martedì 20 gennaio 2026

Ina sola Cina

 


Il 25 Ottobre 1971 l’Assemblea Generale dell’ONU adotta la risoluzione 2758, che afferma: “L’Assemblea Generale, riconoscendo che il ripristino dei diritti legittimi della Repubblica Popolare Cinese è essenziale per la salvaguardia della Carta delle Nazioni Unite, decide di ristabilire tutti i diritti della Repubblica Popolare Cinese e di riconoscere i rappresentanti del suo Governo come gli unici legittimi rappresentanti della Cina presso le Nazioni Unite, e di espellere immediatamente i rappresentanti di Chiang Kai-shek dal seggio che occupano illegalmente presso le Nazioni Unite e in tutte le organizzazioni ad essa collegate.” È un punto cruciale di una storia che inizia qualche decennio prima, alla fine della Seconda Guerra Mondiale e in seguito con vittoria dei comunisti guidati da Mao Tse Tung nella guerra civile: la questione di Taiwan.


L’isola di Taiwan entra a far parte dell’Impero Cinese nel 1683 con la dinastia Qing, nel 1895 viene occupata dai Giapponesi e rimarrà colonia degli stessi fino al 1945, quando la allora Repubblica di Cina, con una tregua tra il Kuomintang e Partito Comunista Cinese nella guerra civile già in atto da anni, con la capitolazione dell’imperatore Hirohito agli alleati riottiene l’isola. La guerra civile tra i nazionalisti del Kuomintang guidati da Chiang Kai-shek e i Comunisti guidati da Mao Tse Tung si conclude il primo Ottobre 1949, quando lo stesso Mao in piazza Tienanmen annuncia la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Chiang Kai-shek fuggì a Taiwan, portando con sé le riserve auree del paese e quel che restava dell'aviazione e della marina. Il PCC non avendo nè aviazione nè marina non potè inseguire i nazionalisti scappati sull’isola.


Il 7 dicembre 1949 Taipei divenne la nuova capitale dei nazionalisti cinesi. Chiang Kai-shek oltretutto ordinò nella fuga che tutti i manufatti provenienti sia dalla Città Proibita sia dal palazzo imperiale di Nanchino venissero trafugati e portati sull'isola di Taiwan. Questi oggetti formano oggi il cuore del "National Palace Museum" di Taipei. Da quel momento il Kuomintang continuò il suo operato stabilendo sull’isola un governo ultranazionalista, de facto una dittatura militare, considerandosi l'unico governo legittimo della Cina, avvalendosi del supporto occidentale, soprattutto degli USA, per mantenere il posto di rappresentanza all’ONU. In risposta Mao ha sempre dichiarato come legittimo e unico governo della Cina quello della Repubblica Popolare nato nel 1949, che oltretutto controllava tutta la parte continentale, richiedendo di conseguenza la sovranità anche di Taiwan.


Questo stallo continuò fino alla famosa risoluzione ONU del 1971 che delegittimò il Kuomintang e riconobbe la Repubblica Popolare come unica rappresentante della Cina alle Nazioni Unite. Una scelta dovuta, considerando la sconfitta dei nazionalisti nella guerra civile e la conseguente legittimità della Repubblica Popolare come erede giuridico e legale della Repubblica di Cina. Ad analizzarla fino a questo momento, sembrerebbe tutto risolto in favore di Pechino, ma è da qui che la storia nei fatti si complica. Complici gli USA, che non riconosceranno la Repubblica Popolare fino al 1979, il Kuomintang si barrica a Taiwan non cedendo la sovranità a Pechino e portando avanti altresì la sua dittatura militare sull’isola senza mai smettere di pretendere di essere “l’unica Cina”.


Taiwan non si dichiarerà mai indipendente e tutt’ora la sua Costituzione non prevede tale scelta. I motivi della “resistenza” di Taipei risiedono anche nella stessa risoluzione ONU. Nonostante essa abbia dichiarato illegittimo il Kuomintang e riconosciuto la Repubblica Popolare, il testo non cita esplicitamente Taiwan e non si pronuncia chiaramente su questioni territoriali e di sovranità. Ciò comporta che la risoluzione sia oggetto di interpretazioni politiche e non giuridiche, con tutte le conseguenze del caso, compreso l’opportunismo di paesi terzi che nella disputa vedono l’occasione intromettersi per propri interessi. Da un la Pechino afferma che l’ONU abbia dichiarato valida la politica della “Sola Cina” e che quindi Taiwan è parte di diritto della Repubblica Popolare.


