domenica 1 marzo 2026

IL SEGRETO MILLENARIO DEL CALCESTRUZZO ROMANO CHE SFIDA IL TEMPO

 


Sommersi da oltre duemila anni nel Golfo di Napoli, i moli romani non solo sfidano mareggiate ed erosione salina, ma si sono irrobustiti col tempo. Un paradosso secolare, la cui spiegazione emerge oggi grazie ad analisi scientifiche all'avanguardia.


L'opus caementicium romano era una miscela apparentemente umile: calce, acqua e pozzolana, una cenere vulcanica estratta specialmente dai Campi Flegrei. Ricca di silice e allumina, la pozzolana innescava con la calce una reazione chimica straordinaria. Ne nascevano minerali come tobermorite alluminosa e phillipsite, creando una matrice densa e quasi impermeabile. Il vero prodigio, però, è che questa reazione non si ferma all'indurimento: continua nel tempo, rinforzando progressivamente la struttura interna del cemento.


L'acqua di mare è l'elemento chiave. Gli studi dell'Università dello Utah, pubblicati su American Mineralogist nel 2013, hanno svelato il meccanismo: l'acqua marina che si infiltra nei moli sommersi non corrode, bensì scioglie i composti della cenere vulcanica. Questo processo innesca la crescita di nuovi cristalli, con forme a lamelle intrecciate, che riempiono le micro-fratture. Tali cristalli aumentano la resistenza e sigillano spontaneamente le crepe, conferendo al materiale una capacità di autoriparazione assente nel cemento Portland, diffuso dal 1824.


La scoperta più sorprendente è emersa da Pompei nel 2025: un cantiere romano del 79 d.C., sigillato dalle ceneri, è riaffiorato nella Regio IX, rivelando materiali e strumenti intatti.


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Un'équipe internazionale, guidata dal MIT e collaborata dal Parco Archeologico di Pompei e dall'Università del Sannio, ha analizzato questi reperti con microanalisi e studi isotopici. La rivelazione? La tecnica della "miscelazione a caldo".


Contrariamente alla credenza, i Romani usavano calce viva (ossido di calcio non idratato), mescolandola direttamente con la pozzolana. Questa reazione esotermica generava temperature elevatissime. Tali temperature, unite all'acqua marina e alle ceneri vulcaniche ricche di allumina, innescavano la cristallizzazione della tobermorite alluminosa, chiave della straordinaria longevità del loro cemento.


I risultati sono stati pubblicati su Nature Communications.


Il cemento romano, un'ingegneria perduta, è anche un modello di sostenibilità ante litteram. Le analisi del Lawrence Berkeley National Laboratory rivelano che la sua produzione richiedeva meno del 10% di calce e temperature ridotte di un terzo rispetto al moderno cemento Portland, abbattendo significativamente le emissioni di CO₂. In un'epoca in cui l'industria cementizia incide per l'8% sul totale globale, la sua ricetta si rivela preziosa. La cupola del Pantheon, in opus caementicium, intatta dal 125 d.C. senza armature in acciaio, ne è la testimonianza più eloquente.


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