La loro crisi è la nostra festa
Non c’è nulla di casuale nella crisi, è la faccia opposta a quella della crescita e serve allo stesso scopo. Permette a qualcuno di appropriarsi di ciò che è di tutti: beni comuni, dignità umana, salute… Non ha dubbi, Marco Geronimi Stoll, inventore delloSmarketing, non possiamo migliorare questo mondo di predatori. Dobbiamo generare sistemi nuovi, con una scala diversa (più piccola), pensati in una lingua che il sistema dominante non può capire. Luigino Bruni, autore di L’economia dell’anima, sostiene che manca un pensiero originale: da troppo tempo, e non solo in Italia, si è interrotta una riflessione critica sul capitalismo. È la diversità a rendere meraviglioso il mondo, e la biodiversità di forme civili ed economiche non lo rende meno splendido e ricco di quella delle farfalle e delle piante. Servono dunque scelte coraggiose che premino i comportamenti virtuosi. È significativo il successo che sta avendo il movimentoSlotMob. Doppia intervista a Marco Geronimi Stoll e Luigino Bruni
a cura di Mimmo Cortese
Perché, anche dopo cinque anni di crisi economica, le proposte basate su parametri come il rispetto della dignità delle persone e dell’ambiente, dei beni comuni e del “bene comune”, non sono state prese in considerazione?
Luigino Bruni. Le ragioni sono molteplici, ma ci sono due principali spiegazioni. La prima ha a che fare con la complessità del sistema che abbiamo messo in piedi. La globalizzazione dei mercati ha cambiato radicalmente la natura del capitalismo, al punto che non si riesce più a governarne molti meccanismi. Si pensi che ancora oggi non sappiamo quanti sono i titoli tossici in giro per il mondo, custoditi nelle banche, nei fondi di investimento nei diversi paesi e nei paradisi fiscali. La seconda ragione riguarda il tema del potere: ci sono lobby (soprattutto di tipo bancario e finanziario) che non hanno nessun interesse a introdurre cambiamenti nella tassazione e a regolamentare i mercati. Questo fa sì che i Parlamenti e gli organismi internazionali, influenzati pesantemente da queste lobby, continuino a rimandare scelte che sarebbero sconvenienti per alcune di loro.
Marco Geronimi Stoll. E chi dovrebbe prenderle in considerazione? Non si può pretendere che il lupo difenda gli agnelli.
La cosiddetta crisi è un dispositivo, non è un evento. È uno dei meccanismi prevedibili (io penso previsti) con cui i lupi acchiappano le prede. È da quando ero ragazzo che ogni po’ sento dire: “C’è la crisi dell’economia, dobbiamo contrarre i salari, i servizi, i diritti…”. E ogni volta non basta, ogni volta è più dura della precedente. Dunque, per favore, basta! Smettiamo di parlare di crisi come se fosse un terremoto o una pestilenza; no, non c’è niente di casuale o fatale, non è causata dalla Sfiga o da altri Dei cattivi. Il marketing della TV e dei giornali la chiama “crisi” ma il sistema che impoverisce il Pianeta sta funzionando ottimamente.
È la faccia opposta di quella stessa moneta che chiamiamo crescita. Serve allo stesso scopo, permette a qualcuno di appropriarsi di ciò che è di tutti: beni condivisi, dignità umana, territorio, salute… Quelli che per noi prede sono valori, per i predatori sono il naturale terreno di caccia.Dovrebbero loro prendere in considerazione noi? Dovrebbero ascoltarci? E noi dovremmo cercare di essere ascoltati da loro?
Ultimamente sentiamo spesso i lupi belare di essere diventati buoni, ad esempio parlando di sviluppo sostenibile, di dignità delle risorse umane, di un generico “amore” per l’ambiente. Più un’azienda è inquinante, più sui siti si ammanta di pannelli solari, girasoli e bambini con aquiloni. A leggere certi bilanci sociali patinati, potrebbe perfino sembrare che le nostre istanze siano prese in considerazione. Invece le istituzioni bancarie, i colossi dell’energia, i grossi gruppi multinazionali sono sistemi nati specificamente per lo scopo di organizzare, difendere e legittimare quello che per loro è onesto business e per noi è rapina.
Non saranno mai “riformabili”, è meglio che si estinguano. Questi vecchi predatori sono ormai imbolsiti e flaccidi, si stanno già disfacendo da soli, per le contraddizioni interne. È un’altra crisi, la loro, una crisi decisionale, burocratica, cibernetica, di capacità revisionale. È il frutto di un’autocrazia senza dialettica che si auto-replica, che si auto-cannibalizza. Stiamo assistendo all’estinzione dei dinosauri. Anche questa volta, i colossi agonizzanti sventrano montagne e foreste, ma alla fine sopravviveranno solo le lucertole: nascoste, piccole, veloci, reattive.Siccome più che agli agnelli, noi assomigliamo alle lucertole (non ce ne stiamo più in un gregge ordinato a farci tosare e magari castrare), la loro crisi è la nostra festa. Non regaliamo loro neanche un po’ della nostra intelligenza, della nostra agilità nel trovare soluzioni nuove. Per favore, non cerchiamo di migliorarli.
