Prima di internet, dei social network, dell'11 Settembre e della rivoluzione digitale, esisteva un altro mondo, quello dove sono nato e cresciuto.
Era un mondo diverso, molto ingenuo e molto particolare.
Era un mondo dove potevi credere che una macchina lanciata a 88 miglia orarie potesse farti tornare indietro nel tempo. Un mondo dove era "normale" che un professore, smessi i panni del serioso docente, potesse impugnare una frusta ed indossare un cappello, per poi avventurarsi in imprese mirabolanti. Un mondo dove ancora si credeva che lassù, tra le stelle, un piccolo rappresentante di una popolazione diversa da noi, potesse in qualche modo vivere nella nostra società, e tutto questo grazie alla magia racchiusa negli occhi di un bambino.
Già, un bambino. Come me. Che sognava di cavalcare il fantadrago mentre mangiava le girelle di nonna Giuseppina ed aspettava le 16:30 per vedere i giganti del wrestling.
Ecco, li chiamavamo così allora, i "giganti", le "stelle", i "fenomeni" del wrestling. A nessuno di noi veniva minimante il dubbio che quelle persone - se così potevano essere chiamate - fossero come me e voi.
Ad esempio, guardate questi due: Antonio Inoki ed André the Giant. Da una parte abbiamo un campione immortale, maestro non solo dell'arte della lotta libera (e non ho utilizzato la parola "arte" a caso), ma anche uno dei padri fondatori delle moderne Mixed Martial Arts.
Dall'altro, l'ottava meraviglia del mondo, il gigante francese da Grenoble. I due si scontrarono una ventina di volte in Giappone e tutte le volte lasciarono un marchio indelebile su quel quadrato, mentre le parole di Tony Fusaro facevano da colonna sonora ai loro epici scontri. Il rispetto tra queste due icone era talmente enorme l'uno nei confronti dell'altro che André, durante il fatidico match del 17 Giugno 1986 perse per sottomissione, una situazione questa di una rarità unica.
Giganti o meraviglie, dicevamo, e lo hanno dimostrato anche più avanti. Lottando, sfidando la vita "a muso duro" come diceva Pierangelo Bertoli: André sfiderà un male ancora quasi del tutto sconosciuto, che ne consumerà ossa e resistenza... ma non l'anima, che è rimasta immortale.
Antonio andrà avanti, ancora, per tanti anni, cercando di fare del wrestling un mezzo per portare la pace nei posti dove questa parola risulta - ancora oggi - difficile da trovare sul vocabolario.
Grazie a loro, ad Hulk Hogan, a Tatsumi Fujinami e tutti quelli venuti dopo di essi, credevamo veramente a tutto.
Era l'epoca in cui Rambo, da solo, metteva a ferro e fuoco una città, facendoci credere che un uomo singolo poteva fare qualsiasi cosa, se vi credeva. E sotto quella stessa città poteva nascondersi un galeone ricco d'oro, raggiungibile solo con la mappa di Willy l'Orbo.
Poi, improvvisamente, è cambiato tutto.
Quelle immagini di aerei contro quelle due svettanti torre americane ci insegnarono che il vecchio mondo, come loro, stava crollando. E su quelle macerie è nata una nuova generazione, che non crede più nelle favole, nelle leggende e nei "giganti".
Per loro, l'immagine non esiste se non è riflessa sullo schermo di un telefono portatile. E sempre per loro, è nato un nuovo esercito di lottatori: persone come noi, grandi atleti, ma non più supereroi da fumetto o eroi da film d'azione: chi può più credere in quei simulacri di un tempo perduto?
È giusto così, va bene così.
La storia stessa dell'umanità è intrisa di cambiamenti, di nuove forme di concepire ed affrontare il mondo in cui viviamo. Perché il wrestling dovrebbe essere da meno?
E quelli come noi si sono adeguati. Anche noi abbiamo il nostro smartphone, abbiamo un account su almeno due o tre social media, anche noi siamo stati testimoni di un mondo che ha abbandonato le sue vecchie vestigia per entrare in un futuro sempre più tecnologico... e sempre più senza anima.
Ma, ad uno sguardo attento, siamo riconoscibili facilmente.
Perché mentre lavoriamo, mentre mangiamo, mentre ci sediamo, stanchi, davanti alla tv insieme alle nostre famiglie, mentre ridiamo, piangiamo o affrontiamo la vita di tutti i giorni, qualcosa nel nostro sguardo tradisce una malinconia, un ricordo labile ma sempre presente dentro noi stessi.
Perché viviamo in questo nuovo mondo, ma siamo stati testimoni di un tempo in cui André the Giant si scontrava contro Antonio Inoki, in cui Hulk Hogan ed Ultimate Warrior si abbracciavano al centro del ring, in cui era ancora possibile avere il dubbio se "quelli lì" facevano sul serio oppure no.
A differenza di chi oggi vive consapevole di tutto quello che lo circonda, noi, che eravamo molto più ingenui, persi nelle nostre fantasie di un sabato pomeriggio a bere cioccolata calda davanti alla tv sintonizzata su Italia 1 o Tele+2, abbiamo vissuto fianco a fianco di giganti, avventurieri, supereroi e sognatori.
Il vecchio mondo, il nostro mondo, non aveva cellulari, non aveva show di wrestling tutti i giorni, non aveva praticamente niente, ma di una cosa era straordinariamente ricco: la fantasia.
La stessa fantasia che oggi sentiamo che nemmeno Bastian ed Atreyu sono riusciti a salvare, lasciandoci un enorme, triste vuoto che rischia di essere inghiottito dal Nulla.
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