Non è facile capire cosa sia diventata la sinistra italiana. Per decenni ha combattuto l’ingerenza religiosa nello Stato, ha sfidato il potere clericale, ha rivendicato la laicità come architrave della democrazia. “Né Dio né padrone” non era uno slogan folcloristico: era identità politica.
Oggi, però, quella fermezza sembra dissolversi quando l’oscurantismo non indossa la talare cattolica ma il turbante. Davanti a regimi teocratici che reprimono donne, oppositori e minoranze, l’indignazione si fa improvvisamente prudente. La condanna diventa “analisi geopolitica”. Il principio si piega alla convenienza ideologica: se il nemico del mio avversario è anti-occidentale, allora merita comprensione.
La storia dovrebbe aver insegnato qualcosa. Nel 1979 i comunisti iraniani appoggiarono Khomeini contro lo Scià. Pochi anni dopo furono messi fuori legge, incarcerati, impiccati. L’islamismo politico non è un alleato tattico: è un progetto totalizzante che usa e poi elimina. È già successo. Non è teoria.
Anche in politica interna la coerenza sembra opzionale. La separazione delle carriere dei magistrati è stata discussa e in passato sostenuta da esponenti del centrosinistra. Oggi diventa un attentato alla democrazia. Non perché sia cambiato il merito, ma perché è cambiata la firma. Se la propone l’avversario, è golpe. Se la propone il proprio campo, è riformismo.
Sulla sicurezza il copione è simile. Ogni episodio viene letto esclusivamente attraverso la lente delle cause sociali. Il colpevole diventa prodotto del sistema, mai responsabile individuale. La percezione diffusa di impunità viene liquidata come “narrazione”. Ma la distanza tra linguaggio politico e vita quotidiana dei cittadini si allarga.
Lo stesso schema si ripete sulle infrastrutture: grandi opere bloccate per anni, ricorsi infiniti, veti incrociati. Poi si denuncia il declino economico e l’arretratezza del Paese. Il diritto di dire “no” diventa più importante della capacità di costruire.
Sul piano culturale, l’attenzione al linguaggio inclusivo rischia di trasformarsi in ossessione simbolica. Si ridefiniscono parole, si riscrivono formulari, si moltiplicano manuali lessicali. Nel frattempo, salari stagnanti, periferie insicure e crisi industriali restano irrisolti. La sensazione è che si combattano battaglie semantiche mentre quelle materiali arretrano.
Il punto non è che la sinistra non debba opporsi. È che sembra aver scelto l’opposizione come habitat naturale. Governare significa decidere, assumersi costi, accettare compromessi. Protestare è più semplice: basta individuare un nemico e denunciare una “deriva”.
Forse non è incoerenza. È una strategia: mantenere la superiorità morale anche a costo di perdere quella politica. Ma la storia insegna che chi gioca con le ambiguità ideologiche spesso finisce travolto dalle conseguenze.
Il problema non è avere idee diverse. È votare contro le proprie, per principio di appartenenza. È trasformare ogni riforma in uno scontro identitario. È preferire avere ragione contro qualcuno piuttosto che avere ragione per il Paese.

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