Meglio generare sistemi nuovi, paralleli, carsici, con una scala diversa (più piccola) e un modo diverso di concepire l’intelligenza che li muove, perché ogni organizzazione umana è un organismo che pensa, e il nostro organismo pensa in una lingua che il loro, fortunatamente, non può capire.
Quali possono essere i motivi per i quali le esperienze di economia solidale, (gruppi d’acquisto, reti e distretti di economia solidale ecc.) che pure non si sono contratte ma anzi si sono diffuse e sviluppate, non hanno compiuto un “salto di qualità”?
Luigino Bruni. Anzitutto, se guardiamo bene il mondo, non è proprio così: ad esempio, il micro-credito ha cambiato radicalmente la vita di milioni di poveri nel mondo. Per stare in Italia, pensiamo alla cooperazione sociale, che è stata la più grande innovazione degli ultimi 50 anni e rende migliore la vita di molte persone. Al tempo stesso, è anche vero che occorrerebbe un salto di scala, che non avviene per la mancanza di un pensiero originale: da troppo tempo, e non solo in Italia, si è interrotta una riflessione critica sul capitalismo. Il XXI secolo sta diventando il secolo del capitalismo unico, diversamente dal XX, che è stato il secolo dei “capitalismi”. Per questo ci vuole un nuovo pensiero ed un nuovo lessico, come ho avuto modo di scrivere su Avvenire il 29 settembre: “L’economia europea ha secoli di biodiversità prodotta dalla lunga storia, molti secoli che invece non ha il capitalismo che ci sta colonizzando. Chi dimentica questa lunga storia e questa ricchezza, produce danni civili ed economici enormi, e molto spesso irreversibili. Il XX secolo era stato invece il secolo della pluralità dei sistemi economici e dei capitalismi. [...] Tutta questa varietà di economie di mercato, capitalistiche e non, era poi stata accompagnata da grandi, a tratti enormi, luoghi di economia tradizionale, che continuavano a persistere anche nella nostra vecchia Europa. Tutta questa biodiversità sta scomparendo nel XXI secolo. E’ sempre la diversità a rendere meraviglioso il mondo, e la biodiversità di forme civili ed economiche non lo rende meno splendido e ricco di quella delle farfalle e delle piante. Il paesaggio italiano ed europeo è patrimonio dell’umanità non solo per le colline e i boschi [...]. Le nostre piazze e le nostre valli le hanno fatte stupende non solo le viti e gli olivi, ma anche le cooperative, le migliaia di casse rurali e BCC, tutte uguali e tutte diverse, le casse di risparmio, le botteghe dei liutai e le stalle di montagna, le imprese dei distretti, le confraternite, le misericordie, le scuole di Don Bosco e quelle delle Maestre Pie, gli ospedali delle Ancelle della carità accanto a quelli pubblici e privati. Ogni volta che una di queste istituzioni muore, [...] il nostro paese si impoverisce, diventiamo meno colti, profondi, liberi, e bruciamo secoli di storia e di biodiversità”. Dobbiamo cominciare a ripensare diversamente il capitalismo e l’economia sociale e civile, che oggi non cresce e non si sviluppa anche per un’asfissia teorica e culturale, di cui siamo corresponsabili pure noi studiosi e intellettuali.
Marco Geronimi Stoll. Se entriamo in un centro commerciale il sabato pomeriggio e vediamo tutta quella gente, possiamo avere l’impressione che il modello consumista e globalizzato abbia vinto ormai in modo definitivo: che sia riuscito ormai a inculcare a tutti quel modo perverso di consumare, di esprimersi, di spendere tempo e desideri.
Se invece paragoniamo quel centro commerciale a dieci o quindici anni fa, vediamo che di gente oggi ce n’è un terzo di quella che c’era allora. I nuovi stili di consumo, che poi sono stili di vita, si stanno diffondendo anche in questo momento. Dunqueil salto di qualità lo stanno facendo, è che ci vuol tempo e pazienza. Non possiamo giudicarlo con le stesse parole del mercato “profit”, non possiamo misurarlo e valutarlo assimilando dal mercato consumista la stessa accelerazione, gli stessi criteri quantitativi, la stessa idea di “successo”. Un mercato di un altro tipo non può che avere un “successo” di altro tipo. Più lento.
Come mai il tema della democrazia, sul piano delle istituzioni, dell’informazione, della comunicazione, del linguaggio, travolti anch’essi dalla crisi, non ha dato luogo a un ripensamento dello spazio pubblico, del peso e del ruolo dei soggetti singoli e collettivi?
