Sulle alture di Alesia, nell'autunno del 52 a.C., un presagio cupo aleggiava tra i fossati. L'antico oppidum dei Mandubi, protetto da pendii ripidi e corsi d'acqua, era divenuto una trappola per i guerrieri giunti da tutta la Gallia. Dall'alto, vedevano la crescente cintura di fortificazioni cesariane: undici miglia romane di legno, terra e fossati, puntellate da ridotte e torri, una morsa d'acciaio che stringeva l'osso.
Alesia Γ¨ l'ultima scommessa per i Galli assediati. Mesi di "terra bruciata" – villaggi incendiati, raccolti distrutti, greggi disperse – per negare risorse a Roma. Vercingetorige ha imposto una resistenza unitaria, basata sull'attrito, non sullo scontro diretto. Ora, rinchiusi sull'altopiano, Arverni, Mandubi, Edui e gli altri misurano il tempo con la diminuzione delle razioni, con gli sguardi sempre piΓΉ scavati dei compagni.
Inizialmente, la fiducia resiste: Vercingetorige ha mobilitato i messi per radunare un grande esercito di soccorso da ogni parte della Gallia. Le voci oltre le mura narrano di decine di tribΓΉ in marcia, un'onda imminente, un numero stimato in centinaia di migliaia. Nelle notti serene, i difensori di Alesia scrutano l'orizzonte, sperando nei bagliori dei fuochi amici, il segno che la Gallia esterna Γ¨ finalmente giunta a spezzare l'assedio.
All'arrivo del grande esercito di soccorso, l'altopiano risuona di grida. Dentro Alesia, gli scudi battono contro le palizzate, i corni rispondono agli echi. Ma i Galli assediati scoprono un secondo, inatteso, muro romano: oltre la prima linea che li cingeva, ne era stata costruita un'altra, rivolta all'esterno, con fossati e trappole, per bloccare il soccorso. La battaglia si trasforma in un doppio assedio terrificante: da un lato le sortite dei Galli chiusi, dall'altro l'assalto delle tribΓΉ in aiuto; nel mezzo, la cintura romana resiste e si piega senza spezzarsi.
Nel settore nord-occidentale, dove il terreno offriva un varco, i Galli si avvicinavano alla vittoria. Dall'altopiano, i guerrieri di Alesia vedevano il fumo romano e il panico tra i nemici. Il cuore di molti accelerava: pochi passi per ricongiungere le ali del mondo gallico e rompere l'assedio.
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Poi, la percezione mutò lentamente. Dalle linee romane si levò un nuovo grido: il generale in persona era giunto nel punto più critico, portando rinforzi. I Galli non scorgevano il mantello di Cesare, ma vedevano una realtà inequivocabile: la massa legionaria si ricompattava, il fronte si richiudeva, l'onda d'assalto indietreggiava. I segnali dai soccorsi si fecero incerti, le trombe meno sicure, finché il frastuono svanì e la pianura piombò in un silenzio di sconfitta.
Dopo la disfatta dell'esercito di soccorso, ad Alesia resta solo la fame. Finite le scorte, macellati i cavalli, gli abitanti dell'oppidum sono ormai ridotti all'ombra di sΓ© stessi. Il sogno di una Gallia unita si spegne insieme alle ultime forze per difendere le palizzate. I capi, in un consiglio amaro, comprendono l'inevitabile: non si puΓ² ribaltare il conflitto. La scelta non Γ¨ piΓΉ tra vincere o perdere, ma tra la morte inutile e una resa che salvi i superstiti.
Vercingetorige si offre a Cesare, barattando la propria vita con la salvezza del suo popolo. Il giorno dopo, esce da Alesia e si arrende, consegnando le armi e l'indipendenza gallica all'impero nascente. Dalle alture, i Galli assistono alla cavalcata solitaria: non solo la fine della guerra, ma l'amara comprensione che il loro eroismo Γ¨ stato piegato da una volontΓ piΓΉ organizzata, segnando la perdita definitiva della libertΓ .
Di Alesia restano i fossati, le tracce delle fortificazioni, i resoconti che esaltano la mente strategica del vincitore. Ma nella memoria d’Oltralpe vive un’altra immagine: un altopiano assediato, un popolo che, riconoscendosi per la prima volta parte di una stessa storia, vide svanire la speranza dei soccorsi e si sentΓ¬ irrimediabilmente solo.
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