Dall’altro Taipei afferma il contrario, cioè che l’ONU non ha mai dichiarato che Taiwan è parte della Repubblica Popolare. Questo status quo dura fino ad oggi, in un equilibrio assai precario. Uno dei fattori che ha aiutato la narrazione taiwanese è senza dubbio la caduta della dittatura militare del Kuomintang negli anni 80 e la seguente democratizzazione delle istituzioni. In pochi probabilmente sono a conoscenza del cosiddetto “Terrore Bianco” di Taiwan, che fa riferimento alla Legge Marziale stabilita nel paese dal Kuomintang guidato da Chiang Kai-shek il 19 maggio 1949 e durata più di 38 anni. La repressione politica di quel periodo fu estremamente intensa, con migliaia di morti e arresti giustificati con un anticomunismo isterico che vedeva “spie di Mao” in chiunque protestasse contro il governo.


Quando nel 1978 Chiang Ching-kuo, figlio di Chiang Kai-shek, prende il potere a Taiwan diventandone presidente, a tre anni di distanza dalla morte del padre, la dittatura comincia pian piano ad allentarsi. In tutti gli anni 80 i movimenti popolari che chiedevano riforme democratiche presero sempre più piede nel paese, fino a che nel 1987, precisamente il 15 Luglio, Chiang Ching-kuo decide di revocare, dopo quasi 40 anni, la Legge Marziale. Questa decisione sancisce la fine della dittatura e l’instaurazione di una repubblica di stampo liberaldemocratico con un impianto basato sulle democrazie occidentali. Nel 2005 il presidente Chen Shui-bian, rappresentante del Partito Progressista Democratico, propone di cambiare la costituzione per iniziare l’abbandono della linea del Kuomintang di “unica Cina” e per aprire un percorso di formale indipendenza. Un percorso non concretizzato perché avrebbe rotto lo status quo del 1971.


Oggi Taiwan, forte anche dell’accordo con gli USA che garantiscono armamenti e mezzi per difendersi da una possibile invasione da parte della Repubblica Popolare, è un paese formalmente senza status definito, riconosciuto da soli 12 paesi, quasi tutti piccole isole. Questo perché dal 1971 Pechino nega qualsiasi rapporto diplomatico a qualunque governo che riconosca Taiwan, anche se allo stesso tempo non obietta se gli stessi abbiano rapporti economici e altri che non comportino un riconoscimento diplomatico. Questa flessibilità della Repubblica Popolare consente a Taiwan di avere nei fatti rapporti con la grande maggioranza dei paesi nonostante non sia giuridicamente riconosciuta come paese sovrano. Un caso unico nella storia delle nazioni non riconosciute, che spesso hanno rapporti diplomatici e reali solo con il paese che ne ha appoggiato l’indipendenza.


L’obiettivo attuale del governo di Taipei, oggi sorretto dal Partito Progressista Democratico, avversario del Kuomintang, è di puntare sull’identità di paese con una sua identità nazionale, con un popolo che si riconosce come taiwanese e non cinese, con uno stato che vuole tagliare i ponti storici con la Cina continentale e arrivare ad essere riconosciuta non più come “Repubblica di Cina” ma come Taiwan. Una delle azioni intraprese è la rivalutazione in negativo della figura di Chiang Kai-shek, sul quale si sta costruendo una narrativa di condanna per il regime dittatoriale da lui imposto sull’isola e favorendo al contempo una nuova identità taiwanese. Nel 2024 il governo ha fatto intendere di voler procede allo spostamento e rimozione delle oltre 760 statue dedicate al leader nazionalista. Un segno di riconoscimenti dei crimini per molti, opportunismo per tagliare i rapporti con Pechino per altri.


