martedì 20 gennaio 2026

Calenda è utile come le mutande in un film porno

 


Oggi mi è capitato di leggere un post di Calenda su X e incredibilmente sarei anche d’accordo. Un’Europa indipendente e senza interferenze straniere è un sano obiettivo politico, peccato che quello di Calenda non sia un pensiero, ma autoerotismo liberale, quindi inutile.


Eppure l’Europa se volesse sarebbe la chiave di volta.


Analizziamo per prime la parole di Calenda.


Afferma senza remore che l’Europa ha le capacità energetiche, industriali, economiche e militari per poter fare “da sé”. Mi piacerebbe sapere in che mondo vive Calenda, sembra colmo di bella fantasia.


L'Europa oggi non ha la benché minima capacità industriale, energetica, economica e militare per poter essere un polo indipendente. Poteva esserlo, ma doveva farlo 70 anni fa, invece di diventare una colonia statunitense su decisione di gente che oggi esprime oggi pensieri come Calenda.


Il revanscismo in salsa liberale di Calenda e accoliti somiglia più ad un austriaco o un prussiano nostalgici dell’impero o un inglese che rimembra la “gloria” dell’impero “dove non cala mai il sole”. Andando nel dettaglio possiamo vedere il perché.


Dal 1945 l’Europa è il giardino oltremare di casa degli Stat Uniti. Nel corso dei decenni il continente ha concesso a Washington di esercitare un potere pressoché illimitato per influenzare le agende dei governi nazionali prima ed europeo dopo.


Nonostante l’Europa sia nominalmente una potenza economica, è criticamente dipendente da paesi terzi in molti settori strategici, che sono gli stessi citati da Calenda.


Per primo quello energetico. Il gas russo per anni ha significato bassi costi sia in termini di utenze casalinghe che soprattutto per il fabbisogno energetico delle imprese.


La decisone della Commissione Europea guidata da Ursula Von Der Leyen di distaccarsi dal gas russo ha comportato non solo una crisi dei prezzi dell’energia in tutta l’unione, ma è soprattutto lungi dall’ottenere una qualsiasi indipendenza.


L’UE è un grossissimo importatore netto di energia: circa 58% del fabbisogno energetico totale è coperto da importazioni da paesi terzi, contro lo 0% per gli USA e meno del 20% per la Cina.


Importa una quota enorme di combustibili fossili: circa 90% del petrolio e prodotti petroliferi consumati e oltre il 90% del gas naturale.


Secondo i dati del Consiglio Europeo i principali paesi dell’unione sono fortemente dipendenti dall’importazione energetica. La Germania, ad esempio, principale hub industriale europeo, dipende dall’import per il 63,7% del suo fabbisogno.


L’Italia per il 73,4, la Spagna per il 67,8 e anche la Francia, nonostante le centrali nucleari dove però pesa l’import del materiale fissile, ha una dipendenza energetica del 44,4%.


Numeri decisamente critici e che rappresentano una debolezza strutturale.


Sul lato militare la situazione è anche peggiore.


Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) il 64% (due terzi) delle armi importate dai paesi NATO europei proveniva dagli Stati Uniti, con un aumento delle importazioni dal 54% del 2019.


Alcuni dati di singoli paesi sono impressionanti. L’Italia ha un’arsenale per più del 90% importato dagli USA. Per UK e Germania la percentuale è quasi dell’80% e molti paesi come la Polonia e la Svezia hanno aumentato di diverse volte l’importazione rispetto al 2019.


Questo significa che l’apparato militare effettivo di molte nazioni europee è costruito in gran parte su sistemi statunitensi (aerei, armi avanzate, tecnologia, logistica). Compresa la famosa deterrenza nucleare che, a parte il piccolo arsenale francese, è completamente nelle mani statunitensi.


Il piano Rearm Europe è una risposta però nei fatti manca di lungimiranza e sembra molto più un ulteriore regalo alle industrie statunitensi che ad un reale piano di distaccamento e autonomia.


Molti analisti concordano che per una capacità militare equivalente all’autonomia totale servirebbero tra 5 e 10 anni solo per colmare le lacune principali, come la produzione e la logistica.


Per ottenere invece una piena autonomia, quindi considerando deterrenza nucleare europea, grandi industrie della difesa veramente integrate, tecnologia ISR, i tempi si allungano fino a 20 anni.


Se a questo aggiungiamo poi che senza gli strumenti essenziali forniti dagli Stati Uniti, come il comando e controllo sul campo di battaglia, l'intelligence satellitare e gli attacchi a lungo raggio, una iniziativa militare europea autonoma è impensabile, diventa difficile credere alle parole dei liberali.


Ultimo punto, ma non per importanza, è l’economia.


L’Unione Europea oggi ha un’economia fortemente post-industriale, con una predominanza del settore dei servizi (che include anche finanza, commercio, professioni, turismo, tecnologie etc).


I servizi rappresentano circa il 74% del PIL dell’UE complessivo, rendendo l’economia europea nettamente orientata al terziario rispetto alla produzione industriale. La stessa distribuzione si riflette anche nell’occupazione: circa il 74% della forza lavoro è nel settore dei servizi.


Di suo non rappresenterebbe un problema, negli USA il terziario rappresenta l’80% del PIL. Ma gli Stati Uniti hanno una cosa in più, fondamentale, che l’Europa non ha: controllo politico e militare di molte risorse naturali e non. Oltre che una moneta, il dollaro, come principale valuta mondiale per gli scambi commerciali.


