Nel corso del Ventennio i manicomi italiani vennero riempiti di donne. La malattia mentale veniva puntualmente tirata in ballo per internare donne che si dimostravano poco avvezze ad accettare passivamente il ruolo nel quale il regime, nello specifico, e la cultura patriarcale, più in generale, cercavano di ingabbiarle. Per questo venivano accusate di “isterismo”, di essere cattive madri, di avere “facili costumi”, o più semplicemente di essere “smorfiose, irriverenti, testarde”. Tanto bastava per finire in luoghi di detenzione terribili. Tra queste donne vi furono anche diverse antifasciste che per le loro posizioni politiche rischiavano l’internamento con ancora più facilità.
Rosa Cutschera era una di loro.
Difficile stabilire se il suo antifascismo fosse un naturale sentimento di avversione all’oppressione del regime o il frutto di una determinata consapevolezza politica, perché le fonti sulla sua vicenda personale non sono molte, ad esclusione di un atto preciso del tribunale di Pola, nel quale il giudice istruttore la condanna a due anni di internamento in un manicomio giudiziario. Nel medesimo atto si racconta che Rosa il 15 novembre 1931, incrociando lungo viale Vittorio Emanuele Filiberto il vice caposquadra della locale milizia, tale Borsetti Umberto, lo avrebbe apostrofato con le seguenti parole “ciuffo nero, te lo darò io il tuo Mussolini!”.
Il ciuffo nero era la nappa del fez che la camicia nera stava portando in quel momento. Le parole, accompagnate da chiari gesti oltraggiosi, costarono alla Cutschera l’arresto e il processo, nel corso del quale venne sottoposta a perizia psichiatrica. Visti i precedenti atteggiamenti della donna, e un altro episodio di internamento, venne dichiarata subito “inferma di mente”, e per lei si aprirono le porte del manicomio di Aversa. Spedita a mille chilometri da casa, Rosa scrisse ai figli numerose lettere nelle quali descriveva le terribili condizioni in cui viveva, tutte prontamente bloccate dalla censura.
La Cuschera fu una delle tantissime donne internate durante il regime e una dei 475 antifascisti che finirono nei manicomi durante il ventennio. 122 di loro non fecero mai ritorno a casa.

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