Era il settembre del 9 d.C. quando Publio Quintilio Varo, governatore romano della Germania, iniziò la marcia verso gli acquartieramenti invernali. Con sé, tre intere legioni (la XVII, XVIII e XIX), oltre a 6 coorti di fanteria ausiliaria e 3 ali di cavalleria: circa 20.000 uomini tra legionari e ausiliari.
Varo, colto e favorito di Augusto (che gli aveva dato in moglie la figlia del genero Agrippa), era un esperto burocrate scelto per governare, non per comandare. Convinto che la provincia fosse pacificata, si comportava come un pretore nel foro di Roma, dimentico di essere su terra nemica.
Arminio, figlio venticinquenne del capo dei Cherusci, fu l'artefice della rovina romana. Cresciuto a Roma con cittadinanza e rango di ufficiale ausiliario, acquisì perfetta conoscenza delle tattiche militari. Tornato in Germania, unì segretamente Cherusci, Marsi, Catti e Bructeri, raccogliendo 20-25.000 guerrieri. La sua astuzia gli valse la fiducia incondizionata di Varo, che lo promosse consigliere e ignorò l'avvertimento esplicito di Segeste, futuro suocero di Arminio, sull'imminente imboscata.
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La trappola fu ordita con meticolosa precisione. Arminio scelse Kalkriese, in Bassa Sassonia, dove la grande palude settentrionale si stringeva alla collina calcarea, riducendo il passaggio a 80-120 metri. Deviò il percorso per incanalare l'esercito in un imbuto mortale, celando le sue truppe dietro un terrapieno di 500-600 metri sul fianco della collina. Con la falsa notizia di una rivolta Bructera, spinse Varo su una via ignota, in una fitta foresta circondata da acquitrini.
La colonna romana, lunga oltre tre chilometri e mezzo, avanzava a fatica nel fango, tra dirupi e alberi altissimi, dispersa da pioggia e vento violenti. I Germani attaccarono sfruttando il terreno, colpendo prima con giavellotti e frecce, poi in un assalto ravvicinato. Dopo tre giorni di battaglia, Varo e gli ufficiali superiori, per sfuggire alla cattura, si tolsero la vita. Le legioni XVII, XVIII e XIX furono annientate. I loro numeri non furono più riassegnati, a testimonianza di un lutto che Roma non superò mai del tutto.
Solo cinque giorni dopo il trionfo su Dalmati e Pannoni, la notizia raggiunse Roma. Augusto, settantaduenne, si lasciò crescere barba e capelli, sbattendo la testa e gridando: "Varo, rendimi le mie legioni!". Temendo la marcia germanica sull'Italia, allontanò dalla sua guardia del corpo tutti i soldati di origine germanica. Il confine nord-orientale dell'Impero si attestò definitivamente al Reno per quattro secoli.
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