Il problema del controllo e sfruttamento delle risorse è sempre stato un punto cardine e critico delle economie europee. Il colonialismo serviva esattamente a questo: controllare direttamente le risorse necessarie per alimentare l’economia.


La decolonizzazione (seppur ancora oggi in corso e incompleta) ha determinato la fine di questo controllo e la crescita di una dipendenza da paesi terzi in crescita esponenziale.


Oggi neppure la Germania, unico vero polo manifatturiero europeo, ha più le capacità di esercitare una sua concreta egemonia.


Le delocalizzazioni folli deli ultimi decenni non hanno fatto altro che accelerare un declino industriale inevitabile, figlio anche della fine del colonialismo (e della sua infinità crudeltà e inumanità).


Anche dal lato della finanza l’Europa è strettamente dipendente dagli Stati Uniti, che controllano in maniera massiccia il sistema.


Il quadro restituitoci dalla realtà dei fatti è deprimente, oltre che a deridere le parole di Calenda che sproloquia di “grandezza” e di “forza”. Ma non è una condanna definitiva.


La storia insegna come i grandi imperi, anche quelli che pensavano di essere “eterni”, quando sono in declino tendono ad accelerare il loro disgregamento quando perdono il controllo delle proprie colonie, cioè quando essere resosi conto della debolezza dell’oppressore si ribellano e si liberano.


In questo momento storico dove gli Stati Uniti sono in preda ad una sindrome isterica derivata dalla propria inesorabile decadenza, l’Europa può assumere il ruolo delle colonie che a loro tempo usarono le crisi degli imperi di Spagna, Francia, Inghilterra per portare avanti e vincere le lotte di liberazione nazionali.


Più che BRICS, Cina o Russia singolarmente, può l’Europa essere la chiave di volta che richieda meno violenza e meno possibilità di una guerra mondiale.


Il problema di fondo è però presto evidente. La classe dirigente attuale europea non è minimamente in grado, nemmeno se volesse, di assumersi il ruolo decolonizzatore che il continente necessita.


La classe dirigente europea oggi è composta in larga parte da élite finanziarie e tecnocratiche, gruppi industriali integrati nelle catene del valore USA, classi politiche formate, selezionate e legittimate dentro l’ordine atlantico.


Non sono semplicemente “inermi”: sono organiche a quel sistema.


In termini gramsciani possiamo ben dire che questa classe dirigente non è subalterna all’egemonia USA, ne è parte integrante.


Per questo le parole dei vari Calenda risultano essenzialmente vuote, anzi caricaturali di una vera volontà politica di una Europa che conquisti l’indipendenza dall’impero statunitense.


L’attuale Unione Europea è un’unione che difende determinati interessi, limita la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli nel nome non di un benessere comune, ma de profitto e dell’accumulo di ricchezza da parte di ristrettissime cerchie di potere.


L’idea di una Europa unita e indipendente, unita dalla cooperazione tra i popoli e non dalla coercizione e dalla pressione economica, è straordinaria e merita un forte sostegno, soprattutto in un momento storico come questo dove il rigurgito nero nazifascista e dell’ultranazionalismo è in auge (le cui cause devono essere ricercate proprio nelle scelte della classe dirigente europea e statunitense).


I popoli europei hanno visto ben poco i benefici di stare nell’Unione Europea, sperimentandone solo i vincoli e la coercizione finanziaria (vedi la crisi del debito sovrano del 2011), eppure il ritorno ad un nazionalismo ottocentesco è una falsa alternativa, non solo inattuabile ma facilmente presa degli USA stessi che premono per una disgregazione profonda.


Una decolonizzazione dell’Europa passa inevitabilmente dalla riscrittura dell’intera struttura dell’unione e dal riassetto delle priorità comuni in accordo con i governi nazionali.


Il processo di conquista dell’indipendenza totale dagli Stati Uniti è possibile solo se si annulla il paradigma liberale della supremazia del privato sul pubblico, del capitale sul lavoro, dei ricchi sui poveri.


Un’Europa che parla di forza, riarmo e guerra è un alleato dell’impero statunitense, non un avversario. Mia come oggi “pane e pace” non è uno slogan morale, ma fondamenti materiali di una nuova storia europea che i popoli che la compongono agognano.


In tutta l’unione l’insoddisfazione per una vita sempre più precaria, con costi esorbitanti e salari da fame è in crescita. Il fatto che stia sfociando in grossa parte in un nazionalismo neofascista è una massima responsabilità di chi ha guidato l’UE fin dalla sua nascita.


Le parole di Calenda e di tanti come lui sono non la dimostrazione di un carattere europeo nuovo, ma la ripetizione di una storia morta e sepolta che non ha più alcuna base reale a cui poggiarsi.


Il sud del mondo sta rigettando sempre di più il vecchio mondo unipolare egemonizzato dall’occidente e l’Europa non può respingerlo rischiando di rimanerne schiacciata e moribonda.


Per quanto riguarda invece la sinistra comunista e socialista del vecchio continente, troppo spesso ci si divide in due correnti di pensiero tremendamente errate. Da un lato l’attesa messianica del paese salvatore che esporta la rivoluzione, dall’altro la difesa disperata di una struttura istituzionale idealizzata che non esiste più (e che forse non è mai esistita).


Il sud del mondo, guidato dai BRICS, fa la sua parte, non è ostile (anzi) all’Europa ma non è il suo ruolo quello di risolvere i nostri problemi. O reagiamo risollevandoci, o vincerà di nuovo il fascismo dei liberali che si ostinano a non vedere che il mondo è  già cambiato, come dimostra il tweet di Calenda.

Nicolò Monti

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