Nel crepuscolo del 18 marzo 1314, l’aria attorno all’Γle aux Juifs era satura del fumo acre di un rogo destinato a segnare la fine di un’epoca e l’inizio di una leggenda. Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio, si avviava al supplizio finale dopo anni di prigionia, torture e processi farsa abilmente orchestrati dal potere regale.
Mentre le fiamme cominciavano a lambirgli il corpo, la tradizione storiografica racconta che egli scagliΓ² un anatema contro i suoi persecutori, il re Filippo IV il Bello e papa Clemente V. Quel grido, intriso di giustizia e di fede, risuonΓ² nel cuore della cristianitΓ come un appello al tribunale divino, chiamando entrambi i potenti a rispondere davanti a Dio entro un anno.
La storia annota, con un’inquietante puntualitΓ , che papa Clemente V si spense il 20 aprile 1314, seguito dal sovrano francese il 29 novembre dello stesso anno. Questa doppia e ravvicinata scomparsa innescΓ² una crisi dinastica senza precedenti per la stirpe dei Capetingi e alimentΓ², tra il popolo, la convinzione che la maledizione avesse davvero colpito nel segno.
Le radici di questa tragedia affondano nel 13 ottobre 1307, quando Filippo il Bello fece scattare, in un’unica notte, l’arresto simultaneo di tutti i Templari presenti nel regno di Francia. Dietro quel colpo di mano si celavano non solo accuse di eresia, ma soprattutto il peso dei debiti della corona e l’ambizione del sovrano di imporre un controllo assoluto sullo Stato e sulle sue immense ricchezze.
La corona francese era gravata da debiti ingenti nei confronti dell’Ordine, che all’epoca amministrava un patrimonio colossale e operava come una vera banca internazionale. Attraverso il suo fidato consigliere Guillaume de Nogaret, il re mise in moto una campagna di propaganda senza precedenti, in cui i cavalieri vennero accusati di eresia e di pratiche infamanti, cosΓ¬ da legittimare agli occhi dell’Europa la loro rovina.
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Clemente V, un pontefice politicamente fragile che aveva giΓ trasferito la sede apostolica ad Avignone, non seppe opporsi con decisione alle pressioni della corona francese. Nel 1312, durante il Concilio di Vienne, finΓ¬ per decretare la soppressione dell’Ordine, pur senza mai pronunciare una vera condanna per le colpe dottrinali che gli erano state imputate.
Il processo si trascinΓ² per anni, oscillando tra confessioni strappate sotto tortura e ritrattazioni cariche di coraggio. Jacques de Molay rimase sospeso in questo limbo di incertezza fino a quel giorno fatidico del 1314, quando scelse di proclamare pubblicamente l’innocenza dell’Ordine, siglando cosΓ¬, con le proprie parole, la sentenza di una morte immediata.
La morte di Filippo il Bello non fu che l’inizio di una catena di sventure. I suoi tre figli — Luigi X, Filippo V e Carlo IV — si avvicendarono sul trono in una rapida e funesta successione, spegnendosi tutti prematuramente e senza lasciare eredi maschi sopravvissuti, fino a condurre all’estinzione della linea diretta dei Capetingi.
Questa frattura dinastica aprΓ¬ la strada all’ascesa dei Valois e divenne uno dei detonatori della lunga Guerra dei Cent’anni contro l’Inghilterra. Sebbene gli storici moderni leggano questi eventi attraverso la lente della politica e delle strutture di potere, l’ombra della maledizione continua a occupare un posto centrale nell’immaginario e nella narrativa storica della Francia.
Il ricordo di Jacques de Molay continua a riverberare tra le pieghe della storia, trasformando un episodio di spietata politica regia in un mito duraturo di vendetta e di giustizia postuma. La caduta dei monaci guerrieri segnΓ², in ultima analisi, il trionfo dello Stato nascente sulla sovranitΓ , ormai declinante, dei grandi ordini religiosi del Medioevo.
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