mercoledì 7 gennaio 2026

La Rivoluzione in cammino

 


Karl Marx, sebbene concepisse come necessaria ai fini della lotta di classe e della distruzione del potere capitalista la via violenta rivoluzionaria, non disdegnava affato il raggiungimento del potere in un contesto di sistema borghese e anzi rilanciava a più riprese la possibilità concreta della presa del potere tramite una via pacifica democratica.


Marx vedeva la possibilità continua di introdurre elementi antagonistici nell’ordinamento giuridico-politico che lo Stato borghese esprime, che deve continuamente fare i conti con l’attività del movimento operaio, il quale utilizzando gli stessi strumenti (conquistati tramite la lotta e non concessi per “gentilezza” dalla borghesia) come libertà di parola, stampa, associazione e il suffragio universale rende lo Stato capitalista un campo di scontro di classe pieno e continuo.


La via democratica al potere non è quindi un concetto estraneo a Marx, che anzi la riteneva necessaria rigettando l’idea di una abolizione immediata e fulminea dello stato come invece pensava Bakunin. In questa visione possiamo unire il pensiero di Gramsci, che, rifacendosi direttamente al pensiero di Marx ed espandendolo, parla apertamente di Democrazia Operaia quale processo attraverso cui la classe operaia, organizzata e consapevole, avrebbe preso il potere e costruito una società nuova, trasformando la democrazia da strumento della borghesia a strumento di liberazione universale. Se ai due grandi pensatori aggiungiamo lo spirito anticoloniale e rivoluzionario di Bolivar, possiamo iniziare a parlare della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela. Un esempio lampante di via democratica al socialismo.


Quando parliamo della Rivoluzione Bolivariana iniziata da Hugo Chavez è fondamentale tener conto che il processo di transizione da capitalismo a socialismo non ha un modello valido per tutti i paesi e tutti i popoli, e nemmeno tappe universali per ogni contesto storico. Lo stesso Chavez, dopo il Caracazo del 1989, una violenta e sanguinosa rivolta popolare a Caracas contro le misure di austerità imposte dal governo di Carlos Andrés Pérez, e il tentato colpo di stato del 1992 capì per primo che in un paese come il Venezuela, da sempre massacrato da colpi di stato, la conquista del potere tramite elezioni democratiche era la forma più granitica di legittimità che il popolo avrebbe riconosciuto. La vittoria del 1998 gli diede ragione e anche se avesse potuto utilizzare il golpe come mezzo, rifiutandolo e candidandosi lo rese forte sin da subito ottenendo il favore popolare.


La nuova Costituzione del Venezuela approvata tramite referendum popolare nel 1999 è l’inizio canonico della Rivoluzione Bolivariana e la sua struttura pone la basi della transizione al socialismo in Venezuela. La nuova carta fondamentale, si basa sul contesto storico in cui venne redatta dove ampie fasce della popolazione rurale, dei quartieri poveri e dei popoli indigeni non venivano considerate nei meccanismi politici e nei processi elettorali con la reale impossibilità di accedere anche solo ai servizi anagrafici. Popoli indigeni e comunità afro-venezuelane non erano pienamente integrati nei registri civici e nei processi di censimento, con territori non demarcati o addirittura riconosciuti dallo Stato. Uno status che nei fatti rendeva invisibili milioni di cittadini e che ebbero la loro rivalsa proprio con la costituzione Chavista.


La Costituzione Bolivariana afferma esplicitamente il diritto al voto come universale, diretto e segreto, senza discriminazioni per classe, etnia o condizione sociale. Riconosce i diritti collettivi delle popolazioni indigene, includendoli nel tessuto politico e offrendo basi legali per la loro partecipazione e riconoscimento nei registri civici. Milioni di cittadini divennero tali per la prima volta con Chavez. Sul versante della partecipazione democratica, l’articolo 72 sancisce il principio della revocabilità del mandato, secondo il quale tutte le cariche e le magistrature di elezione popolare, senza eccezione, sono revocabili tramite referendum a partire dalla metà del periodo della durata del mandato. Ad esso vengono affiancati altri strumenti di democrazia diretta.


Uno dei più importanti è l’istituzione delle Comunas, una organizzazione che trascende sia lo stato centrale che i comuni cittadini dove a prescindere dalla territorialità (una Comune può raggruppare più realtà anche di più province e città) dove sono direttamente i cittadini chiamati a discutere e scegliere direttamente i singoli progetti da attuare in un determinato ambito territoriale. Progetti che riguardano infrastrutture tutte ugualmente importanti per la vita delle comunità: dalle strade alle fognature, dagli ambulatori ai campi sportivi, dalle strade alle scuole che poi vengono finanziati dallo stato o dalle comunità stesse. Un esempio straordinario di democrazia diretta e di partecipazione popolare dal basso, una fattualità che è difficile da non congiungere nel pensiero gramsciano e marxista sulla democrazia proletaria. Queste sono le fondamenta del Venezuela Chavista.


