Quella che scrive Mario Adinolfi non è un’analisi.
È come fissare una crepa sul muro e proclamare che l’intero edificio dell’umanità è marcio. Un episodio isolato diventa una sentenza universale, una partita di calcio diventa una teoria antropologica, un pregiudizio diventa dogma. Non è pensiero. È rumore.
Usare una finale per stabilire l’inferiorità civile e culturale di chi professa una religione è come giudicare un continente dal parcheggio di uno stadio dopo un derby. È la logica del cannocchiale girato al contrario. Più restringi lo sguardo, più ti illudi di vedere lontano, mentre stai solo spiando il tuo stesso preconcetto.
E allora la domanda va fatta in modo diretto, senza zucchero. È questo che ti hanno insegnato al catechismo? Perché il testo che dici di difendere ti smentisce senza appello.
“Non giudicate, per non essere giudicati” Matteo 7,1.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” Matteo 22,39.
“Non c’è più né giudeo né greco” Galati 3,28.
Tre frasi semplici, tre chiodi piantati dritti nella bara del tuo ragionamento. Se ti danno fastidio, il problema non è l’Islam. È che il Vangelo intralcia la tua voglia di dividere il mondo in buoni e cattivi per sentirti dalla parte giusta.
Poi arriva la lista degli orrori, buttata lì come una rete a strascico, senza distinzione, senza contesto, senza onestà. Tutto mescolato, tutto utile a una sola cosa: costruire un nemico unico e comodo.
Seguendo questa logica, quando in Italia si pestano tifosi per una partita di calcio, uno potrebbe serenamente concludere che mangiare pizza e pasta rende deficienti le persone.
Un americano che allo stadio si siede tranquillamente in mezzo ai tifosi avversari senza rischiare la pelle, potrebbe dirlo. Oppure, guardandoti, potrebbe affinare la tesi in “mangiare troppo rende idiote le persone”. Sarebbe un’analisi dello stesso identico livello. Cioè imbarazzante.
Qui non c’è alcuna difesa della civiltà. C’è la paura di confrontarsi con la complessità. È come indossare un elmetto di latta e proclamarsi generale, sperando che nessuno si accorga che sotto non c’è una strategia ma solo rancore.
E il finale è inevitabile, ed è brutale. Tu non sei un paladino dei valori cristiani. Sei la loro smentita vivente. Non stai combattendo il fanatismo, lo stai replicando in versione speculare. Perché il meccanismo è identico: semplificare, disumanizzare, condannare in blocco. Se questo è il tuo contributo al dibattito culturale, allora non stai illuminando nulla.
Stai solo dimostrando che il razzismo, quando si veste da crociata morale, non diventa più nobile.
Diventa solo più patetico.

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