venerdì 30 gennaio 2026

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Tra il 23 e il 24 agosto 410, al calar della notte sulle mura aureliane, Roma scoprì l'impensabile fragilità della sua immortalità. Dopo oltre otto secoli d'inviolabilità, i Visigoti di Alarico irruppero da Porta Salaria, dando il via a un saccheggio di tre giorni che avrebbe segnato l'immaginario occidentale. Non fu la fine dell'Impero né la distruzione totale, ma una ferita simbolica: il cuore del mondo romano poteva sanguinare.


Per afferrare appieno l'evento, è necessario risalire al 395. La morte di Teodosio sancì la divisione definitiva dell'impero: Oriente, più stabile, e Occidente, fragile preda delle pressioni germaniche. Alarico, nobile visigoto e comandante di truppe federate, si sentì tradito dalle mancate promesse di terre e pagamenti. Negli anni, oscillò tra alleanza e ostilità, specchio di un impero incapace sia di integrare sia di respingere i barbari circostanti.


All'inizio del V secolo, Alarico guidΓ² i suoi in Italia, ma fu sconfitto da Stilicone a Pollenzo e Verona. L'imperatore Onorio, rifugiatosi nella piΓΉ sicura Ravenna, aveva lasciato Roma priva di difesa imperiale. La tregua dipendeva da Stilicone, ma la sua esecuzione nel 408, vittima di intrighi di corte, eliminΓ² l'unico mediatore con Alarico. La nuova dirigenza, ostile ai Germani, massacrΓ² i foederati barbarici, spingendo altri guerrieri ad unirsi ai Visigoti e trasformando la crisi in aperta frattura.


Nell'autunno del 408, Alarico strinse d'assedio Roma. BloccΓ² il Tevere, affamando la cittΓ , che cedette, negoziando un riscatto salatissimo: oro, argento, sete, pellicce purpuree e perfino pepe, simbolo d’Oriente. Per pagare, il Senato spremette l’aristocrazia, fuse statue, spogliΓ² templi, allegoria, per alcuni, della virtΓΉ romana liquefatta per la sopravvivenza. L'assedio cessΓ², ma le trattative per una pace stabile fallirono. La rigiditΓ  di Onorio e dei suoi consiglieri impedΓ¬ ogni compromesso politico con il re visigoto.


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Nel 409, Alarico tornΓ². AssediΓ² le mura, nominΓ² un usurpatore, Prisco Attalo, per costringere Ravenna a concedergli terre e un comando. Fallito l'esperimento politico – Attalo fu presto deposto, i tentativi di assicurarsi l'Africa svanirono, e il dialogo con Onorio naufragΓ² dopo un attacco percepito come tradimento – il re gotico marciΓ² per la terza volta su Roma. Non piΓΉ negoziatore, ma assediante risoluto a colpire il cuore della grandezza romana.


La notte del 24 agosto 410, la porta Salaria cedette. Che fosse per il tradimento di pochi o la disperazione dei molti, Roma, logorata da fame e lotte interne, si arrese.


I quarantamila Visigoti irruppero, saccheggiando le dimore dei ricchi, i palazzi e i templi pagani. Le grandi basiliche cristiane (Pietro e Paolo) restarono asili inviolati. Non fu un massacro totale né una distruzione completa; la vita urbana, seppur ferita, proseguì. Il trauma, però, fu immenso: l'Urbe, pur sopravvivendo, aveva conosciuto l'oltraggio.


Per i cristiani, da Orosio ad Agostino, il Sacco di Roma fu una prova teologica. Mentre i pagani vedevano nell'evento la punizione per aver abbandonato gli antichi dèi, gli scrittori cristiani sostennero che la violenza fu limitata, merito del nome di Cristo che protesse rifugiati e luoghi sacri. Il 410, per molti aristocratici in fuga verso l'Africa o le corti provinciali, segnò l'inizio di un esodo che stravolse gli equilibri di potere e ricchezza. La memoria si divise: per alcuni, fu la fine; per altri, un passaggio, più crepa che crollo, una rivelazione nella lenta trasformazione del mondo romano.


Alarico morì nel 410, durante la marcia a sud, forse mirando all'Africa. La leggenda narra che fu sepolto, col suo tesoro, nel letto deviato di un fiume in Calabria. I Visigoti, guidati dal nuovo re Ataulfo, si spostarono in Gallia e poi in Spagna, ponendo le basi di un regno stabile in un impero sempre più ridotto. Roma, ferita ma non vinta, fu costretta da quella notte d'agosto a confrontarsi con la propria mortalità, incrinando per sempre l'idea di una città eterna e invulnerabile.


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