La militarizzazione democratica
Al nord come al sud, sotto governi di destra o progressisti, viviamo in società sempre più dominate dalla paura, controllate e militarizzate. Non è una tendenza transitoria né accidentale, si tratta di qualcosa d’intrinseco al sistema, che non può più funzionare senza criminalizzare la resistenza popolare. Il caso del Brasile, dove lo Stato sente la necessità di rispondere alla sfida della strada come qualsiasi Stato: garantendo l’ordine a spese dei diritti. E l’ordine, stavolta, serve ad assicurare che una delle più corrotte multinazionali che operano nel pianeta, la Fifa, possa celebrare la sua più lucrosa attività senza essere molestata da azioni collettive di protesta
di Raúl Zibechi
Il recente rapporto di Oxfam, Governare per le elite, testimonia con dati affidabili quel che stiamo avvertendo: che la democrazia è stata sequestrata dall’uno per cento (degli abitanti del pianeta, ndt) per estendere e sostenere la disuguaglianza. Oxfam conferma inoltre che la tendenza più importante che vive il mondo in questo periodo di crescente caos è verso la concentrazione del potere e, quindi, della ricchezza.
Il rapporto segnala che quasi la metà della ricchezza mondiale è nelle mani dell’uno per cento della popolazione, la quale ha beneficiato della quasi totalità della crescita economica successiva alla crisi. Fa bene, Oxfam, a connettere la crescita della disuguaglianza con “l’appropriazione dei processi democratici, da parte delle élite economiche”. E fa bene anche a notare che la concentrazione della ricchezza erode la governabilità, distrugge la coesione sociale e “aumenta il rischio di frattura sociale”.
Quel che Oxfam non dice è che la concentrazione della ricchezza cammina insieme alla militarizzazione delle società. Per difendere la gigantesca concentrazione della ricchezza, los de arriba, quelli che sono in alto, si stanno blindando, stanno militarizzando ogni angolo del pianeta. Una delle raccomandazioni diretta ai membri del Forum Economico di Davos suona anche troppo ingenua: “Non utilizzare la propria ricchezza economica per ottenere favori politici che comportino una minor considerazione della volontà dei concittadini”.
Viviamo in società sempre più controllate e militarizzate, al nord come al sud, sotto governi conservatori o progressisti. Siamo di fronte a una tendenza globale che non può essere invertita, nel medio periodo, negli scenari locali. Oxfam assicura che negli ultimi dieci anni la disuguaglianza in América Latina è diminuita. È vero. Si tratta sempre, tuttavia, della regione più disuguale del mondo e il paragone viene fatto con il decennio degli anni Novanta, quando la disuguaglianza è arrivata a un picco tanto elevato da provocare esplosioni sociali e sollevazioni popolari.
Tra i paesi dove la disuguaglianza è diminuita si distinguono il Brasile, il Messico, l’Argentina e la Colombia. In tutti questi casi, la riduzione si deve a cause simili (fiscalità progressiva, servizi pubblici e politiche sociali). Esistono tendenze di fondo, dunque, al di là di quali correnti politiche occupino il governo. Qualcosa di simile si può dire accada in Europa: la crisi la pagano i lavoratori, tanto sotto governi di destra come di quelli di “sinistra”.
Qui vorrei evidenziare la tendenza alla militarizzazione. Il sequestro dei diritti. La criminalizzazione della protesta. Noi, los de abajo, quelli in basso, viviamo in uno “stato d’eccezione permanente”, seguendo la massima di Walter Benjamin. La militarizzazione non è né transitoria né accidentale, non dipende dalla qualità dei governi né dalle loro argomentazioni né dal loro segno ideologico. Si tratta di qualcosa d’intrinseco al sistema, che non può più funzionare senza criminalizzare la resistenza popolare.
Quando il manuale definisce quali siano queste forze, si può leggere: “movimenti o organizzazioni”; “persone, gruppi di persone o organizzazioni che agiscono in modo autonomo o infiltrati nei movimenti”. Quando il manuale descrive le “principali minacce”, si dice: “blocco delle pubbliche vie”; “disordini urbani”; “invasione di proprietà e installazioni rurali o urbane, pubbliche o private”; “paralisi delle attività produttive”; “sabotaggio nei locali di grandi eventi”. Insomma, buona parte del repertorio di azione dei movimenti sociali.
È un buon esempio di militarizzazione e di criminalizzazione della protesta. In realtà, il GLO è l’aggiornamento di un insieme di normative che figurano nella Costituzione e sono state regolamentate dal decennio del 1990. Ciò che è sintomatico è il fatto che venga attualizzato dopo le manifestazioni di massa di giugno, quando ha avuto luogo la FIFA Confederation Cup, e quando una parte del movimento popolare annuncia nuove azioni durante il prossimo Campeonato do Mundo de Futebol. Per questo si considera come sabotaggio qualsiasi mobilitazione durante i “grandi eventi”. Questa è la disposizione d’animo di un governo come quello di Dilma Rousseff, un governo che passa per essere più democratico di quelli di Messico e Colombia, per esempio.
Il problema non è che il governo del Brasile sia cambiato, ma che lo Stato sente la necessità di rispondere alla sfida della strada e lo fa come qualsiasi Stato che si rispetti: garantendo l’ordine a spese dei diritti. In questo caso, si tratta di assicurare che una delle più corrotte multinazionali, la FIFA, possa celebrare la sua più lucrosa attività senza essere molestata da azioni collettive di protesta. Insisto: è solo un esempio, non voglio focalizzare sul Brasile.
Di fronte all’aumento della militarizzazione che affligge il mondo, noi, los de abajo organizzati in movimenti, siamo lontani dall’avere un qualche tipo di risposta. Di più: le nostre strategie, nate in periodi di “normalità”, stanno mostrando limiti in momenti di crisi e di caos sistemico. In primo luogo, dobbiamo essere coscienti di questi limiti. In secondo, dobbiamo imparare a difenderci.
Come segnala lo storico cileno Gabriel Salazar: “Il potere popolare è il solo modo per avere una vera democrazia. Un popolo che ha diritti ma non ha potere non è niente. Il diritto non vale senza potere”. I sistemi comunitari di difesa ci insegnano qualcosa sulla costruzione di potere tralos de abajo. Il movimento operaio ha avuto una vasta esperienza, fino all’ascesa del nazismo, delle forme di autodifesa. Potrebbe essere il momento di rinfrescarle.
Fonte: La Joprnada
Traduzione per Comune-info: m.c.
Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo. In Italia ha collaborato per dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. Il suo ultimo volume è uscito per ora in Messico, Cile e Colombia ed è intitolato Brasil potencia.
http://comune-info.net/2014/02/la-militarizzazione-democratica/
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