Luigino Bruni. In parte ho già risposto. Aggiungo solo che, all’inizio e alla fine, siamo noi cittadini che abbiamo in mano il pallino del gioco democratico ed economico. Quindi possiamo e dobbiamo esercitare la nostra sovranità economica – non solo politica – compiendo scelte coraggiose che premino i comportamenti virtuosi delle imprese. Ad esempio, è significativo il successo che sta avendo il movimento SlotMob: un’azione di massa premiale all’interno del grande tema del gioco d’azzardo (vedi: http:// www.nexteconomia.org/slots-mob).
Marco Geronimi Stoll. Non sono d’accordo, è in atto, anche con l’aiuto dei nuovi mezzi digitali, una rivoluzione i cui effetti cominciano adesso.
Non credo che una tecnologia possa cambiare automaticamente il mondo (si chiama tecnodeterminismo), ad esempio non credo che l’invenzione della stampa abbia generato il protestantesimo o che i telefonini abbiano generato le recenti rivoluzioni nordafricane. No, però i nuovi mezzi rendono possibili formidabili cambiamenti di equilibri e danno una potenza inedita alle istanze sopite, che prima covavano latenti nelle tante frustrazioni della storia. Cambia anche la velocità delle reazioni a qualsiasi evento. Più che cambiare le opinioni, i nuovi mezzi cambiano la natura delle opinioni, la loro articolazione, il loro mix, la loro stessa generazione secondo nuovi modi di usare il pensiero.
Aumenta il ventaglio tra l’ottimoe il pessimo: crescendo internet, si sono manifestate delle idee stupide che sono più stupide delle stupidaggini precedenti e anche idee intelligenti che sono più intelligenti, cioè più chiare, verificabili, condivisibili, creative, empatiche ed articolate delle precedenti.
Questo non solo ci rende più facile alimentarci dall’ottimo, invece di accontentarci del solito “meno peggio”, ma pone anche il pessimoin una dimensione più evolutiva. Se anche gli imbecilli trovano spazio e motivazione per scrivere la loro, magari ogni tanto leggono ciò che hanno scritto (un’idea allo specchio si chiama riflessione, quale che ne sia il livello) e perfino può capitargli di leggere qualche frammento di pensiero altrui. Questo è il primo elemento evolutivo dell’intelligenza umana, ci siamo passati tutti quando eravamo bambini.
In una democrazia a suffragio universale, giustamente, il voto di un imbecille vale quanto quello del saggio, ma gli imbecilli sono molto più numerosi e ne vediamo i risultati quando scelgono i nostri rappresentanti. Sono stati allevati così dalla TV, che ha estirpato intelligenza attraverso l’omologazione (come mostrava Pasolini quando denunciava la perdita della cultura dialettale e della saggezza orale). Questo aspetto di evoluzione del pessimo è forse più importante del miglioramento dell’ottimo. Non perdiamo dunque l’occasione di chattare o di perder tempo su facebook coi nostri compagni di scuola sempliciotti che manifestano idee sempliciotte; nessuno snobismo e un po’ di pazienza, se non vogliamo essere (umanamente e strategicamente) più stupidi di loro. Torniamo a questo anelato potere dal basso generato dalla rete. Si è già atteso e reclamato in questi anni più volte, fino a creare l’illusione che internet, per la sua stessa natura, comportasse un vento cosmico di democrazia, di decisioni dal basso… Se idealizziamo uno strumento lo depotenziamo, e dopo fatalmente viene la disillusione.Secondo me, sto rispondendo ad una domanda che fotografa esattamente questa disillusione. Invece è proprio adesso, in modo carsico, che la nostra capacità di pensare insieme sta diventando più potente.
È davvero un contropotere, che ora prende il posto della televisione, quell’impero catodico che conformava fino a un decennio fa le opinioni del 97% della popolazione, oggi è lo strumento unico di informazione solo del 25% di noi. È ancora tanto, governa ancora molto le scelte elettorali, commerciali, comportamentali, etiche, ma rispetto a prima la differenza è abissale.
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Pubblicato per gentile concessione della rivista “Missione Oggi”, dove la doppia intervista è uscita nel numero di novembre 2013. Rispetto a quella versione, le risposte di Marco Geronimi Stoll escono qui in versione integrale, non avendo noi necessità di rispettare i limiti di spazio imposti dalla versione cartacea
Luigino Bruni, docente di Economia, è ispiratore associazioni impegnate a promuovere una cultura economica improntata alla comunione, alla gratuità ed alla reciprocità. Di recente ha scritto il libroEconomia dell’anima.
Marco Geronimi Stoll, formatore, docente ed esperto di pubblicità e comunicazione etica nel mondo non profit e per le aziende della decrescita, è autore di Smarketing. Comunicazione per tutti i piccoli che hanno grandi cose da dire.
Mimmo Cortese, socio fondatore dell’Osservatorio permanente sulle armi
leggere (Opal), di Brescia, è membro del gruppo redazionale di “Missione Oggi”. Ha scritto con Roberto Cucchini, La forza lieve (la meridiana, 2001).
http://comune-info.net/2014/02/la-loro-crisi-e-la-nostra-festa/
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