Ucciso Sacko Bakary, 35 anni, originario del Mali, regolarmente residente in Italia, mentre stava andando al lavoro.
Prima l’odio, poi la verità. E in mezzo, come troppo spesso accade, la vita di una persona spezzata e subito trasformata in terreno di scontro ideologico.
Nelle prime ore dopo il fatto, senza alcuna certezza e senza attendere gli accertamenti, si è scatenata la consueta macchina del pregiudizio: c’è chi ha subito parlato di “far west”, chi ha puntato il dito contro l’immigrazione, chi ha usato la tragedia per alimentare paura e propaganda. Un riflesso automatico, violento, che colpisce prima ancora che emergano i fatti.
Poi però è arrivata la realtà, quella che smentisce le narrazioni costruite in fretta: a ucciderlo sarebbero stati dei giovani tarantini, italiani. Secondo le ricostruzioni, l’uomo sarebbe stato circondato da un gruppo e poi accoltellato a morte, senza che avesse fatto nulla per meritare una simile violenza. Stava semplicemente andando al lavoro.
Il delitto è avvenuto a Taranto, nella città vecchia, nelle prime ore del mattino, in Piazza Fontana, nei pressi dell’area del porto mercantile. Intorno alle 5:30, Sacko Bakary è stato colpito con tre fendenti tra torace e addome. L’arma non è stata ritrovata e potrebbe trattarsi di un cacciavite.
È una storia che lascia rabbia e sgomento. Per la violenza brutale, per la facilità con cui si distrugge una vita, ma anche per la velocità con cui si costruiscono narrazioni tossiche prima ancora di conoscere i fatti.
E ancora una volta resta una lezione amara: il pregiudizio arriva subito, la verità arriva dopo. Ma quando la verità finalmente emerge, il danno è già stato fatto, e una persona non c’è più.
Sounalia Diawara

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