lunedì 16 febbraio 2026

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Nel Foro Romano, in un anno di presagi (362 a.C.), la terra si aprì in una voragine senza fondo, un segno terribile per la città. I Romani provarono invano a riempirla; il sottosuolo rifiutava ogni offerta. Di fronte a quel vuoto minaccioso, la comunità si rivolse agli interpreti divini, cercando di capire cosa gli dèi esigessero per restituire stabilità a Roma.


Gli Γ uguri sentenziarono: solo ciΓ² che Roma aveva di piΓΉ prezioso, gettato nella voragine, l'avrebbe richiusa. Non oro, nΓ© trofei, ma l'essenza stessa di Roma. La cittΓ , incerta e divisa, si interrogΓ² sul bene supremo. In quel disorientamento, si levΓ² la voce di Marco Curzio, un giovane cavaliere, a rimproverare i concittadini: il bene piΓΉ grande non era la ricchezza, ma le armi e il valore dei soldati, il coraggio disposto al sacrificio.


Marco Curzio, cavaliere distinto e abituato alla disciplina militare, riteneva che la vita individuale dovesse servire la comunitΓ . Proclamato il coraggio armato come vero tesoro di Roma, decise di incarnare tale ideale. In armatura, in sella, si diresse verso l'abisso. In un silenzio solenne, volse lo sguardo a templi e Campidoglio. Il suo gesto fu un atto rituale di consacrazione agli dei Mani, l'offerta della propria vita per salvare la cittΓ .


Il momento cruciale fu un balzo: Marco Curzio, in armatura scintillante, si lanciΓ² nel baratro a cavallo. Mentre precipitava, le fonti narrano che il popolo gettΓ² frutti e offerte, un coro di doni minori per accompagnare il sacrificio supremo. Subito dopo, la voragine si chiuse, saziata dall'atto di devozione, e Roma fu salva. Quel luogo divenne il Lacus Curtius, memoria perenne del cavaliere che colmΓ² il vuoto minaccioso con il proprio corpo, trasformando il pericolo in fondazione simbolica.


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Nel Foro Romano, il nome riecheggiò nei secoli. Le origini del Lacus Curtius si persero tra leggende: chi lo legò a un evento regio, chi a un luogo colpito da un fulmine. Ma fu la tradizione del sacrificio di Marco Curzio a imporsi. Tito Livio, nel libro VII, ne fissò la forma, rivelando come la cosa più preziosa per Roma non fosse materiale, ma la virtù militare. L'eroe che si getta nella voragine diviene così il simbolo di una città fondata sulla disponibilità dei suoi cittadini a offrirsi per il bene comune.


Il mito di Marco Curzio, emblema di eroismo e destino, ha ispirato nei secoli innumerevoli artisti e scultori. La drammatica scena del giovane cavaliere che si getta nell'abisso fu immortalata nel XVII secolo con potente marmo narrativo. Un rilievo del XVI secolo, scoperto vicino alla Colonna di Foca, testimonia la persistenza visiva del sacrificio. Nel luogo identificato come Lacus Curtius, l'immagine sospesa del cavallo proteso nel salto e del cavaliere deciso a scomparire sotto terra continua a parlare ai visitatori dell'antica cittΓ .


Gli studiosi leggono questa storia come una tipica leggenda civica romana: un gesto individuale, forse mai accaduto, crea un modello etico pubblico. Il sacrificio di Marco Curzio Γ¨ una devozione, l'offerta di sΓ© per la salvezza dello Stato. A dominare la scena Γ¨ un giovane cavaliere, emblema della convinzione che Roma debba la sua durata non solo alle leggi, ma al coraggio dei singoli, pronti a morire perchΓ© la cittΓ  viva. La voragine che si chiude non Γ¨ una fine inutile; Γ¨ la nascita rinnovata della comunitΓ  che, nel nome di Curzio, riconosce nel valore il suo bene supremo.


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