L’opinione pubblica europea è pervasa da un testardo rifiuto di ammettere il ritorno della guerra come realtà con cui fare i conti. E il panorama mediatico italiano avvalora questa posizione
«La mente umana è il campo di battaglia del XXI secolo». È il 2018 quando James Giordano, neuroscienziato di Georgetown University, lancia questo avvertimento durante una conferenza. Da tempo, tra gli addetti ai lavori, si è diffusa la convinzione che la natura dei conflitti stia mutando radicalmente. L’anno prima David Goldfein, all’epoca capo di Stato maggiore dell’aeronautica statunitense, ha dichiarato che una nuova era è cominciata, quella delle “guerre per la conoscenza”, e analisti e alti ufficiali hanno cominciato a riflettere e discutere di una nuova categoria: la chiamano “guerra cognitiva” (cognitive warfare). Come Goldfein e Giordano, pensano che sia arrivato il momento di andare oltre le tradizionali nozioni di “propaganda” e “disinformazione”. L’una e l’altra sono armi ben conosciute almeno dalla fine del XIX secolo, da quando a vincere o perdere i conflitti industriali e di massa sono stati eserciti composti da milioni di cittadini-soldato che vanno non solo addestrati e armati ma anche motivati, persuasi (loro e i loro familiari rimasti a casa) della necessità, se non della bellezza, di combattere e morire per il proprio Paese. Giornalisti e intellettuali vengono allora reclutati per creare narrazioni eroiche e ottimistiche che sostengano il consenso in casa propria e seminino dubbi e paura in quella del nemico. E in più di un’occasione parole e immagini si rivelano armi temibili. Come nel 1918, quando il collasso dell’Austria-Ungheria viene accelerato dall’abilità con cui gli italiani riescono a diffondere tra i soldati imperiali notizie deprimenti sulle loro famiglie che muoiono di fame a Vienna e Praga; o nel 1945, quando riviste come “Signal” (con le sue 160 milioni di copie stampate) riescono fino all’ultimo a convincere molti tedeschi a battersi contro la barbarie e per la sopravvivenza della Germania, nonostante la sconfitta sia certa da tempo.
Ma nel XXI secolo la guerra per la realtà fa passi da gigante, nel metodo e nella profondità, se non negli scopi. Come ha sottolineato Arsalan Bilal, un analista del Center for Peace Studies che ha studiato da vicino le strategie russe di conflitto ibrido, la “conquista della mente” non si limita più a una sistematica opera di inquinamento della vita pubblica e di manipolazione delle informazioni (Russia’s hybrid war against the West, “NATO Review”, 26.4.2024). Sì, abitualmente il Cremlino paga sedicenti esperti, giornalisti e influencer perché diffondano versioni rassicuranti sulle reali intenzioni della leadership russa, o al contrario propaghino l’immagine di una Russia ingiustamente minacciata costretta a difendersi. E sì, sempre il Cremlino non si fa scrupolo di influenzare (o tentare di influenzare) le campagne elettorali, come negli Stati Uniti nel 2016, di screditare i capi di Stato e di governo avversari o di sostenere movimenti e partiti tradizionalmente ostili alla Nato e all’Unione europea, poco importa se di estrema destra o puramente antisistema, purché in grado di indebolire o rallentare ogni opposizione internazionale alle ambizioni revisionistiche di Putin. Ma questo soft power “a base di bugie e inganni”, come l’ha definito Michael Hayden in un libro di alcuni anni fa (The Assault on Intelligence, First Edition, 2018), è solo una parte del problema. L’aspetto più destabilizzante della guerra cognitiva è piuttosto la capacità di mobilitare in nome di una causa emozioni collettive, come l’indignazione e la rabbia, o viceversa di anestetizzarle, fino a rendere un evento socialmente e mediaticamente irrilevante, sgradito o invisibile. L’indifferenza di molti europei, e della maggioranza degli italiani, per l’aggressione all’Ucraina ne è un buon esempio.
L’aspetto più destabilizzante della guerra cognitiva è la capacità di mobilitare in nome di una causa emozioni collettive o viceversa di anestetizzarle, fino a rendere un evento socialmente e mediaticamente irrilevante, sgradito o invisibile
Ci sono pochi dubbi, in effetti, che l’invasione lanciata dalla Federazione russa nel febbraio 2022 abbia scosso ben poco le coscienze degli abitanti del Vecchio mondo. Nonostante, anche solo da un punto di vista mediatico, Kiev avesse tutte le carte in regola per riscuotere simpatie e provocare massicce manifestazioni di solidarietà. Un Paese sovrano aggredito da un vicino più grande e più forte, in violazione di una serie di trattati internazionali, a partire dal memorandum di Budapest del 1994, con il quale la Russia s’impegnava a rispettare i confini della neonata Ucraina. Una resistenza disperata e imprevista (lo Stato maggiore russo non era l’unico a credere che l’operazione sarebbe durata al massimo qualche settimana) sostenuta in larga parte da decine di migliaia di coscritti, poco addestrati e peggio armati. E un numero straordinariamente alto di vittime inermi, perlopiù donne, bambini o anziani, provocate da uno spregiudicato uso della forza da parte delle truppe russe nelle aree urbane, oltre che dall’impiego di deliberate tattiche terroristiche. Dei 15 mila civili ucraini morti dall’inizio dell’invasione, secondo i dati dell’ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, oltre la metà sono scomparsi subito dopo la conquista russa di Mariupol e dei villaggi espugnati nella primavera 2022, con migliaia di residenti liquidati dopo la fine dei combattimenti. In questi episodi, il tasso di civili assassinati dall’esercito invasore ha superato abbondantemente il 90% delle perdite ucraine, una percentuale persino superiore a quella dei massacri perpetrati dalle forze armate israeliane a Gaza (85%). Eppure, in Europa non si sono viste folle scendere in piazza a protestare. Poche voci si sono levate contro la distruzione delle città ucraine o la deliberata eliminazione di intere comunità umane (come a Buča), colpevoli fondamentalmente di essere cittadini di un Paese invaso. E non una frazione dei circa 2 milioni di dimostranti che in Italia si sono ritrovati per urlare la propria indignazione contro l’annientamento dei gazawi ha ritenuto che fosse necessario esprimere la medesima condanna per le deportazioni dei bambini o la sistematica eliminazione di bersagli civili da parte delle truppe russe. Anche se, proprio per queste azioni, nel marzo 2023 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto a carico di Vladimir Putin e la Commissione internazionale di inchiesta sull’Ucraina ha esplicitamente parlato di crimini di guerra (Human Rights Council, Commission of Inquiry on Ukraine, 28.5.2025).
