venerdì 30 gennaio 2026

100 mila volte Laura Giovannelli Protani

 


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Laura Giovannelli Protani 

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Sigonella

 


Sì stava meglio quando si stava peggio?


La crisi di Sigonella, 1985.

Una storia che andrebbe raccontata ogni tanto, soprattutto oggi.


Ottobre 1985. Il sequestro della nave Achille Lauro da parte di un commando palestinese finisce nel sangue: viene ucciso Leon Klinghoffer, cittadino americano, disabile, gettato in mare.


I dirottatori trattano, ottengono un lasciapassare e salgono su un aereo egiziano diretto a Tunisi.

Gli Stati Uniti decidono che no, non va bene.


Fanno intercettare l’aereo da caccia americani e lo costringono ad atterrare nella base NATO di Sigonella, in Sicilia.

Base NATO, sì. Ma su territorio italiano.


A quel punto Washington pretende di portarsi via i terroristi.

Come se fosse una formalità.

Come se l’Italia dovesse solo farsi da parte.


Il governo italiano, guidato da Bettino Craxi, dice no.

Perché il reato è avvenuto su una nave italiana.

Perché la giurisdizione è italiana.

Perché su quel territorio decide l’Italia.


Alla base di Sigonella succede una cosa che oggi sembra fantascienza:

i militari italiani circondano quelli americani.


Carabinieri e VAM contro la Delta Force.

Armi contro armi.


Momenti di tensione altissima, con il rischio reale di uno scontro tra alleati.

Alla fine gli americani devono cedere.

I terroristi restano in custodia italiana e vengono processati in Italia.


Non perché fossimo più forti.


Ma perché avevamo deciso di non abbassare la testa.


Attenzione: non era un gesto contro gli Stati Uniti.

Era un gesto per l’Italia.

In piena guerra fredda, con il terrorismo internazionale, con equilibri mondiali fragilissimi.


Oggi non siamo in guerra fredda.

Non c’è un’emergenza simile.

Eppure vediamo agenti stranieri entrare e operare sul nostro territorio, senza proteste, senza dignità, senza neanche una parola storta.


Da un governo che parla di “patria”, “confini”, “sovranità” dalla mattina alla sera.


Nel 1985 il mondo faceva molto più schifo di oggi.

Ma c’era una classe dirigente che, ogni tanto, sapeva dire no. Poi quello che era in termini di corruzione radicata è un'altra storia...


Oggi ci raccontano che obbedire è realismo, che chinare il capo è interesse nazionale.


Sigonella non è nostalgia.

È memoria storica.


Ed è un promemoria doloroso di cosa significa davvero difendere la dignità di un Paese.

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Emma Sullivan



 Il 10 giugno 1909, diciannovenne, Emma Sullivan calpestò un chiodo arrugginito appena una settimana prima del suo matrimonio con Thomas Murphy. Il chiodo le trafisse profondamente il piede. Emma lavò la ferita con acqua, la fasciò con un panno e proseguì con i preparativi per le nozze. Troppo impegnata per andare da un dottore, ignorò il dolore, decisa a concentrarsi sull'imminente cerimonia.


Verso il 15 giugno, cinque giorni dopo l'infortunio, Emma cominciò a sentire una rigidità alla mascella. All'inizio pensò fosse lo stress per il matrimonio e non le diede peso. Ma alla sera, la sua mascella si era bloccata completamente. I batteri del chiodo avevano causato il tetano, rilasciando tossine che attaccarono il suo sistema nervoso. Sua madre chiamò un medico, che riconobbe immediatamente il temibile "trisma" (tetano). Sapeva che la malattia era quasi sempre fatale una volta che i sintomi apparivano. Emma non sarebbe vissuta abbastanza per vedere il giorno delle sue nozze.


Il 16 giugno, Thomas visitò Emma mentre le sue condizioni peggioravano. Il suo corpo si irrigidiva, la schiena si inarcava e soffriva di spasmi muscolari agonizzanti. Incapace di parlare, piangeva ed emetteva suoni attraverso i denti serrati. Thomas le tenne la mano, e lei gliela strinse, cercando di comunicare. Entrambi capivano che stava morendo. Con il matrimonio fissato per il giorno seguente, Thomas prese una decisione straziante: avrebbe sposato Emma quella notte.


