sabato 7 novembre 2026

KATYN 1940: IL MASSACRO DI 22.000 POLACCHI CHE STALIN ATTRIBUÌ AI NAZISTI

 


MISTERI DELLA STORIA – N. 56


KATYN 1940: IL MASSACRO DI 22.000 POLACCHI CHE STALIN ATTRIBUÌ AI NAZISTI


Nella primavera del 1943, in una foresta nei pressi di Smolensk, nella Russia occidentale, i tedeschi annunciano una scoperta agghiacciante: fosse comuni contenenti migliaia di cadaveri di ufficiali polacchi, molti con le mani legate e un proiettile nella nuca. Berlino accusa immediatamente l’Unione Sovietica. Mosca risponde sostenendo che si tratta di un crimine nazista. Comincia così una delle più lunghe operazioni di disinformazione della storia contemporanea. Per quasi cinquant’anni, la verità sul massacro di Katyn rimarrà ufficialmente negata dal Cremlino.


Per comprendere questa vicenda dobbiamo tornare al settembre 1939. Il 1° settembre la Germania nazista invade la Polonia da occidente. Il 17 settembre anche l’Armata Rossa attraversa il confine orientale polacco, in applicazione degli accordi segreti collegati al patto Molotov-Ribbentrop.


La Polonia viene spartita tra Hitler e Stalin. Centinaia di migliaia di cittadini polacchi finiscono sotto occupazione sovietica. Tra loro migliaia di ufficiali, poliziotti, funzionari pubblici, insegnanti, medici e intellettuali, considerati potenziali nemici del regime comunista.


Molti vengono rinchiusi nei campi di Kozelsk, Starobelsk e Ostashkov, controllati dall’NKVD, la polizia politica sovietica.


Il 5 marzo 1940 Lavrentij Berija, capo dell’NKVD, presenta a Stalin una proposta destinata a trasformarsi in una delle pagine più terribili della storia polacca: eliminare fisicamente migliaia di prigionieri considerati irriducibili nemici del potere sovietico.


Il Politburo approva. Sul documento compaiono le firme di Stalin, Molotov, Vorosilov e Mikojan, insieme alle annotazioni relative all’assenso di Kalinin e Kaganovic.


La decisione prevede l’esecuzione di 25.700 prigionieri. Le vittime effettivamente registrate saranno 21.857.


Tra aprile e maggio 1940 cominciano le esecuzioni. I prigionieri vengono prelevati dai campi, trasportati verso località prestabilite e uccisi sistematicamente con colpi di pistola alla nuca.


Circa 4.400 uomini vengono sepolti nella foresta di Katyn. Altri vengono assassinati a Kalinin, oggi Tver, e a Kharkiv, mentre ulteriori esecuzioni avvengono nelle regioni occidentali dell’Ucraina e della Bielorussia sovietiche.


Non si tratta quindi di un unico massacro, ma di un’operazione coordinata che prende il nome dal luogo destinato a diventare il simbolo dell’intera tragedia.


L’obiettivo è colpire una parte significativa delle élite militari, amministrative e intellettuali polacche, indebolendo la capacità del Paese di ricostituire una propria classe dirigente indipendente.


Poi arriva il 1943.


I tedeschi, che occupano la regione di Smolensk, rendono pubblica la scoperta delle fosse comuni. Organizzano visite e indagini internazionali, utilizzando il massacro come strumento di propaganda contro l’Unione Sovietica.


Ma questa volta l’accusa tedesca corrisponde alla realtà dei fatti.


Stalin nega ogni responsabilità e sostiene che gli ufficiali polacchi siano stati assassinati dai nazisti nel 1941, dopo l’invasione tedesca dell’URSS.


Il governo polacco in esilio a Londra chiede un’indagine della Croce Rossa Internazionale. Mosca reagisce interrompendo le relazioni diplomatiche con i polacchi.


Gli Alleati occidentali si trovano davanti a un problema enorme. L’Unione Sovietica è indispensabile per sconfiggere Hitler e una rottura con Stalin potrebbe compromettere la coalizione antinazista.


Per ragioni strategiche, britannici e americani evitano uno scontro pubblico diretto con Mosca sulla responsabilità del massacro, nonostante le informazioni che indicano il coinvolgimento sovietico.


Dopo la guerra, nella Polonia comunista, la versione ufficiale continua ad attribuire Katyn ai tedeschi. Parlare apertamente delle responsabilità dell’NKVD può comportare conseguenze politiche e giudiziarie.


Nel 1952 una commissione del Congresso degli Stati Uniti conclude che il massacro è stato compiuto dai sovietici. Ma Mosca continua a negare.


La svolta arriva soltanto il 13 aprile 1990.


Durante la presidenza di Michail Gorbaciov, l’Unione Sovietica riconosce ufficialmente la responsabilità dell’NKVD nell’eccidio.


Due anni dopo, nel 1992, il presidente russo Boris Eltsin consegna alla Polonia copie dei documenti segreti, compresa la decisione del 5 marzo 1940 firmata dai vertici sovietici.


Dopo mezzo secolo, la documentazione custodita negli archivi del Cremlino conferma ciò che per decenni era stato negato.


Ma la storia di Katyn non riguarda soltanto l’assassinio di quasi 22.000 persone. Riguarda anche la costruzione di una menzogna di Stato, sostenuta attraverso propaganda, falsificazioni e silenzi diplomatici.


Per cinquant’anni Stalin e i suoi successori attribuirono ai nazisti un crimine ordinato dai vertici sovietici. E il documento che dimostrava la verità era rimasto, per tutto quel tempo, custodito negli archivi dello stesso regime responsabile del massacro.


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