Spira la mattina del 7 maggio, il giorno delle elezioni, come per un macabro destino.
FRANCO SERANTINI
OMICIDIO DI STATO COMPIUTO IL 7 MAGGIO 1972
Anarchico fu picchiato e arrestato dopo le cariche delle forze dell'ordine a Pisa. Portato in prigione il 5 maggio, morì due giorni dopo lasciato in una cella senza cure. Aveva subito colpi in testa.
La sera del 5 maggio 1972 Serantini è fermo all’angolo di via delle Belle donne, lì dove sfocia sul Lungarno Gambacorti.
Il tramonto rosseggia le acque del fiume, mentre lui osserva la “sua” città devastata dagli scontri, ode la violenza echeggiare nelle strade antiche, cariche di storia, annusa annichilito gli odori di guerra.
Manca poco alle otto di sera. Sul Ponte di Mezzo si profila minacciosa una colonna formata da una quindicina di camionette e di gipponi, carichi di una sessantina di uomini del secondo e del terzo plotone della terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma. Il primo mezzo abbatte una barricata eretta con automobili bruciate e tabelloni pubblicitari. Serantini assiste all’avanzata, immobile e disarmato.
Una decina di celerini si avventano contro il ragazzo inerme, lo accerchiano, prendono a picchiarlo con furia disumana, coi calci dei moschetti, i manganelli, gli scarponi. I sensi probabilmente accesi da qualche sostanza proibita, lo tempestano di colpi con metodica ferocia, riversando su quel giovane indifeso la loro furia, le loro frustrazioni. Sono dei ventenni, come la loro vittima sacrificale.
Un graduato ferma la mattanza. Serantini, semisvenuto, viene caricato su una jeep, condotto in piazza Garibaldi e poi, su una “Giulia” del pronto intervento, alla caserma Mameli, in via San Francesco, quindi al carcere Don Bosco.
In quella prigione Franco Serantini trascorre trentadue ore di tremenda agonia. La mattina del sabato subisce un interrogatorio; i detenuti si rendono conto della gravità delle sue condizioni, allertano le guardie, ma a nessuno pare importare che quel ragazzo abbia la testa rotta, che si stia lentamente spegnendo, tra atroci sofferenze. Eppure sono in molti a vederlo: gli agenti di custodia, i graduati, il magistrato che lo interroga, i medici che lo visitano frettolosamente, senza neanche misurargli la pressione arteriosa o la frequenza cardiaca, la temperatura, la reattività della pupilla: si limitano a prescrivergli una borsa di ghiaccio.
Le testimonianze raccolte in seguito sono agghiaccianti: anche un cieco si sarebbe accorto che quel ragazzo era in fin di vita.
La sera del sabato alla tv trasmettono un episodio di Pinocchio, lo sceneggiato di Luigi Comencini. Franco ama la storia di quel burattino che diventa umano, in fondo gli ricorda ciò che è accaduto a lui. Ma quella sera non riesce a muoversi dalla sua cella, sta morendo.
La classe operaia va in paradiso

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