Giornata della memoria: le poesie di Hans Sahl “Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo”
NOTIZIA
Oggi si è celebrata in tutta Italia la “Giornata della memoria” (ma molte iniziative avranno luogo domani e nei giorni seguenti) per ricordare il giorno in cui – 27 gennaio 1945 – i soldati dell’Armata Rossa entrarono nel lager di Auschwitz, liberando i rimanenti prigionieri. La “Shoah” è il termine ebraico (“catastrofe”) che indica il genocidio di sei milioni di ebrei sterminati in quella macchina di distruzione ideata e organizzata da Hitler che fu definita “la soluzione finale del problema degli ebrei”. La “Giornata della memoria” non è solo il ricordo degli ebrei sterminati, ma è la ricorrenza che tiene viva la consapevolezza di ciò che accadde negli anni del Nazismo e del Fascismo (e anche in Italia Mussolini emanò le leggi razziali, prevalentemente contro gli ebrei).
Uno degli scrittori tedeschi che, opponendosi alla deriva nazifascista, lasciarono la Germania prima della Seconda Guerra Mondiale, è Hans Sahl, di cui l’editore Del Vecchio ha appena mandato il libreria una vasta antologia dei suoi versi,Mi rifiuto di scrivere un necrologio dell’uomo (2014, pagg. 504, euro 17,50), con traduzione e cura di Nadia Centorbi, con testi originali a fronte. Cito dalla sua introduzione critica questo passaggio: “Le poesie in cui Sahl tematizza l’esperienza dei campi di prigionia, della fuga verso il Sud della Francia e dell’estenuante attesa di una nave a Marsiglia descrivono le fasi più concitate dell’esilio dell’autore, spesso attanagliato dal dubbio di raggiungere l’agognata salvezza. L’estemporaneità dei versi germinati dall’effetto di impressioni immediate legate all’ hic et nunc del poeta garantisce all’intero ciclo (quello delle poesie dell’esordio nel 1942, Le chiare notti, n.d.r.) la suggestione di una testimonianza non mediata, vibrante e sofferta come quella che emerge dalle pagine di un diario”.
“Quando nel 1942 dà alle stampe il suo primo volume di poesie Le chiare notti. Poesie dalla Francia, Hans Sahl ha quarant’anni. Alle sue spalle l’Europa in fiamme e nove lunghi anni di esilio, trascorsi per lo più a Parigi. Dalla Germania nazista era fuggito, unendosi alla schiera degli emigranti della prima ora, nel marzo 1933, «non solo come ebreo, ma anche come oppositore di Hitler», riparando dapprima a Praga, poi a Zurigo e infine a Parigi fino allo scoppio della guerra. Dopo l’invasione della Francia da parte delle truppe tedesche, fu rinchiuso nei campi di internamento francesi, in uno dei quali condivise la drammatica esperienza con Walter Benjamin. Nel 1941 riuscì a fuggire e raggiungere Marsiglia, uno dei pochi porti d’Europa dal quale era ancora possibile salpare in direzione degli Stati Uniti. Approdò a New York e vi si stabilì, per rientrare in Germania definitivamente solo nel 1989. Cinquantasei anni di esilio in cui Sahl svolse prevalentemente il lavoro di corrispondente culturale da New York per diversi giornali e riviste. Si dedicò altrettanto proficuamente all’attività di traduttore, nell’ambigua consapevolezza di avere ormai «siglato un patto con l’estraneità”. (dal risvolto di copertina del libro)
RECENSIONE
Trascrivo alcune poesie che mostrano le diverse tappe della sua creatività e l’evoluzione della sua testimonianza:
Da Le chiare notti (1942)
Sentenza
Il cuore non legare a quel che è già perduto,
non merita l’amore quel che a fuggir costrinse,
delle immagini scorda il notturno assalto,
dimentica la mano che nel vuoto ti spinse,
e a quella falsa eco non prestare ascolto,
che dal mondo di ieri fino a te rintocca.
Il cuore non legare a quel che è già perduto.
Proteggiti finché la tua ora non scocca.
(1933)
Ma non mantenne la promessa a se stesso. “Quel che è già perduto” rimase sempre insistente sulla sua vita. In un’altra poesia dal titolo Scrivere poesie – Ovvero quel che ancora ne è rimasto, scrive: “…. / Io sono la poesia./ Io faccio di me stesso una poesia./ Io sono fugace./ …/ La lirica nella nostra epoca / può essere solo effimera./ Comunicazione con la condizionale./ Io faccio di me stesso una poesia./ Io sono un evento./ Io ho luogo./ Io accado”. (dalla raccolta Noi siamo gli ultimi, 1976).
Tornando a Le chiari notti, Sahl definisce l’esilio, l’estraneità, il dolore, il campo di concentramento, in presa diretta in attesa di poter riparare in America:
Poesia dal campo
Sempre la stessa paglia, stessa anche la zuppa,
sempre la stessa zappa, non cambia la fossa,
nella baracca l’aria neppure si è mossa,
ti hanno solo assegnato a un’altra truppa.
Guardie di nuovo stanno alla recinzione,
tutto è rimasto intatto e senza cesure,
in gjro vai con la voglia di letture,
t’abbronzi al sole mentre sei in confusione.
