Nella primavera del 70 d.C., mentre la rivolta giudaica infuriava dal 66, l'Urbe inviΓ² Tito ad assediare Gerusalemme. L'obiettivo era duplice: ristabilire l'ordine ed offrire un monito esemplare alle province ribelli. Vespasiano, divenuto imperatore, aveva giΓ condotto una lunga e cruenta campagna, costringendo i rivoltosi a trincerarsi nella loro capitale. Subentrato al padre nel caos dell'"anno dei quattro imperatori", Tito prese il comando diretto dell'imponente esercito di quattro legioni e truppe ausiliarie, stringendo la morsa intorno alla cittΓ santa all'inizio del 70. Gerusalemme, giΓ sovraffollata da profughi e pellegrini per la Pasqua, era dilaniata da lotte intestine: le fazioni di Giovanni di Giscala, Simone bar Giora ed Eleazaro ben Simone si combattevano, distruggendo viveri e minando ogni speranza di resistenza.
Quando le aquile romane cinsero d'assedio Gerusalemme, Tito dispose tre legioni a occidente e una sul Monte degli Ulivi, a oriente. I varchi furono chiusi, consentendo l'ingresso ai pellegrini ma impedendone l'uscita, per aggravare la penuria di viveri. L'assedio divenne presto una guerra di logoramento: le mura esterne caddero sotto i colpi delle macchine e degli arieti, interrotti da disperate sortite dei difensori. Per piegare la cittΓ , i Romani eressero una palizzata continua, abbattendo gli alberi nel raggio di miglia, soffocando ogni speranza di rifornimento e riducendo la popolazione alla fame. Le cronache di Giuseppe Flavio, l'ex comandante ebreo passato a Roma, narrano il dramma: la violenza interna si sommava al cerchio d'acciaio delle legioni che stritolava la cittΓ stremata.
A luglio, dopo aspri scontri, i Romani penetrarono nelle zone interne, asserragliando i difensori nel complesso del Tempio, cuore religioso e simbolico. La tensione esplose tra l'8 e il 10 di Av (In ebraico, la parola Av significa letteralmente "padre"), quando, come narra Giuseppe, un soldato romano lanciΓ² una torcia contro il santuario, innescando un incendio incontrollabile. Tito, accorso, ordinΓ² invano di spegnere le fiamme, desideroso di salvare l'edificio. Ma nulla fermΓ² il furore delle truppe: il fuoco divorΓ² il Tempio, mentre i soldati massacravano indiscriminatamente uomini, donne e bambini nei cortili, macchiando di sangue il luogo sacro, meta per secoli di pellegrini da tutto il Mediterraneo.
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Cessata ogni resistenza, il santuario crollΓ² tra fumo e urla: Gerusalemme era condannata. Quartieri interi furono incendiati, le mura abbattute, la popolazione trucidata, schiavizzata o dispersa. Il saccheggio del Tempio arricchΓ¬ Roma di un bottino immenso: oggetti rituali preziosi, tessuti, arredi che attestavano la ricchezza del culto. Le successive processioni trionfali a Roma esibirono ai cittadini l'oro strappato alla cittΓ ribelle, trasformando il dolore di un popolo in mero spettacolo politico. L’Arco di Tito, eretto intorno all’81, conserva il rilievo dei soldati che trasportano la grande menorah, le trombe d’argento e altri oggetti sacri, unico eco in pietra di quel corteo di trofei e prigionieri che celebrava la vendetta di Roma.
La caduta di Gerusalemme fu piΓΉ di una vittoria militare: una ferita aperta nella storia ebraica e dell'Impero. Senza Tempio, il culto mutΓ²: la sinagoga, la Legge e le scuole rabbiniche ridefinirono la tradizione. Per Roma, la repressione fu il trionfo della dinastia Flavia, fonte di risorse e legittimazione per Vespasiano e Tito. Nelle rovine, nelle catene e nell'Arco, si specchia la vendetta imperiale: punizione esemplare e, al contempo, inizio della Diaspora che avrebbe plasmato per secoli la memoria di entrambi i popoli.
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