Al suo capezzale, Emma giaceva rigida, la mascella serrata. Il sacerdote permise la cerimonia. Quando le fu chiesto se prendeva Thomas come marito, Emma batté le palpebre una volta per dire sì. Thomas pronunciò i suoi voti tra le lacrime, infilò un anello sul suo dito irrigidito e baciò la sua mascella serrata. In quel momento, divenne suo marito, anche mentre lei stava morendo davanti a lui.


Emma morì alle 4:30 del mattino del 17 giugno 1909 — la mattina del giorno del suo matrimonio. Lei e Thomas erano stati sposati per solo dodici ore. Le sue ultime ore furono piene di spasmi violenti e convulsioni soffocanti, eppure rimase cosciente per tutto il tempo, consapevole del suo destino, consapevole che era il giorno delle sue nozze e consapevole che Thomas era ora il suo vedovo.


Quando gli ospiti arrivarono in chiesa quella mattina, fu detto loro che la sposa era morta. Il matrimonio divenne un funerale. Vestiti con i loro abiti nuziali, parteciparono al funerale di Emma invece che alla sua cerimonia. Fu sepolta nel suo abito da sposa, macchiato dal sangue degli spasmi che avevano lacerato il suo corpo. Thomas stava alla sua tomba nel suo completo da sposo, marito per meno di dodici ore, già vedovo.


La madre di Emma non si perdonò mai, credendo che avrebbe dovuto insistere perché Emma vedesse un medico. Le cure adeguate avrebbero potuto prevenire il tetano. Invece, un chiodo arrugginito reclamò la vita di sua figlia in soli sette giorni. Thomas non si risposò mai. Indossò la sua fede nuziale fino alla sua morte nel 1954 all'età di sessantaquattro anni, fedele al ricordo di Emma per quarantacinque anni.


Prima di morire, Thomas raccontò la storia a suo nipote: "Ho sposato Emma il 16 giugno 1909. Stava morendo di tetano. Non poteva parlare. Corpo rigido. Mascella serrata. Ha battuto le palpebre per dire sì quando il sacerdote le ha chiesto se mi prendeva come marito. Morì dodici ore dopo. Il giorno del nostro matrimonio. L'ho sepolta nel suo abito da sposa. Abbiamo avuto dodici ore di matrimonio. Lei le ha passate morendo. Io le ho passate a guardarla morire. Ho portato questo anello per quarantacinque anni. Non me lo sono mai tolto".


Sulla tomba di Emma è incisa la scritta: "Emma Sullivan Murphy, 1890–1909, Amata Figlia, Sposa e Moglie, Sposata e Morta nel giugno 1909". Thomas commissionò la lapide come unico memoriale del loro matrimonio di dodici ore. Quando morì nel 1954, fu sepolto accanto a lei, riunito dopo quarantacinque anni — insieme per sempre, come avevano pianificato il giorno del loro matrimonio.

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𝗜𝗟 𝗦𝗔𝗖𝗖𝗢 𝗗𝗜 𝗥𝗢𝗠𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝟰𝟭𝟬: 𝗟𝗔 𝗡𝗢𝗧𝗧𝗘 𝗜𝗡 𝗖𝗨𝗜 𝗟’𝗜𝗠𝗠𝗢𝗥𝗧𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀ 𝗠𝗢𝗥𝗜̀



Tra il 23 e il 24 agosto 410, al calar della notte sulle mura aureliane, Roma scoprì l'impensabile fragilità della sua immortalità. Dopo oltre otto secoli d'inviolabilità, i Visigoti di Alarico irruppero da Porta Salaria, dando il via a un saccheggio di tre giorni che avrebbe segnato l'immaginario occidentale. Non fu la fine dell'Impero né la distruzione totale, ma una ferita simbolica: il cuore del mondo romano poteva sanguinare.


Per afferrare appieno l'evento, è necessario risalire al 395. La morte di Teodosio sancì la divisione definitiva dell'impero: Oriente, più stabile, e Occidente, fragile preda delle pressioni germaniche. Alarico, nobile visigoto e comandante di truppe federate, si sentì tradito dalle mancate promesse di terre e pagamenti. Negli anni, oscillò tra alleanza e ostilità, specchio di un impero incapace sia di integrare sia di respingere i barbari circostanti.


All'inizio del V secolo, Alarico guidò i suoi in Italia, ma fu sconfitto da Stilicone a Pollenzo e Verona. L'imperatore Onorio, rifugiatosi nella più sicura Ravenna, aveva lasciato Roma priva di difesa imperiale. La tregua dipendeva da Stilicone, ma la sua esecuzione nel 408, vittima di intrighi di corte, eliminò l'unico mediatore con Alarico. La nuova dirigenza, ostile ai Germani, massacrò i foederati barbarici, spingendo altri guerrieri ad unirsi ai Visigoti e trasformando la crisi in aperta frattura.