Ottenuta la base legale costituzionale per far partire la rivoluzione, quindi non tramite la presa violenta del potere ma tramite il processo democratico ed elettorale, Chavez ha potuto conseguire dei risultati che sono universalmente riconosciuti e che il Venezuela non aveva mai raggiunto. La Commissione economica per l'America Latina e i Caraibi registra infatti un calo drastico della povertà dal 49% nel 1998 al 27% del 2013 e della povertà estrema dal 21% al 7%. Uno cali più rapidi dell’America Latina. L’implementazione della sanità e dell’istruzione gratuite e universali hanno fatto sì che nel 2005 l’UNESCO dichiarasse il Venezuela un paese libero dall’analfabetismo e che grazie anche alla cooperazione cubana si ottenesse una capillarità delle infrastrutture mediche e delle cure mai viste nel paese. Stessi risultati per la fine della piaga della fame.


 


Tutti i risultati chavisti hanno programmi determinati e precisi nominati “Misiones Bolivarianas”, tra di essi contiamo la Gran Mision Vivienda, un programma radicale per la costruzione di case per porre fine all’emergenza abitativa che in Venezuela, come molti paesi del Sur, è endemica. Il programma, partito nel 2011 con Chavez, ad oggi conta più di 5.258.000 case consegnate alle famiglie venezuelane. Le abitazioni sono costituite da unità abitative con servizi di base (acqua, luce, elettricità) e spesso collocate in urbanismi integrati pensati per creare comunità, non solo singole case. Quindi non casermoni in mezzo al deserto, ma case inserite nella comunità che contribuiscono a porre fine ad emarginazione e ghetti. Tutto questo viene finanziato per la sua quasi interezza da un solo settore, quello petrolifero. Una ricchezza ma anche una debolezza.


Il primo Maggio 2007 Chavez amplia e riprende la nazionalizzazione del petrolio (avvenuta nel 1973 ma annichilita negli anni 90 dai governi liberali) e impone che la Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA) detenesse la maggioranza di almeno il 60% e fino all’83% delle opere di estrazione e raffinazione dell’oro nero. A seguito di ciò le compagnie statunitensi come ExxonMobil e ConocoPhillips vennero cacciate in quanto non accettarono le nuove condizioni. Ad oggi solo la Chevron continua ad operare in Venezuela. Il paese è il primo al mondo per riserve petrolifere, pari a 303 miliardi di barili. Il 95% delle entrate per lo stato bolivariano derivano dal solo petrolio, una ricchezza immensa che però costituisce una debolezza in quanto si tratta di una economia che si basa su un solo settore. Nei fatti è stato il petrolio a garantire i successi della rivoluzione che ne hanno garantito il grande favore popolare.


Con la morte di Chavez avvenuta il 5 Marzo 2013 le cose si complicano e di molto. Da un lato il calo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali che hanno comportato meno entrate per il bilancio statale e quindi meno risorse per continuare i programmi sociali e di ristrutturazione del tessuto produttivo. Fino al 2013 il Venezuela era il paese dell’America Latina con l’indice di GINI, quello che misura il livello di diseguaglianza di reddito tra la popolazione, dallo 05 del 1998 allo 0,3 del 2012, segno inequivocabile dei grandi risultati della Rivoluzione Bolivariana. Chavez ha dovuto scegliere tra gli investimenti per rafforzare settori produttivi all’infuori del petrolio, o usare subito i proventi immediati del greggio per migliorare le condizioni di vita dei venezuelani. Ha scelto la seconda e i successi sono reali, ma al contempo il dipendere così tanto dal petrolio ha comportato una crisi economica che con la sua morte ha visto l’opposizione liberale borghese cogliere l’occasione.


