martedì 14 maggio 2013


La fabbrica della carità

fma 
Si sa che in natura nessun processo di trasformazione ha un rendimento del 100%, che in ogni caso una parte dell’energia impiegata non si ritrova nel prodotto finale. Si tratta di stabilire, posto che il processo di trasformazione non sia fine a se stesso, se esiste un rendimento limite al di sotto del quale non sia più conveniente produrre.
Parlando di beni e di servizi destinati a essere venduti e comprati, il limite c’è e lo stabilisce il mercato. Un processo viene abbandonato quando il prodotto non è più remunerativo. Nessuno semina se il rapporto tra seminato e raccolto è di uno a uno. Nessuno investe in un’attività che non remunera il capitale, o che produce perdite. È un metodo da taluni percepito come “iniquo” e magari lo è, dipende da cosa s’intende per “equo”, che ha tuttavia l’innegabile pregio di fornire risposte precise: sì, no. Altri metodi, da quegli stessi taluni percepiti come “equi”, hanno spesso il difetto di non fornirne affatto.
Se ne ha la riprova quando si lascia il mondo del libero scambio e ci si inoltra in quello delle buone cause.
In questi giorni è in atto la corsa per accaparrarsi il cinque e l’otto per mille delle nostre imposte. I questuanti gareggiano magnificando ognuno la bontà della propria iniziativa, la nobiltà dell’intenzione che la muove, la generosità delle persone che vi operano, la soddisfazione dei beneficati. “Chiedilo a loro”, segue galleria dei beneficiati, recita il fortunato slogan della Chiesa Cattolica, alla quale evidentemente dev’essere parso il mezzo più efficace per volgere a proprio vantaggio la volontà degli Italiani: attraverso l’emozione che suscita la vista della sofferenza altrui, piuttosto che attraverso l’arido linguaggio dei dati.
I quali dati, per l’otto per mille esercizio 2012, sono questi (fonte ufficiale):

