Mentre ci avviciniamo all’Anno del Cavallo di Fuoco, il cavallo riemerge come figura centrale nella memoria giapponese.
Non solo animale.
Non solo mezzo.
Tramite.
Ogni volta che appendiamo una tavoletta votiva in un santuario shintoista, continuiamo un gesto antico.
La parola ema (絵馬) significa letteralmente “immagine di cavallo”.
Nel periodo Nara (710–794), i cavalli vivi venivano offerti alle divinità come dono supremo. Erano considerati messaggeri tra il mondo umano e quello divino.
Non tutti potevano permettersi un’offerta così costosa. Così il cavallo divenne immagine.
La forma cambiò.
La funzione rimase.
Ancora oggi, durante gli anni del Cavallo, molti santuari producono ema con il kanji 馬 inciso o dipinto con particolare cura. Non è decorazione: è memoria rituale.
In alcuni luoghi, la presenza non è simbolica ma reale.
Lo shinme (神馬) è il cavallo sacro che vive nel recinto del santuario.
- Sumiyoshi Taisha a Osaka conserva un cavallo bianco che partecipa alle cerimonie.
- Kamo-jinja a Kyoto mantenne per secoli cavalli dedicati alle divinità Kamo.
- Ise Jingū, centro spirituale dell’Impero, ha custodito cavalli imperiali legati al culto.
Lo shinme non è spettacolo.
È continuità.
Vederlo è considerato auspicio non perché “porta fortuna”, ma perché ricorda il legame tra visibile e invisibile.
Nella tradizione guerriera giapponese, il cavallo è inseparabile dal samurai.
Non è strumento: è estensione.
I cronisti raccontano di Ikezuki e Surusumi, i destrieri di Minamoto no Yoshitsune.
Ikezuki avrebbe attraversato l’acqua durante la battaglia di Uji.
Surusumi, nero come l’inchiostro, superava ostacoli impossibili.
Il cavallo di Kusunoki Masashige, secondo la leggenda, pianse alla morte del padrone. Ancora oggi un monumento ne custodisce la memoria.
Persino le figure guardiane dei santuari, i koma-inu, non nascono esclusivamente come “cani”: le loro radici iconografiche comprendono creature ibride, talvolta equine, provenienti dall’Asia continentale.
Il cavallo è fedeltà.
Ma anche soglia tra mondi.
Molti clan samurai inserirono elementi equini nei loro stemmi familiari.
Il clan Sōma raffigurava tre cavalli al galoppo.
Il clan Nanbu utilizzava simboli equini stilizzati.
Velocità, potenza, nobiltà.
Ma anche genealogia, continuità, responsabilità.
I maestri dell’ukiyo-e hanno studiato il cavallo come forma dinamica.
-Hokusai ne analizzò postura e movimento in serie dedicate.
-Hiroshige lo collocò nelle stazioni del Tōkaidō, parte della vita ordinaria.
-Kuniyoshi lo rese protagonista di scene drammatiche.
Il cavallo diventa linea, ritmo, tensione trattenuta.
Nel Kabuki, la tecnica del bajutsu permette all’attore di evocare la cavalcata senza animale reale.
Nel Nō, compaiono spiriti equini e presenze rituali.
Il cavallo può essere assente.
Ma il movimento resta.
Il Cavallo di Fuoco e la memoria del timore
Non tutti gli anni del Cavallo sono uguali.
Quando l’animale si unisce all’elemento Fuoco, nasce il 丙午 (Hinoe-Uma).
Secondo una credenza popolare, le donne nate in un anno di Cavallo di Fuoco sarebbero troppo forti, troppo indipendenti, destinate a “consumare” il marito.
Nel 1966, ultimo Hinoe-Uma, il Giappone registrò un drastico calo delle nascite.
Non mito letterario.
Conseguenza sociale.
Qui il cavallo non è solo energia.
È forza temuta.
Non è la prima volta che ciò che regge viene percepito come pericoloso.
Anche nella cultura popolare, il cavallo mantiene tratti coerenti: energia, libertà, slancio, lealtà.
Negli anime ambientati in epoca feudale, il cavallo del protagonista non è semplice mezzo di trasporto, ma compagno silenzioso, presenza quasi magica.
L’archetipo non si è dissolto.
Ha solo cambiato linguaggio.
Una osservazione
Il cavallo, nella tradizione giapponese, è:
- veicolo di preghiere
- compagno di guerra
- simbolo araldico
- presenza rituale
- archetipo di energia
- forza temuta quando diventa femminile
Corre tra mondi.
Regge peso.
Attraversa.
Forse il punto non è chiedersi che tipo di cavallo si sia.
Ma riconoscere quando si è stati tramite.
Non tutti i fuochi bruciano.
Alcuni illuminano.
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