Gli eventi esterni a noi morti non hanno accesso,
nessun giornale in questo campo è apparso,
le voci girano, ma il cibo è scarso,
anche scrivere non puoi, non è concesso.
In questo posto più non dovresti stare,
nell’erba l’ultima cicca s’è già spenta,
tra le baracche notturne il ratto s’avventa,
la guerra è già prossima – via dobbiamo andare.
De profundis
Dal tempo e dalla sua rima mi sono estraniato,
il tempo la mia rima mi ha rubato.
Dove i mondi crollano e s’annientano le popolazioni,
per addensarsi in rima la parola non ha più occasioni.
Mettere in canto l’orrore non è forse azzardato,
strappare a ciò che non ha rima qualcosa di rimato,
per chi ancora le parole possiede nella parola cacciar di frodo
per illustrare la carie ossea della lingua trovare il modo,
e dove tutte le parole vengono meno,
scandire in sillabe la danza della morte a cuor sereno?
Dalla rima in questo tempo mi sono estraniato,
il tempo la mia rima mi ha rubato.
Pesante è la mia bocca e la forza manca adesso
alle mie labbra per dare alle frasi un nesso.
Da epoche rigettato, io giaccio qui,
l’ultima parola ancora non si udì.
L’ultima rima non è ancora reperita
Su questa miseria e su ogni ferita.
Il grido più profondo che si sia mai udito
Da noi e dal nostro silenzio sarà partorito.
Marsiglia IV
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Noi non viviamo, noi non moriamo, noi attendiamo,
noi facciamo a gara con la morte a chi arriva per primo,
noi tutti sappiamo che dobbiamo aspettare,
noi siamo già morti, ma ancora non lo sappiamo,
e giochiamo coi sentimenti come si gioca a palla,
noi ci facciamo derubare dal primo cretino
e prenotiamo posti su navi che non esistono,
noi abbiamo compreso già da tempo il nostro destino
e non moriamo.
Da Noi siamo gli ultimi (1976)
Memorandum
Un uomo, che alcuni ritenevano
saggio, dichiarò che dopo Auschwitz
non fosse più possibile alcuna poesia.
Sembra che delle poesie
l’uomo saggio non abbia avuto
alta considerazione –
quasi che queste servissero a consolare
l’anima di sensibili contabili
o fossero vetri intarsiati
attraverso i quali si guarda il mondo.
Noi crediamo che le poesie
siano ridiventate possibili
ora più che mai, per la semplice ragione che
solo in poesia si può esprimere
ciò che altrimenti
sarebbe superiore a ogni descrizione.
Esilio
Non c’è più niente da dire.
La polvere si disperde.
Ho tirato su il mio bavero.
È già tardi.
L’argano cigola. Lo hanno seppellito.
Non c’è più niente da dire.
Troppo tardi.
A un certo punto della sua vita, che passava a New York facendo traduzioni e scrivendo collaborazioni per giornali e riviste europee, cominciò a non scrivere più sui campi di concentramento, sugli orrori del nazismo e della guerra, e cominciò a scrivere di New York e della sua esperienza americana.
Da La Talpa (1991)
Metroliner
Stato crepuscolare di cose in dormiveglia
sul treno speciale attraverso la notte.
S’aprono e si chiudono impercettibilmente
le porte sulle ruote senza far rumore
come occhi sulla ninna nanna.
Braccia che ti sfiorano mentre passano,
compagni in marcia solitaria,
vacillanti che t’afferrano,
in fuga verso una terra di nessuno,
in fuga tra ieri e oggi
nel treno speciale attraverso la notte.
(1981)
Ancora
Ancora tengo desti i miei sensi,
ancora posso distinguere la sera dal mattino,
ancora posso accendere il riscaldamento e da solo
mettere in ordine i miei vestiti. Ancora mi lavo da solo
la biancheria e so quel che succede nel mondo.
Ancora desidero la donna d’altri e non posso
farne a meno. Ancora verso lacrime
sull’infedeltà delle donne nei film.
Ancora vedo la lancetta dell’orologio
se mi sforzo e il pane sul piatto
e i titoli di prima pagina del “Times” al mattino.
Ancora so dove abita Dio e me ne dimentico
tuttavia sempre più.
Pienamente consapevole dell’imminente sua fine, dà l’addio al mondo e a tutti, con il suo modo originale di essere attento e leggermente ironico:
Strofe
Lentamente esco dal mondo
verso un paesaggio al di là di ogni lontananza,
e ciò chge fui e sono e ciò che resto
se ne va con me senza impazienza e senza fretta
verso un Paese non ancora battuto.
Lentamente esco dal tempo
verso un futuro al di là di ogni stella,
e ciò che fui e sono e sempre resterò
se ne va con me senza impazienza e senza fretta
come se mai fossi stato o quasi.
Hans Sahl
Hans Sahl è nato nel 1902 ed è morto nel 1993.
http://poesia.corriere.it/2014/01/27/per-la-giornata-della-memoria-leggere-le-poesie-di-hans-sahl-mi-rifiuto-di-scrivere-un-necrologio-per-luomo/
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