Dal canto suo Pechino ha le idee ben chiare su Taiwan, riconfermate dalla Legge Anti Secessioni del 2005 che ribadisce che Taiwan è una parte inalienabile della Cina e che lo Stato ha il dovere di impedirne la secessione. La tesi del governo cinese non lascia spazio a interpretazioni. Taiwan è considerata non un nuovo stato nato nel 1949, ma un territorio occupato dal governo precedente a quello attuale del PCC. Difatti per la Repubblica Popolare Taiwan è il risultato di una guerra civile incompiuta dove gli sconfitti occupano illegalmente una parte del paese. Per fare un esempio, è come se in Italia scoppiasse la guerra civile e Mattarella, sconfitto, si rifugiasse all’Isola d’Elba e proclamasse di essere l’unico stato legittimo e da quel momento esistessero “due Italie”. Uno scenario che chiunque considererebbe alla stregua della fantapolitica.


Data la peculiarità del caso Taiwan, non sussiste una questione di autodeterminazione, in quanto mancano i criteri che la determinano, cioè la presenza di uno status di colonia o di oppressione etnica. Il 98% del popolo taiwanese è composto di cinesi di etnia Han, maggioritaria anche nella Cina continentale. Per Pechino si tratta anche di una questione di riscatto rispetto al “secolo delle umiliazioni”, quel periodo che va dal 1839 al 1949. Durante questa fase, la Cina subì continue interferenze da parte delle potenze occidentali e del Giappone, perdendo gran parte della propria sovranità e integrità territoriale. Taiwan è uno dei pezzi del territorio strappati dalle potenze imperialiste, come lo furono Hong Kong e Macao. Rinunciare a Taiwan significherebbe tornare a quelle umiliazioni e permettere ancora una volta lo smembramento della Cina.


Per la leadership del Partito Comunista Cinese annullare ogni contesa sull’isola significherebbe legittimare l’eredità del colonialismo, nonché accettare una frattura permanente e minare la legittimità storica dello Stato cinese moderno. Sussiste poi la questione geopolitica dei rapporti di forza tra potenze. Lo status quo ha permesso agli Stati Uniti di essere l’alleato principale e primario di Taiwan, con fortissimi investimenti economici nell’economia dell’isola. Taipei negli anni è diventata un polo tecnologico di estrema importanza, soprattutto perché produce il 60% dei semiconduttori e il 90% dei chip avanzati nel mondo. La Repubblica Popolare importa da Taiwan circa il 60% dei chip necessari al suo mercato interno. Lasciare che gli USA interferiscano nell’isola costituirebbe un pericolo esistenziale.


La questione di Taiwan non è paragonabile con nessun’altra che riguardi autodeterminazione e indipendenza di popoli e paesi. Fin troppe volte leggiamo sui media occidentali che Taiwan sarebbe un paese oppresso dalla Cina che lotta per la propria indipendenza fin dal dopoguerra contro i comunisti di Pechino. Una narrazione che rientra perfettamente nella definizione di disonestà intellettuale. La storia è fin troppo chiara, Taiwan non è una colonia, è storicamente parte della Cina dal XVII secolo e non esiste una “potenza coloniale” in quanto l’occupazione giapponese è finita nel 1945. La Repubblica Popolare non ha alcun potere su Taiwan, paradossalmente si invoca l’autodeterminazione contro uno Stato che non esercita il potere su un territorio che è il residuo di uno Stato sconfitto, di certo non il prodotto di una lotta anticoloniale.


Per il diritto internazionale l’autodeterminazione dei popoli è il diritto di un popolo di ottenere l'indipendenza, associarsi a un altro Stato o scegliere uno status politico separato. È riconosciuto legalmente solo in tre casi: dominazione coloniale, occupazione straniera o regimi di apartheid. Taiwan non rientra in nessuna di queste casistiche. In più, il diritto internazionale protegge anche la sovranità e l'integrità territoriale degli Stati esistenti. Sebbene la risoluzione ONU non citi esplicitamente Taiwan nella sua risoluzione, il riconoscimento della Repubblica Popolare come unica rappresentante della Cina non smentisce affatto la sovranità territoriale sull’isola da parte di Pechino. La storia di Taiwan dal 1949 in poi anzi rafforza la posizione della Repubblica Popolare Cinese per la quale l’autodeterminazione non si applica in questo caso.


