscanello e insieme a me cercava di risollevare il morale di Paolo.
Ma lui rispondeva a monosillabi.
Era triste.
Distrutto.
A un certo punto, don Vincenzo allungò una mano e accese la radio.
E ci bloccammo tutti e tre.
Dalle casse uscì una canzone.
Jamaica Farewell (Giamaica Addio).
"Laggiù, dove le notti sono allegre
E il sole splende ogni giorno sulla cima della montagna
Ho fatto un viaggio su una barca a vela
E quando sono arrivato in Giamaica mi sono fermato."
Cantava Harry Belafonte.
Ma il messaggio non era per tutti.
Era per Paolo.
Restammo immobili.
In silenzio.
E senza accorgercene… iniziammo a piangere.
"Mi dispiace dover dire che sono di nuovo in viaggio
Non tornerò per molto tempo
Il mio cuore è triste…"
Diceva la canzone.
Don Vincenzo guardò Paolo.
"Il suo corpo è tornato a casa. È arrivata nella sua terra e… e vuole fartelo sapere" disse piano.
Fece una pausa.
"E vuole farti sapere che la sua anima è partita per affrontare il suo giudizio. Prega per lei."
Paolo non rispose.
E si limitò a chiudere gli occhi.
La canzone continuava.
E capii ciò che quel momento rappresentava.
Un addio.
Uno di quelli veri.
Di quelli che non puoi fermare.
Di quelli che non puoi cambiare.
Di quelli che arrivano… e si portano via una parte di te.
Per sempre.
Guardai Paolo.
E lo vidi asciugarsi le lacrime e andare a pregare in ginocchio, dinanzi al Cristo crocifisso dell’altare maggiore.
E capii anche un’altra cosa.
Che una parte di lui era andata via con lei.
Ma un’altra… sarebbe rimasta.
E avrebbe imparato ad accettare i dolori della vita.
𝐈𝐥 𝐦𝐢𝐨 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨 "𝐄 𝐬𝐞 𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐨𝐬𝐬𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞?" 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐮 𝐀𝐦𝐚𝐳𝐨𝐧
Brivido

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