Nel Giappone tradizionale il Capodanno non è un giorno da segnare sul calendario, ma un tempo da attraversare. Non un istante che scatta, ma una soglia che si apre lentamente. Questa concezione nasce da una visione del tempo profondamente ciclica, condivisa tanto dallo Shinto quanto dal Buddhismo: l’anno non comincia all’improvviso, si manifesta, prende forma, viene accolto. I primi tre giorni di gennaio non sono uguali fra loro, ma costruiscono una progressione simbolica precisa, quasi un rito di passaggio collettivo.
Il 1 gennaio – 元日 (Ganjitsu) è il giorno della soglia. Il nuovo anno non è ancora entrato nella vita operativa degli uomini: è apparso, come una presenza silenziosa. Secondo la tradizione, in questa notte discendono nelle case i Toshigami, le divinità dell’anno nuovo, portatrici di fertilità, salute e continuità familiare. Per questo la casa diventa il centro del mondo. Si resta insieme, senza fretta. Uscire è possibile, ma non necessario. Il tempo è sospeso, quasi trattenuto.
Si consumano i cibi augurali – osechi ryōri e ozōni – che non sono semplici pietanze, ma simboli mangiabili di prosperità e protezione. La prima visita al santuario, l’Hatsumōde, avviene spesso a mezzanotte o all’alba, con un carattere solenne. Ogni attività lavorativa è sospesa. Non si pulisce, non si cucina “come tutti i giorni”, non si compiono gesti considerati impuri. È un giorno sacro in cui il tempo sembra essersi fermato per consentire al nuovo anno di entrare.
Il 2 gennaio – 正月二日 (Shōgatsu futsuka) segna il passaggio dalla soglia alla stabilità. È il giorno della continuità, della conferma silenziosa. Si iniziano le visite formali ai parenti, soprattutto agli anziani, custodi della memoria e dell’equilibrio familiare. I santuari sono ancora centrali, ma meno affollati: la preghiera diventa più raccolta, più meditata. Cominciano anche le prime attività rituali pubbliche – calligrafia, arti marziali, musica – gesti che non sono esibizione, ma impegno verso l’anno che verrà.
Il 2 gennaio è spesso percepito come il giorno più autentico del Capodanno: meno spettacolare del primo, ma più profondo. È qui che le promesse dell’anno nuovo iniziano a essere interiorizzate.
Il 3 gennaio – 正月三日 (Shōgatsu mikka) è il tempo del ritorno progressivo. Il sacro non scompare, ma arretra con discrezione, lasciando spazio alla vita sociale. Si concludono le visite rituali, riprendono lentamente gli spostamenti, si compiono gli ultimi riti propiziatori. Ci si prepara alla riapertura delle attività, che avverrà dal 4 gennaio.
Nella mentalità tradizionale, è in questo momento che l’anno nuovo viene finalmente accettato nel mondo umano. Non con un gesto eclatante, ma con una continuità consapevole. Il Capodanno giapponese non celebra l’euforia del nuovo, ma l’armonia del passaggio: un dialogo silenzioso tra ciò che è stato e ciò che sarà.
AV Hisao 2026

Nessun commento:
Posta un commento