Il principio di autodeterminazione non nasce come diritto universale alla secessione, ma come strumento di liberazione dal colonialismo. Invocare l’autodeterminazione in questo contesto, senza considerare i rapporti di forza imperiali, significa svuotare il principio e trasformarlo in un’arma geopolitica selettiva, che è esattamente ciò che fa l’occidente. Sostenere narrazioni che non tengono conto nè del contesto storico, nè delle condizioni reali rischi di trasformare uno strumento di difesa dei popoli in teologia dei diritti, dove a funzionare sono i rapporti di forza e gli interessi di parti terze. Lenin nel 1914 scrisse un saggio molto importante sull’autodeterminazione dei popoli e ancora oggi è di una attualità estrema. Scrive infatti che una secessione può essere formalmente “democratica” ma ma politicamente reazionaria, se rafforza l’imperialismo.


In particolare quando è sostenuta dalle grandi potenze, serve a creare Stati-cuscinetto e frammenta spazi politici rivoluzionari. Per Lenin, l’autodeterminazione non è mai separabile dall’analisi dell’imperialismo. In un punto del saggio Lenin parla dei casi come quello di Taiwan. Lenin afferma che le guerre civili non producono automaticamente nuove nazioni legittime e quando un potere sconfitto si ritira su una parte del territorio, continua a rivendicare lo Stato intero e sopravvive grazie all’appoggio esterno, è impossibile parlare di autodeterminazione, ma di conflitto irrisolto o di contro-rivoluzione sostenuta dall’esterno. È come se Lenin prevedesse Taiwan. Ma la preveggenza non c’entra nulla, è pura analisi marxista. In L’imperialismo, fase suprema del capitalismo Lenin analizza e descrive esattamente ciò che vediamo oggi.


Le potenze imperialiste usano il linguaggio dei diritti per mascherare espansione militare, accerchiamento geopolitico e controllo delle periferie dell’impero. Quando gli USA parlano di “democrazia a Taiwan”, stanno facendo ciò che Lenin descrive: diritti come sovrastruttura ideologica dell’imperialismo. Detto ciò, Lenin non nega i sentimenti nazionali. Non afferma in nessun modo che le volontà dei popoli non contano o che siano irrilevanti. Afferma al contrario che: “I sentimenti nazionali sono reali, ma devono essere valutati dentro la totalità del processo storico.”. Per Lenin quindi cambiare il giudizio politico non cancella la realtà sociale. Lenin non concepisce l’autodeterminazione quindi come un principio astratto valido in ogni contesto, ma come uno strumento nella lotta contro l’imperialismo.


Quando una secessione rafforza le grandi potenze e indebolisce un processo storico post-coloniale, essa perde il suo carattere progressivo, anche se rivendicata in nome della democrazia. Applicare meccanicamente l’autodeterminazione al caso di Taiwan significa rovesciare il senso leninista del concetto e trasformarlo in ideologia liberale. In una fase di profonda decadenza degli Stati Uniti come impero e in generale dell’occidente che vede la sua egemonia scemare sempre più velocemente, la questione taiwanese richiede una certa dose di pragmatismo e realpolitik. Alla Cina l’ultima cosa che conviene è l’invasione militare dell’isola, che comporterebbe un rischio enorme di una guerra diretta con gli Stati Uniti. D’altra parte a Taiwan oggi non conviene rompere lo status quo per andare verso una cosiddetta indipendenza che recida i legami con la sua storia e con Pechino.


Una guerra oggi converrebbe solo alla parte di mondo che è in crisi profonda, cioè l’occidente. A questo va aggiunto che per i sondaggi ufficiali solo il 10/15% dei taiwanesi spinge per la riunificazione con la Cina, contro più dell’80% che punta a mantenere lo status quo senza avere tempi precisi e determinati per arrivare all’indipendenza. La storia insegna che forzare i popoli non produce mai nulla di positivo e che invece di risolvere le contese, le amplifica generando problemi più grandi e che alla lunga risultano ingestibili. La Cina ha dimostrato molte volte di avere un approccio alle questioni politiche estere molto prudenti, vicine alla soluzione diplomatica sempre prioritaria rispetto alla guerra. La questione di Taiwan potrà risolversi solamente quando solo Pechino e Taipei potranno confrontarsi, da soli e senza alcun tipo di interferenza esterna. Altrimenti non potrà esserci alcuna soluzione pacifica.

Nicolò Monti

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