Medio Oriente C’è un progetto politico diverso da quello che c’era fin da prima del 7 ottobre - come dimostra un rendering agghiacciante, uscito dagli uffici di Netanyahu?
Un'immagine del power point prodotto dall'ufficio del primo ministro di Israele sul progetto Gaza 2035
Ma cosa vuol dire «occupazione totale» della striscia di Gaza? C’è un progetto politico diverso da quello che c’era fin da prima del 7 ottobre – come dimostra un rendering agghiacciante, uscito dagli uffici di Netanyahu?
Un progetto pubblicato poi da Adam Tooze, ripreso da vari giornali e
anche dal manifesto? Sto parlando del progetto «Horizon Gaza 2035», una
striscia scintillante di grattacieli e impianti di estrazione, resort
turistici e collegamenti ferroviari avveniristici – una Gaza successiva
alla soluzione finale per i gazawi, annessa a Israele nel quadro di
un’estensione degli accordi di Abramo all’Arabia saudita. La tenebra del
genocidio nascosta sotto lo scintillio dei palazzi.
Ma c’è una motivazione comprensibile, che possa estrarsi dal groviglio
della complicità collettiva, per cui in Israele la maggioranza dei
cittadini e in Occidente la maggioranza dei governi disdegnano e
tacitano le pronunce delle Corti e gli obblighi che ne derivano (agire,
cessare i rifornimenti di armi, rompere gli accordi di associazione)?
C’è, e l’ha espressa con chiarezza qualche giorno fa Fania Oz, figlia di Amos e coautrice di Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2012), sionista liberal, già storica delle idee e del pensiero politico all’Università di Haifa (Il Fatto quotidiano, 2 agosto 2025), portando alla luce un nodo profondo della storia e della coscienza contemporanee. La parola «genocidio» non andrebbe usata perché «chi usa questo termine sottintende che Israele non abbia diritto di esistere».
Fanía Oz, figlia di Amos, sostiene che la parola «genocidio» non andrebbe usata perché «chi usa questo termine sottintende che Israele non abbia diritto di esistere»
Che uno stato garante dell’autodeterminazione di un popolo non abbia il «diritto di esistere» così non significa che non abbia «diritto di esistere» in assoluto, qualunque cosa si intenda con questa categoria non contemplata dalle dottrine giuridiche (a differenza del diritto di autodeterminazione dei popoli). C’era, nel sionismo delle origini, una corrente contraria alla costruzione di uno stato nazionale ebraico a danno, via pulizia etnica, della popolazione preesistente in Palestina. Anche l’Unscop, il Comitato speciale delle Nazioni unite sulla Palestina, avanzò nel 1947 la proposta di uno stato federale binazionale, che purtroppo restò minoritaria e non fu sottoposta al voto all’Assemblea generale. Esistere ed esistere così non sono la stessa cosa. Altrimenti scomparirebbero il possibile e il dovuto, cioè il respiro stesso della ragione, e ci si appiattirebbe sull’accaduto e sul fatto.
«Esistendo così», lo stato-nazione ebraico conduce anche se stesso nel nulla della disperazione. Come prefigurato dalla letteratura
È probabile che Amos Oz, l’uomo, sarebbe stato d’accordo, oggi, con la tormentata posizione di sua figlia, che certamente dobbiamo rispettare, ma che dal punto di vista della ragione e sulla base dell’evidenza appare contorta. Eppure. «Tratto m’hanno dal mar dell’amor torto», potrebbe dire, con Dante, Amos Oz lo scrittore, l’autore di Una storia d’amore e di tenebra (2002). E chi o cosa lo avrebbe tratto da quel mare? Le folgoranti verità della prosa quando non ha tesi, ma solo parole tese come orecchie di dio, grandi e vibratili, per captare il pianto delle cose, o il loro riso, i suoni dell’anima prima che li soffochino le grancasse del mondo e della storia, come è narrata dai vincitori. Non c’è spazio che per un solo esempio, ma ne vale mille. 29 novembre 1947.
Per le strade e sui balconi di Kerem Abraham nel Nord di Gerusalemme folle di immigrati dall’Europa dell’Est si stringono intorno alle poche radio, sintonizzate in diretta sulla votazione dell’Assemblea Generale dell’Onu. È in gioco la risoluzione 181: la proposta maggioritaria dell’Unscop, la partizione della Palestina che ne assegna più di metà alla minoranza ebraica, per costruirvi lo stato di Israele. Un ragazzino di nove anni ascolta.
«Trentatré a favore. Tredici contro. Dieci astenuti …. La proposta è accolta». Un urlo si leva. «Non assomigliava a nessun furor di popolo, forse era piuttosto una specie di esclamazione di orrore e sconcerto, un grido da cataclisma, un urlo che spaccava le pietre, ecco cos’era, che raggelava il sangue, quasi che tutti i morti già uccisi e quelli che sarebbero stati uccisi in futuro avessero avuto in quel momento un infinitesimo istante per gridare».
È un attimo, e quell’urlo orripilato si trasforma «in una moltitudine di grida di gioia e in una notte di festa e di ‘il popolo d’Israele vive!’». È appena all’inizio, l’autobiografia di Amos Klausner (più tardi cambiato in Oz), nipote di Yosef Klausner, uno dei più noti e ferventi seguaci del sionismo fascista di Zeev Jabotinsky, l’ispiratore del terrorista Menachem Begin, il fraterno avversario di Ben Gurion. Quasi tutto deve ancora succedere.
Ma se ci arrivate in questi giorni, a quell’ultima pagina straziata e spietata di Una storia d’amore e di tenebra, che descrive il suicidio della madre e lo rivela filo conduttore del libro, non potrete non sentirvi la tenebra che la vince sull’amore, e conclude nel nulla della disperazione l’autobiografia dello stato-nazione ebraico.
https://ilmanifesto.it/scrittura-e-verita-su-israele-una-storia-damore-e-di-tenebra
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