giovedì 27 febbraio 2014

Una casa in comune

La Casa de Nialtri ad Ancona è puro artigianato della convivenza. Dove cinquanta persone provenienti da oltre dieci paesi, con diverse lingue e dialetti, appartenenti a differenti etnie, “culture” e religioni, eterogenee per età e per genere, scelgono di custodire tutti i giorni sotto lo stesso tetto il bene comune
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di Katya Mastantuono*
Tutti noi siamo in grado di apprezzare un bene realizzato con cura da un artigiano perché ne riconosciamo l’originalità, l’unicità, l’autenticità, l’esperienza. Comprendiamo che le imperfezioni lo rendono unico, non omologo a nient’altro, sicuramente replicabile. Tuttavia, pur partendo da uno stesso prototipo, ogni nuova realizzazione risulterebbe solo simile e mai uguale alla precedente per una infinità di fattori, in primis per via della materia prima con la quale essa viene realizzata.
Quanto sta accadendo ad Ancona, nell’esperienza collettiva della Casa de Nialtri, merita l’attenzione di tutti coloro che vogliono lasciarsi guidare nella lettura di una realtà non artificiale, non omologa e originale che parte dal vissuto e che sta producendo qualcosa di unico e di autentico.
Ad Ancona, la ex scuola materna ormai Casa de Nialtri non è più solo un luogo fisico che garantisce riparo, protezione e calore, ma è diventata una esperienza umana profonda e unica nella quale, persone senza strumenti per realizzare il proprio progetto di vita, stanno avviando un percorso individuale e collettivo di autodeterminazione. Partendo dalla necessità e attraverso la volontà di un confronto reciproco stanno lentamente riconoscendo la diversità come valore, valorizzando le peculiarità di ciascuno, rispettando le diverse “culture”, ridisegnando gli atteggiamenti e modellando i propri comportamenti, orientandosi quindi ad una convivenza autogestita.
Ma in cosa consiste l’autogestione? E’ forse lo spaventoso far-west dove si paventa l’orrore dell’affermazione del proprio diritto senza rispettare quello degli altri? Proviamo ad entrare e ad attraversare questo laboratorio sociale e cerchiamo, nei ritmi quotidiani e nelle pulsioni che essi esprimono, gli elementi che lo caratterizzano.
Non era scontato che le cinquanta persone provenienti da oltre dieci paesi, con diverse lingue e dialetti, appartenenti a differenti etnie, “culture” e religioni, eterogenee per età e per genere decidessero di superare i propri comprensibili egoismi e narcisismi e indirizzassero il loro agire nell’interesse della famiglia Casa de Nialtri piuttosto che in quello del singolo o del proprio gruppo. Molti dei progetti di accoglienza e di integrazione trovano in questo scoglio il proprio limite.
1531906_1378693315704642_1430556619_oNella consapevole volontà di orientarsi in modo plurale e collettivo, comunitario, partendo dal voler redigere un proprio regolamento interno capace di individuare i criteri per la accoglienza e permanenza nella Casa, nell’individuare con il principio della rotazione gli incaricati nei servizi collettivi, nel saper controllare gli accessi e autoregolare i ritmi della giornata, nello stabilire i turni in cucina e il menù per i pasti nella piena condivisione e nel pieno rispetto della diversità di genere, anagrafica, culturale ed etnica, linguistica, religiosa risiede la vera sfida di questa bella e complessa famiglia. Come in tutte le famiglie esistono ed emergeranno normali criticità dovute alla necessità di esprimere le diverse individualità ma ogni controversia viene affrontata nell’Assemblea che giornalmente regola, aggiusta, valuta e decide i passi da compiere per l’avanzare civile della comunità.
Intensa l’Assemblea in cui il gruppo di giovani provenienti dalla Tunisia chiede alla comunità di poter cucinare le proprie specialità un giorno alla settimana, quella in cui il giovane pakistano pone il problema di come poter far colazione molto presto al mattino senza disturbare il sonno dei cuochi e quando, con grande affetto, un membro ha salutato gli altri “familiari” nella casa: era stato fortunato, aveva trovato un lavoro e lasciava il posto a qualcuno che aveva più bisogno, perché poteva pagarsi un’abitazione.
Una comunità in cammino che si sta confrontando sul valore del denaro, sulle relazioni con i vicini, sulla protezione dei più fragili, sul ruolo di ciascuno, sul riconoscimento reciproco e la solidarietà, sulle competenze e su come possono essere messe a frutto per il ben-essere di tutti. Alcuni parlano di comprendere i bisogni e, subito dopo la necessità di avere un tetto e del cibo che somiglia sempre più ad una esperienza di housing sociale, emergono la necessità di comprendere e farsi comprendere in lingua italiana, di perfezionare alcune conoscenze e competenze lavorative, di conoscere le regole per l’accesso al lavoro e di come organizzare forme di lavoro collettivo autonome oppure di come raggiungere una meta diversa dal nostro Paese e l’animazione per i bambini.
1492665_1378935312347109_103600301_oSono persone alla ricerca del proprio ruolo che chiedono solo tempo e spazi per tentare una originale sperimentazione che rappresenta una vera innovazione sociale per la nostra città. Questa esperienza non può e non vuole essere paragonata al circuito di offerte già largamente presenti e ben sperimentate, grazie alla professionalità di cooperative, agenzie di servizi del terzo settore e associazioni di volontariato, poiché rappresenta una formula nuova, “artigianale”, imperfetta nel suo esprimersi e realizzarsi ma con la straordinaria potenzialità di un processo autentico di autodeterminazione.
Alla progettazione svolta dai soggetti professionali è stata sostituita la progettualità partecipata da ciascun individuo e dal soggetto collettivo della comunità, ai servizi di prima emergenza forniti con carattere assistenziale e caritatevole è stata sostituita la solidarietà dei singoli cittadini anconetani e delle tante imprese che stanno contribuendo orientati a una accoglienza di secondo livello, alla gestione pubblico-privata della conduzione della struttura e dei servizi è stata avviata la sperimentazione dell’autogestione, al passivo ricevimento di contributi l’attivazione di una banca del tempo per rendersi utili, attivi in una società essa stessa in grave disagio e difficoltà.
Cosa manca dunque per la legittimare questa esperienza originale, autentica, unica, importante? La soluzione esiste: è palese, davanti a tutti. Occorre avere il coraggio di riconoscerla, sostenerla, percorrerla. Andiamo avanti.
MARTEDI’ 7 gennaio in Via Ragusa, alla consueta Assemblea delle ore 18,tutti potranno partecipare alla costruzione del progetto della Casa de Nialtri. Un invito a chi sente di poter contribuire con entusuasmo a questo percorso di cittadinanza attiva, a questa esperienza umana, civica, di “artigianato sociale”.
Katya Mastantuono, Rees Marche

http://comune-info.net/2014/01/una-casa-comune/

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