lunedì 31 marzo 2025

La vicenda di Ginevra

 


Lei è Ginevra.

Quando denunciò il marito, la sua bambina venne affidata al padre.

A carico di questa donna non esisteva nessuna accusa.

Solo una diagnosi a distanza fatta da una ‘dottoressa’ che la dichiarò “istrionica”. 

“Una personalità instabile che avrebbe potuto diventare pericolosa per la bambina”. 

E sulla base di una visione, 18  assistenti sociali raggiunsero Ginevra mentre era al parco con la piccola e la portarono via da lei per sempre.

La bambina aveva soltanto 18 mesi.

Questa non è giustizia!

Non si può punire una donna/madre, che non ha mai fatto nulla e salvare l’uomo/padre, guarda caso molto ricco, rinviato a giudizio. Non si può affidare ad un uomo violento una bambina di 18 mesi.

Una storia terribile. 

Di due vite distrutte da uno Stato che protegge l’uomo violento, e continua ad accanirsi sulle donne vittime di violenza.

Vergogna!


“Quando iniziai a preparare il pranzo per noi, mi accorsi che mancava il pomodoro per fare il sugo, quindi, da dietro la porta del bagno, gli chiesi se gli andava bene la pasta col tonno. Lui a quel punto uscì improvvisamente dal bagno cominciando ad urlarmi addosso che “se fossi stata di più a casa mi sarei accorta se fosse finito il pomodoro”. Quando gli risposi che stavo sempre a casa, che uscivo solo tre ore la settimana per andare a nuotare e che non poteva accusarmi di questo, lui disse che non era vero, che venerdi ero tornata a casa alle otto di sera! Gli ricordai che ero andata a prendere la torta per la festa del papà e a quel punto cominciò a urlare, con gli occhi di fuori, che non dovevo usare quei toni con lui, che non dovevo permettermi di rispondergli e mi venne addosso guardandomi minacciosamente, tutto rosso in viso e con le vene del collo di fuori. Mi lanciò per il salotto per poi riprendermi per le braccia, bloccandomele con forza dietro la schiena. Poi mi lasciò, si avvicinò al tavolo che era già apparecchiato, dove c'eri tu e si tolse l'orologio dal polso. In quel momento ero terrorizzata, temevo che si avventasse su di te. In quegli attimi di secondi trovai addirittura il tempo, in qualche angolo ammalato della mia mente, di giustificare perfino l'azione di essersi tolto l'orologio come per farmi meno male. Lo pregai di smetterla, gli chiesi cosa gli stesse prendendo così per niente. Sul seggiolone davanti a noi c'eri tu che immobile guardavi verso noi, senza ancora capire cosa stesse per succedere. Intanto lui mi tornava addosso dicendomi: -Ora ti faccio vedere io! Adesso mi hai veramente rotto il cazzo!-. 

Senza il suo Patek Philippe da un milione di euro, mi prese a spinte, a strattonate, a botte sul seno e sulla schiena. Tu spaventata cominciasti a piangere disperatamente. Lo supplicai di lasciarmi e di andare via, piangevo, mi stava facendo male e c'eri tu che piangevi impaurita nel vedere tuo padre che picchiava tua madre. Le sue botte neanche le sentivo, sentivo solo il tuo pianto che mi uccideva, che distruggeva tutto quello che avevo fatto fino a quel momento per te. Avevo voglia di prenderti e abbracciarti, di stringerti forte a me per consolarti ma non potevo, lui mi impediva di raggiungerti...”

Claudia Saba Due 

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