Nel 2015 se seguito dell’aggravarsi della crisi politica interna, che ha visto sia manifestazioni di persone che genuinamente chiedevano l’intervento del governo per fermare la crisi economica che una violenza sempre più forte da parte di gruppi armati guidate dalle opposizioni più borghesi e legate agli USA, Obama vara le prime sanzioni economiche contro Caracas. Questa è la svolta storica che ancora oggi è la causa primaria delle difficoltà enormi che il governo guidato da Maduro ha dovuto affrontare per risollevare l’economia del paese. Colpendo direttamente il petrolio nella sua interezza, dall’estrazione alla vendita passando per il trasporto e la raffinazione, la Rivoluzione ha passato il suo periodo più nero, culminato con il golpe di Juan Guaidò, autoproclamatosi presidente del Venezuela nel 2019 e immediatamente riconosciuto dagli USA e da vari paesi occidentali. Nonostante ciò e grazie alle forti alleanze con i BRICS e soprattutto con Cina e Russia, la rivoluzione ha resistito.


Nel 2017 con l’Ordine Esecutivo 13808 il presidente Trump inasprisce a livelli mai visti le sanzioni economiche ai danni di Caracas. Le nuove sanzioni hanno negato al Venezuela l'accesso ai mercati del credito internazionali, compromettendo gravemente la sua capacità di vendere petrolio all'estero. Citgo, la filiale statunitense della compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA, nel 2019 è stata sequestrata e posta sotto il controllo di Juan Guaidó, la persona imposta al Paese come "presidente" dagli Stati Uniti. Ciò ha impedito alla PDVSA di ottenere lettere di credito per garantire le spedizioni di petrolio, trovare assicurazioni per le petroliere, mantenere i giacimenti petroliferi e condurre transazioni con cittadini non statunitensi che temevano sanzioni secondarie. Due ulteriori ordini esecutivi imposti da Trump hanno ulteriormente limitato l'accesso del Venezuela ai finanziamenti e hanno preso di mira gli acquirenti del suo petrolio, in particolare in Europa e India.


Le sanzioni economiche hanno avuto un impatto straordinariamente pesante sulle finanze statali: stime indipendenti suggeriscono che tra il 2017 e il 2024 il Venezuela ha perso circa 226 miliardi di dollari di entrate petrolifere, cifra equivalente al 213 % del suo PIL in quel periodo. Poiché il petrolio rappresenta oltre il 90% delle esportazioni prima della guerra commerciale, queste perdite hanno indebolito gravemente la capacità del paese di importare beni di base e sostenere il welfare. Secondo analisi del Council of Foreing Relations e del Washington Office on Latin America (enti non propriamente “comunisti”), le esportazioni petrolifere rappresentano storicamente oltre il 90 % delle entrate in valuta estera del Venezuela e circa il 58 % del budget statale, rendendo l’economia estremamente vulnerabile alle sanzioni sul settore energetico. Difficile non comprendere la fortissima emigrazione avvenuta in questi anni in una situazione così grave. Importante però è capire cause e colpevoli, cosa che in molti non fanno.


Dal 2017 il Venezuela, strozzato dalle sanzioni economiche e dall’embargo statunitense, è arrivato a perdere anche il 27% del pil nel 2018 e addirittura del 30% nel 2020, accompagnato da una inflazione a 3 zeri e mancanza cronica di pezzi di ricambio per le industrie e i servizi. È solo dal 2022 che l’economia ha ricominciato a crescere raggiungendo un aumento del pil dell’8,5% nel 2024 e l’8,7% nel 2025. Secondo i dati della banca centrale, l'impulso è derivato principalmente da un aumento del 16,1% dell'attività petrolifera durante il periodo, mentre l'attività non petrolifera è cresciuta del 6,1%. Grazie anche all’aiuto attivo dei BRICS di cui il Venezuela ha presentato la candidatura per diventarne membro effettivo. Come per il Bloqueo ai danni di Cuba, l’embargo statunitense nei confronti del Venezuela è da considerarsi alla stregua dell’eliminazione forzata dell’ormone della crescita dal corpo di un bambino. Senza di esso il corpo smette di svilupparsi e crescere non avendo modo di ottenere l’ormone in altri modi.


Come ribadito più volte, la Rivoluzione Chavista è nella fase di transizione da capitalismo a socialismo ed essa richiede una quantità determinante di tempo che varia a seconda del contesto e della situazione di partenza del paese. Ad esempio, a differenza della Russia zarista, dove Lenin e la Rivoluzione Bolscevica si ritrovarono a gestire un paese feudale preindustriale, Chavez vinse in un Venezuela dove esisteva una borghesia oligarchica avanzata che deteneva larghissime fette della ricchezza del paese. Sebbene molti passi avanti verso una redistribuzione equa della ricchezza siano stati fatti, ad oggi il 70% dell’economia è in mano al settore privato e solo il 30 a quello pubblico. Chavez più volte nel corso della presidenza ha lavorato per creare le condizioni per togliere sempre più pezzi al settore privato e in vari casi ci è riuscito. Un processo così delicato non può avvenire in pochi anni, soprattutto se lo stesso Chavez ha sempre voluto mantenere forte la componente elettorale e democratica, quindi senza forzature dirette.