In parte, la mancata mobilitazione, o più semplicemente il disinteresse, per ciò che accade in Ucraina si può spiegare con pregiudizi di natura politica (o ideologica). Nel Parlamento italiano, partiti come la Lega di Salvini e Vannacci o il Movimento 5 Stelle sono più o meno esplicitamente simpatetici con Mosca e ritengono che sia “folle” (parole di Giuseppe Conte) opporsi in armi alla Russia, una posizione fatta propria dal loro elettorato. In parte, può essere ricondotta all’influsso di false notizie in grado di alimentare una diffusa percezione negativa della resistenza ucraina. Come l’invenzione del genocidio dei russofoni nel Donbass, che non reggerebbe una verifica elementare delle fonti, ma che viene ripetuta sistematicamente a beneficio del pubblico da una falange di commentatori compiacenti: un “esercito ben addestrato ed equipaggiato”, per dirla con il vecchio generale Gareev, il capo dell’Accademia delle scienze militari di Mosca nel 2014. Tuttavia, la spiegazione più efficace si ritrova in quella volontà di non voler vedere e non voler sapere che Stéphane Audoin-Rouzeau ha recentemente battezzato “la denegazione” degli europei (Nous sommes dans le déni de la défaite de l'Ukraine car c'est aussi la nôtre, "Le Figaro", 17.7.2025). Storico e antropologo dei conflitti all’Ehess, Audoin-Rouzeau ha individuato nell’opinione pubblica continentale un testardo rifiuto di ammettere il ritorno della guerra come realtà con cui fare i conti. Per paura dei costi (economici, prima ancora che umani), per l’abitudine a una pace scontata o garantita da qualcun altro, per il timore di dover tornare ad assumersi responsabilità da cittadino sul terreno ormai dimenticato della politica estera e della difesa, gli europei hanno preferito ignorare i segnali di una Russia neoimperiale e sempre più minacciosa, nonostante la propensione di Putin a infischiarsene del diritto internazionale, stracciare gli accordi e utilizzare la violenza su vasta scala per ottenere i propri scopi sia apparsa evidente fin dall’occupazione della Georgia nel 2008. Il problema è che, invece di essere contraddetta da un’informazione rigorosa, la denegazione ha trovato calorosa accoglienza nel panorama mediatico, come il caso dei talk show nelle emittenti in chiaro italiane dimostra assai bene.
Lo scopo non è informare criticamente, seminare interrogativi o far conoscere realtà sgradevoli, ma rassicurare gli spettatori nelle loro aspettative e nei loro pregiudizi
Con coerenza degna di miglior causa, infatti, i salotti televisivi italiani non si sono limitati a ospitare a lungo opinionisti di discutibile attendibilità, ma hanno continuato a invitarli anche dopo che il precipitare della crisi, nel febbraio 2022, ha smentito nel modo più clamoroso la loro capacità di formulare analisi credibili. A prescindere da ogni competenza, giornalisti e presunti (normalmente, molto presunti) esperti affollano senza sosta, pressoché senza contraddittorio, e soprattutto senza alcun obbligo di fact checking, la ribalta dei talk show. E sono lasciati liberi di inondare lo spazio della comunicazione con verità apodittiche che, immancabilmente, si rivelano infondate (“la guerra durerà poco perché la Russia ha già vinto”, come viene ribadito da tre anni) o prive di qualsiasi evidenza documentale (il colpo di Stato a Kiev del 2014 finanziato dalla Cia, per dirne una). Una scelta apparentemente incomprensibile, come Salvatore Merlo denunciava già tre anni fa (“Il Foglio”, 13.5.2022), ma che in effetti testimonia molto bene la validità di ciò che Neil Postman sosteneva in quel capolavoro dell’analisi massmediatica che è Divertirsi da morire (trad. it. Marsilio, 2002): lo scopo di questi programmi non è informare criticamente, seminare interrogativi o far conoscere realtà sgradevoli, ma rassicurare gli spettatori nelle loro aspettative e nei loro pregiudizi (garantendosi audience, e dunque fatturato), anche a costo di assecondare pensieri irreali (ma confortanti). Come l’idea che la guerra in Ucraina sia un incidente passeggero che non ci riguarda veramente. Che la Russia non sia una minaccia strutturale per il destino di ogni democrazia liberale sul continente (anzi, è un Paese amico e un modello a seguire). E che, liquidata l’insensata resistenza di quei nazisti a Kiev, tutto potrà tornare alla normalità. Senza più sentir parlare di sicurezza, di riarmo, di prezzi dell’energia in aumento; insomma, di pericoli e disturbanti novità.
La constatazione è deprimente, ma inevitabile: sul campo di battaglia della televisione italiana, la guerra per la realtà sta per essere perduta.
https://rivistailmulino.it/a/la-guerra-per-la-verit-che-stiamo-perdendo
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