sabato 17 gennaio 2026

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Nel pomeriggio di 20 marzo 44 avanti Cristo, quando il corpo di Giulio Cesare fu esposto nel Foro su un catafalco d’avorio davanti alla folla assiepata, Roma trattenne il respiro. In quel silenzio carico d'attesa, Marco Antonio, console e compagno d’armi del dittatore ucciso tre giorni prima alle Idi di marzo, salΓ¬ sulla tribuna per pronunciare l’elogio funebre che il Senato aveva accordato a Cesare come estrema onorificenza pubblica. Quel discorso, costruito come un capolavoro di retorica politica, trasformΓ² il dolore in furia collettiva e mutΓ² in pochi minuti l’equilibrio instabile nato dall’assassinio del dittatore.


Le fonti antiche concordano nel riconoscere ad Antonio il ruolo di regista della cerimonia. In quanto collega consolare di Cesare era lui, e non un familiare, a dover parlare per il magistrato defunto. Nel farlo assunse deliberatamente anche il tono dell’erede politico e del soldato fedele che si fa portavoce dell’esercito e del popolo. Il suo discorso seguΓ¬ lo schema tradizionale della laudatio funebris romana, ma lo caricΓ² di una tensione emotiva eccezionale, intrecciando memoria privata e funzione pubblica.


L’orazione, cosΓ¬ come tramandata in forma indiretta, apriva rievocando le imprese di Cesare. Le campagne in Gallia furono descritte come cosΓ¬ rapide che al popolo giungeva notizia della vittoria prima ancora di sapere che la guerra era iniziata, insieme al ricordo delle cittΓ  sottomesse e della trasformazione delle province settentrionali in solide basi del potere romano. Antonio insisteva su un punto preciso: Cesare non aveva combattuto per sΓ©, ma per Roma, e il popolo aveva riconosciuto questo merito affidandogli un comando eccezionale per 8 anni consecutivi, onore mai concesso a nessun altro dalla nascita della repubblica.


Dopo i trionfi militari veniva il ritratto politico e morale. Antonio ricordava come, nella guerra civile contro Pompeo, Cesare avesse saputo temperare la vittoria con la clemenza: molti avversari furono non solo perdonati ma reintegrati negli onori. Pompeo mantenne le promesse fatte ai suoi, eliminando solo chi lo aveva tradito piΓΉ volte. Il motivo? Un uomo d'onore perdona il primo errore, ma non puΓ² tollerare chi persevera nel tradimento. Questo elogio della misericordia serviva a mettere in luce il contrasto tra la generositΓ  del dittatore e la ferocia dei congiurati.


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Una parte centrale del discorso era dedicata all’immagine di Cesare pacificatore e legislatore. Antonio ricordava come dopo la vittoria avesse rifiutato di scatenare vendette di massa, preferendo stabilire ordine e sicurezza senza stragi e confische generalizzate, in un momento in cui non mancavano pretesti per colpire molti cittadini. La sua politica, cosΓ¬ veniva presentata alla folla, distingueva rigorosamente tra nemici esterni, da abbattere senza esitazione, e concittadini, da perdonare anche a costo di apparire eccessivamente indulgente. In questo ritratto, il dittatore morto appariva come garante di stabilitΓ , opposto al caos che minacciava Roma dopo il suo assassinio.


La svolta emotiva arrivava quando Antonio evocava il momento stesso della morte. Cesare, descritto come guerriero valoroso e artefice della pace, era caduto inerme nella sede del potere, ucciso non da nemici stranieri ma da uomini che chiamava amici e che egli aveva piΓΉ volte risparmiato. Il contrasto tra le leggi contro gli omicidi politici, volute dallo stesso Cesare, e la sua fine sanguinosa nel Foro era il cuore drammatico dell’orazione: il magistrato inviolabile giaceva sfigurato sulle stesse pietre da cui aveva parlato al popolo coronato d’alloro. La domanda, rivolta al cadavere e insieme alla moltitudine, su dove fossero finite bontΓ , leggi e giuramenti del Senato, trasformava il lutto in indignazione.


Le parole di Antonio, secondo il racconto tramandato, ebbero un effetto progressivo e devastante. Dapprima la folla si commosse, poi si adirΓ², infine si infiammΓ² fino a cercare gli uccisori di Cesare per linciarli e a maledire i senatori che avevano permesso la morte dell’uomo per il quale avevano innalzato preghiere annuali agli dΓ¨i e giurato sulla sua salvezza. La cerimonia, nata come rito pubblico di riconciliazione, si trasformΓ² cosΓ¬ in detonatore di violenza politica, offrendo ad Antonio il ruolo di principale difensore della memoria cesariana. Da quella giornata nacque il lungo braccio di ferro che lo avrebbe opposto a Ottaviano per l’ereditΓ  politica di Cesare, ma l’immagine di Marco Antonio oratore rimase legata per sempre a quelle parole pronunciate davanti al rogo, quando Roma intera tremΓ².


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