Golpe come quello del 2002 e le continue pressioni sia esterne (dagli USA) che interne (opposizioni borghesi che vogliono mantenere i privilegi e riprendersi quelli già tolti) hanno rallentato di molto il processo di transizione al socialismo. Un settore privato così largamente protagonista e ostile alla Rivoluzione non giocherà mai a favore della stessa e come è difatti accaduto ha sempre cercato di favorire la caduta prima di Chavez e poi di Maduro. Molte volte si accusa il Venezuela di “censura mediatica”, ma se andiamo a vedere nel dettaglio dello stato dei media del paese ci si rende conto che siamo ben lungi da una situazione di censura. Circa il 70 % delle TV e delle stazioni radio venezuelane sono di proprietà privata, con solo una quota minoritaria (il 5%) controllata dallo Stato e il resto sono emittenti comunitarie locali e regionali. La totalità delle radio commerciali è privata e i cinque giornali più diffusi sono privati.


È sinceramente molto difficile parlare di dittatura quando la stragrande maggioranza dei media è nelle mani di quella borghesia che ha sempre fatto campagna mediatiche antigovernative e sostenuto le opposizioni. Se Chavez avesse voluto, avrebbe potuto nazionalizzare tutti i media, idem Maduro, ma non lo ha fatto, garantendo uno spazio all’opposizione che in altri paesi si sognerebbe. Analizziamo per ultimo proprio il processo elettorale democratico venezuelano. Come detto Chavez ha puntato molto sull’idea di una democrazia popolare dove le stesse elezioni hanno un’importanza cruciale. Dopo il golpe del 2002 il governo Chavista, per impedire brogli, implementò un sistema di voto elettronico a verifica cartacea che nel decennio e più di governo Chavez venne considerato a più riprese da enti internazionali come l’OSCE, l’Organizzazione degli Stati Americani e da organizzazioni come il Carter Center come tra i più avanzati e sicuri del mondo e impossibile da hackerare o manipolare. L’opinione è stranamente cambiata dalla morte di Chavez e dalla presidenza Maduro.


Questo sistema elettorale e democratico istituito dal chavismo ha permesso all’opposizione non solo di presentarsi senza problemi, ma di avere anche vittorie molto importanti tra le quali quella del referendum nel 2007 e le elezioni parlamentari del 2015 dove ottenne la maggioranza assoluta dei seggi, oltre che a numerose vittorie per il governo di varie regioni e città e anche della stessa Caracas. In quale dittatura esattamente l’opposizione vince le elezioni? Se il Venezuela fosse la dittatura sanguinaria di cui in occidente si sbraita, Chavez e Maduro avrebbero potuto in ogni momento cancellare le elezioni e governare in uno stato di emergenza permanente e ne avrebbero avuto la forza, soprattutto con Chavez. Non lo hanno fatto, perché non è consono ai valori della Rivoluzione Bolivariana. Il mantenimento di tale sistema democratico nonostante i golpe tentati e le crisi ha senza alcun dubbio rafforzato il sostegno popolare al chavismo che ha più volte dimostrato in ultimo proprio in questi giorni con manifestazioni di massa contro il rapimento di Maduro da parte degli USA.


Alla luce di tutto ciò possiamo dire che la Rivoluzione Bolivariana è ben lungi dall’essere una dittatura e che anzi è stata fin troppo morbida con la borghesia compradora e capitalista nazionale, consentendo fino ad oggi uno spazio politico immenso. Questa apertura democratica in una Rivoluzione socialista non fatto cambiare il giudizio del capitale, che nei fatti quando un qualsiasi processo socialista viene attuato e di conseguenza vedere il suo potere assoluto cadere, agisce di conseguenza, democrazia o meno. La democrazia per il capitale è uno strumento, non un fondamento. L’unica cosa che conta è la libertà di sfruttare nel nome del profitto e dell’accumulo della ricchezza. Se può ottenerlo senza democrazia, lo fa, e anzi sarebbe anche più funzionale ai suddetti interessi particolari e privati. Il Venezuela Bolivariano è una Rivoluzione in cammino, in transizione, e quindi piena di successi come di fallimenti. La verità della storia ci ha già consegnato un verdetto: il socialismo viene fermato solo con la guerra, mai con la politica e mai con la democrazia, che anzi lo rafforza. Que Viva Venezuela Libre Y Socialista!

Nicolo' Monti

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