Continuano a minimizzare l’oppressione che il popolo iraniano subisce ogni giorno. Continuano a girarci intorno, a ridimensionare, a raccontare una realtà addolcita. E sinceramente fa venire una rabbia enorme.
È lo stesso copione visto in Venezuela. Lo stesso modo di confondere le acque, di far passare un regime brutale come qualcosa di “non così grave”. Un capovolgimento della realtà che può nascere solo da chi vive nel privilegio e non ha la minima idea di cosa significhi vivere sotto una dittatura.
Sono gli stessi che ti raccontano che l’America sarebbe un “paese del terzo mondo”. Gli stessi che arrivano perfino a dire che Trump sarebbe peggio dell’Ayatollah.
Un livello di distacco dalla realtà che rasenta il ridicolo.
Basta una storia per capire di cosa stiamo parlando.
Atefeh Rajabi. Sedici anni. Nel 2004 viene condannata a morte e impiccata pubblicamente con una gru.
Il suo crimine? Essere stata violentata per anni da un uomo di 51 anni legato al regime. Quando trova il coraggio di raccontarlo, il sistema decide che la colpevole è lei. “Crimini contro la castità”. E la condanna a morte.
Sì. Una vittima. Giustiziata.
E non è un caso isolato.
Le donne lì vivono sotto un sistema di abusi sistematici. Donne arrestate che vengono violentate in prigione. Guardie convinte che così, dopo l’esecuzione, non potranno più entrare in paradiso. Protestanti mutilate e i loro organi venduti nel mercato nero per tenere in piedi un regime che sta crollando.
Questa è la realtà.
E mentre là le donne affrontano questo inferno ogni singolo giorno, qui c’è gente che si lamenta del “mansplaining” e pretende pure di dirti che Trump sarebbe peggio dell’Ayatollah.
Per favore.
Un minimo di contatto con la realtà.
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