Dare e Avere
Esigenze di culto e pastorali479.226.000
Interventi Caritativi255.000.000
Sostentamento del Clero363.850.000
Accantonamento50.000.000
Totale Spese1.148.076.000
Totale Entrate1.148.076.000
Se il prodotto finale dovessero essere le Opere Buone il rendimento sarebbe un modesto 22%. Naturalmente la Chiesa Cattolica potrebbe ribattere che il suo fine è ben altro e ben più alto. In ogni caso non avrebbe nulla di cui preoccuparsi, perché quasi nessuno illustra i risultati conseguiti a fronte delle risorse impiegate, e a ragione, posto che i risultati sembrano non interessare a nessuno. Quasi che tutti fossero convinti che i soldi devoluti in beneficienza siano comunque spesi bene e che non si debba stare a spaccare il capello: “Che la tua mano sinistra non sappia cosa fa la destra”.
Ma sarà così? o non sarà un pregiudizio diffuso ad arte da chi intende trarne vantaggio? Esiste, nel campo delle opere buone, un limite superato il quale sarebbe nell’interesse generale che un’organizzazione senza fini di lucro, poco efficiente, lasciasse il posto (e le risorse) a un’altra organizzazione, anch’essa senza fini di lucro, più efficace?
Si stima che l’insieme delle attività del Terzo settore nel mondo (organizzazioni non governative, onlus, fondazioni, enti caritativi, enti umanitari, cooperative) metabolizzi annualmente 400 miliardi di dollari. Le sole ong (acronimo che individua le organizzazioni o le associazioni di cittadini, non create dai Governi ma da questi riconosciute, che svolgono attività, senza scopo di lucro, nella solidarietà sociale e nella cooperazione allo sviluppo) sono 50.000 e raccolgono annualmente 10 miliardi di dollari.
In Italia, negli anni Sessanta, le ong non arrivavano a una ventina. Oggi sono 248, si interessano di 3.000 progetti in 84 Paesi del mondo, occupano 5.500 persone e gestiscono 350 milioni di euro l’anno.
Probabilmente tutti ci siamo chiesti, almeno una volta nella vita: ma dove finirà realmente questo fiume di soldi?
La sezione italiana di Amnesty International spende ogni anno circa un terzo dei soldi raccolti per promuoversi e sostenersi: rendimento 66%.
Greenpeace Italia fa un po’ peggio: nel 2011 ha impiegato 2.349.000 euro in favore degli oceani, delle balene e delle foreste, mentre ne ha spesi 2.482.000 per promuoversi e cooptare nuovi iscritti: rendimento  di poco superiore al 48%.
Stiamo parlando di due organizzazioni tra le più famose e trasparenti, che pubblicano i propri bilanci. Ma in Italia non esiste una legge che imponga alle ONG di farlo. Va bene così?
Mica tanto, secondo la Corte dei Conti, che nel luglio 2012, pubblicando i risultati di un’indagine denominata Contributi alle organizzazioni non governative per la realizzazione di attività di cooperazione”, è giunta a questo giudizio di sintesi:
“Conclusivamente si è espresso l‟auspicio che l‟Amministrazione adotti, nella materia della cooperazione allo sviluppo, una linea di condotta innovativa sul piano “culturale”, introducendo metodologie atte a valutare la convenienza della destinazione alternativa delle risorse finanziarie unitamente ad una diversa qualità dell’informazione contabile in grado di rendere effettivo il controllo sull’attività verificandone costi, tempi e modi di svolgimento.”
Un modo alquanto paludato e contorto per sollecitare l’Amministrazione (dello Stato) a controllare i processi di produzione delle opere buone. Per separare il grano dal loglio, si suppone.
L’indagine della Corte dei Conti, che ha riguardato l’attuazione di 84 progetti in 23 Paesi, ha rilevato in 28 di questi progetti (33%) significative criticità.
Per esempio, nei confronti del progetto CISS 7424, denominato Un programma di turismo sostenibile per il Governatorato del Fayoum”, la Corte annota:
Dei dieci risultati attesi la verifica condotta ne ha accertati raggiunti solo 4 completamente e due in modo parziale; il risultato finale quindi non supera il 50% dell’intero progetto.[...] non sono state rilevate, inoltre, tracce significative a testimonianza di quanto fatto e l‟impatto sul territorio, sulla realtà turistica e sulla produzione artigianale su cui si voleva intervenire si è rivelato sostanzialmente irrilevante; nessun contatto della ONG con la controparte locale (Governatorato del Fayoum) al temine del progetto e nessuna prosecuzione delle iniziative e attività da parte del Governatorato, conseguentemente non sono stati più finanziati progetti CISS.Non è stato possibile effettuare verifiche contabili, in quanto tale documentazione non era presente nel paese come invece dev’essere per delibera.”
In soldoni: soldi buttati via. Il destinatario dichiarato non ne ha goduto. Gli unici a trarne giovamento sono stati probabilmente gli operatori dell’ONG, che ne hanno ricavato un lavoro e un sostentamento, e i donatori che all’atto del donare ne hanno tratto un piacere. Nient’altro.
Mi rendo conto che è una domanda mal posta, in un Paese per consolidata tradizione più attento alle intenzioni che ai risultati, ma la pongo lo stesso perché mi pare pertinente, ancorché antipatica: si può pensare di sottoporre a spending review il processo di produzione delle opere buone, per rendere un po’ più trasparente la ripartizione finale del flusso di denaro che l’alimenta, arrivando a smettere di finanziare le organizzazioni che non rendano pubblico il loro bilancio d’esercizio: tanto entra, tanto esce, tanto resta impigliato nelle maglie del sistema?
Oppure solo a pensarlo si fa peccato?
N.d.R.


About 
Uno che pensa che il futuro sia importante, ma non come si crede, forse perché ce l’ha già tutto alle spalle. Che sia inutile e pericoloso perdere di vista il presente, soprattutto quando ti chiedono l’uovo oggi per la gallina domani. Perché la gallina non abita nel futuro, come dimostra ampiamente il passato.

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