Marta Russo cammina nella città universitaria della Sapienza di Roma, tra le facoltà di Statistica e Giurisprudenza quando un proiettile calibro .22 la raggiunge alla nuca. È il 9 maggio 1997, un venerdì mattina qualunque in un’università gremita di studenti. La ventiduenne crolla a terra davanti all’amica Jolanda Ricci: non c’è stata una lite, non c’è un aggressore in fuga, non si trova l’arma. Alcuni presenti parlano di un rumore sordo, simile a un petardo lontano, ma nessuno sembra rendersi conto subito di ciò che è accaduto. Quello che inizialmente viene scambiato per un malore si trasforma, dopo i rilievi del Policlinico Umberto I, in un caso di omicidio destinato a dividere l’opinione pubblica e a diventare uno dei casi giudiziari più controversi degli anni Novanta. Al centro dei sospetti finiscono due giovani assistenti universitari: Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro.
La studentessa modello
Marta era una promessa della scherma e una studentessa di Giurisprudenza instancabile. Suo padre Donato la descriveva con orgoglio: «Questa figlia con gli esami è un carro armato». Dopo cinque giorni di agonia, la famiglia acconsente alla donazione degli organi, rispettando un desiderio che Marta aveva espresso anni prima guardando un servizio in tv. Nelle prime fasi investigative si ipotizza persino che il vero obiettivo fosse Jolanda Ricci, figlia di un dirigente del Ministero di Grazia e Giustizia, ma la pista verrà successivamente abbandonata dagli inquirenti.
L'aula 6 e la particella di bario
La svolta arriva quando le indagini si concentrano sull’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto. Oltre alle testimonianze, l'accusa punta tutto su un reperto infinitesimale: una particella di bario e antimonio rinvenuta sul davanzale della finestra. Per i periti è la prova regina dello sparo; per la difesa, invece, è un residuo ambientale, forse derivante dai freni degli autobus o da vecchi lavori edilizi. Attorno a quel davanzale si consuma uno scontro tra perizie che contesta la traiettoria del colpo, rendendo lo scenario del delitto tecnicamente incerto
Il «terzo uomo»
In questo clima entra in gioco Gabriella Alletto, segretaria dell’istituto, la cui deposizione sarà decisiva ma contestata per le modalità con cui venne ottenuta. In un’intercettazione ambientale registrata dai cronisti di Radio Radicale, la donna urlava la propria estraneità prima di modificare la versione chiamando in causa Scattone e Ferraro. Insieme a lei compare la figura di Francesco Liparota, l'usciere dell'istituto: inizialmente accusato di favoreggiamento e protagonista di una serie di drammatiche ritrattazioni, Liparota dichiarò di aver visto i due assistenti di cattedra nell'aula, per poi denunciare pressioni psicologiche insostenibili da parte degli inquirenti
Una condanna senza movente
Il procedimento si chiude nel 2003 con la condanna definitiva di Giovanni Scattone per omicidio colposo e di Salvatore Ferraro per favoreggiamento. Durante il processo emerse l'inquietante ipotesi del "delitto perfetto": l'idea che i due intellettuali, esperti di filosofia nichilista, avessero sparato per pura sfida accademica, per dimostrare di poter uccidere senza un motivo e farla franca. Tuttavia, la sentenza della Cassazione ammette l’anomalia di un verdetto che non chiarisce la dinamica psicologica: «Al termine del processo si sa che Giovanni Scattone ha sparato, ma non si sa né perché né come». L'arma non è mai stata ritrovata, alimentando il sospetto che la verità sia rimasta nascosta tra le mura dell'ateneo.
I dubbi dei periti
A quasi trent’anni di distanza, lo scrittore Mauro Valentini solleva dubbi sulla validità della ricostruzione ufficiale: «Il processo Marta Russo fu l’atto giudiziario più controverso della nostra storia. Un intreccio di perizie che sconfessavano la ricostruzione degli inquirenti e testimonianze raccolte con singolari dichiarazioni spontanee. Non si indagò poi su alcuni soggetti interni alla Sapienza che per loro stessa ammissione erano avvezzi a maneggiare armi nei locali dell'università».
Oggi, tra i vialetti della Sapienza, una targa ricorda Marta Russo nel punto esatto in cui cadde. Ma se la giustizia ha scritto la sua parola 'fine' nelle aule di tribunale, la verità storica appare ancora frammentata.

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