“Non ho parlato e non parlerò”. Ogni sera dalla bocca di Ines usciva questa frase. Ogni sera tornava in cella in condizioni peggiori del giorno prima e migliori del giorno dopo. Le violenze e le torture però potevano scalfire il fisico ma non l’animo di Ines, che infatti non si piegò mai.
Nata nel 1914 a Conselice, nel ravennate, proveniva da una famiglia di agricoltori e lavorava a sua volta la terra. La sua vita cambiò radicalmente con l’armistizio, l’inizio della Resistenza e della guerra partigiana. Come molte altre donne e ragazze cominciò ad aiutare in qualità di staffetta. Non solo: la sua abitazione divenne una base logistica della Resistenza, uno snodo essenziale per tutti i partigiani della Romagna. A casa sua si incontrarono anche diversi comandanti della zona. Nel frattempo, le ruote della sua bicicletta giravano senza sosta. Bologna, Ravenna, Forlì, Rimini: raggiungeva senza paura tutti i centri della Romagna e dell’Emilia orientale per portare ordini, lettere, messaggi. Finché la sua posizione venne compromessa e dovette fermarsi.
Allora per continuare ad aiutare imparò a battere a macchina; ora era lei che scriveva i messaggi per le altre staffette. Ma un ruolo meno esposto non bastò a far calare l’attenzione su di lei. Ines era entrata ormai nel mirino del regime. Dovette abbandonare la sua casa e rifugiarsi nei pressi di Parma, dove non rinunciò a collaborare con la Resistenza fino al 23 febbraio, quando venne
catturata. Fu in quel momento che iniziarono botte e torture. Ma mai, per oltre un mese, la partigiana “Bruna” fece nomi, comunicò la posizione di nascondigli, denunciò i compagni. Mai.
E così il 28 marzo 1945 venne fucilata insieme ad altri due partigiani, Gavino Cherchi e Alceste Benoldi. Il corpo non venne mai ritrovato. Ma la sua memoria rimase viva e pulsante, e lo è ancora. A Conselice, la sua città, le è dedicata una lapide il cui testo fu elaborato da Renata Viganò, scrittrice e a sua volta partigiana:
<<Ines Bedeschi era nel fiore della vita
e tutta intera voleva viverla
invece la dette da partigiana
ad ogni cosa più cara rinunciò che non fosse la lotta
dalle sue valli e monti di Romagna
andò dove era maggiore il bisogno
la presero i nazisti feroci e spaventati
la tortura non strappò dalla sua bocca rotta
neppure un nome di compagno
infuriati i tedeschi la portarono sulla riva del Po
ma anche in un giorno di primavera che era fatica morire
Ines Bedeschi non sentì la voglia
di salvarsi col tradimento>>
Questa storia è tratta da Partigiani Contro, il nostro libro sulla Resistenza. Lo trovate seguendo il link nei commenti.

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