Nell'autunno del 408, Alarico strinse d'assedio Roma. Bloccò il Tevere, affamando la città, che cedette, negoziando un riscatto salatissimo: oro, argento, sete, pellicce purpuree e perfino pepe, simbolo d’Oriente. Per pagare, il Senato spremette l’aristocrazia, fuse statue, spogliò templi, allegoria, per alcuni, della virtù romana liquefatta per la sopravvivenza. L'assedio cessò, ma le trattative per una pace stabile fallirono. La rigidità di Onorio e dei suoi consiglieri impedì ogni compromesso politico con il re visigoto.


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Nel 409, Alarico tornò. Assediò le mura, nominò un usurpatore, Prisco Attalo, per costringere Ravenna a concedergli terre e un comando. Fallito l'esperimento politico – Attalo fu presto deposto, i tentativi di assicurarsi l'Africa svanirono, e il dialogo con Onorio naufragò dopo un attacco percepito come tradimento – il re gotico marciò per la terza volta su Roma. Non più negoziatore, ma assediante risoluto a colpire il cuore della grandezza romana.


La notte del 24 agosto 410, la porta Salaria cedette. Che fosse per il tradimento di pochi o la disperazione dei molti, Roma, logorata da fame e lotte interne, si arrese.


I quarantamila Visigoti irruppero, saccheggiando le dimore dei ricchi, i palazzi e i templi pagani. Le grandi basiliche cristiane (Pietro e Paolo) restarono asili inviolati. Non fu un massacro totale né una distruzione completa; la vita urbana, seppur ferita, proseguì. Il trauma, però, fu immenso: l'Urbe, pur sopravvivendo, aveva conosciuto l'oltraggio.


Per i cristiani, da Orosio ad Agostino, il Sacco di Roma fu una prova teologica. Mentre i pagani vedevano nell'evento la punizione per aver abbandonato gli antichi dèi, gli scrittori cristiani sostennero che la violenza fu limitata, merito del nome di Cristo che protesse rifugiati e luoghi sacri. Il 410, per molti aristocratici in fuga verso l'Africa o le corti provinciali, segnò l'inizio di un esodo che stravolse gli equilibri di potere e ricchezza. La memoria si divise: per alcuni, fu la fine; per altri, un passaggio, più crepa che crollo, una rivelazione nella lenta trasformazione del mondo romano.


Alarico morì nel 410, durante la marcia a sud, forse mirando all'Africa. La leggenda narra che fu sepolto, col suo tesoro, nel letto deviato di un fiume in Calabria. I Visigoti, guidati dal nuovo re Ataulfo, si spostarono in Gallia e poi in Spagna, ponendo le basi di un regno stabile in un impero sempre più ridotto. Roma, ferita ma non vinta, fu costretta da quella notte d'agosto a confrontarsi con la propria mortalità, incrinando per sempre l'idea di una città eterna e invulnerabile.


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Nelle cronache repubblicane più remote, accanto a Latini ed Equi, spicca un nome a lungo sinonimo di nemico: i Volsci. Le fonti latine, soprattutto Livio e Dionigi, li ritraggono quasi sempre in guerra, segnale di una minaccia costante ai confini meridionali di Roma. Dietro pagine di assedi e saccheggi, emerge una comunità radicata, capace di erigere città d’altura, controllare le valli e confrontarsi, spesso con le armi, con la nascente potenza sul Tevere.


Appartenenti al ceppo osco-umbro, i Volsci, popolo italico indoeuropeo, parlavano una propria lingua, inserendosi nel complesso quadro dell’Italia preromana. La storiografia moderna li inquadra come pastori-guerrieri che, tra il VI e il V secolo a.C., migrarono dagli altipiani appenninici verso il Lazio meridionale, in cerca di pascoli, terre fertili e opportunità agricole. La loro sussistenza si basava su pastorizia e agricoltura, con una mobilità scandita dalla transumanza e da vere migrazioni verso le pianure costiere e i nodi strategici delle valli fluviali.


Al culmine della loro potenza, a metà del V secolo, il dominio dei Volsci si estendeva su un vasto territorio nel basso Lazio. A nord-ovest, l'asse Anzio-Satrico-Velletri ne segnava il confine, mentre verso l'interno inglobava i monti Lepini e Ausoni, la valle dell'Amaseno, quella del Sacco e l'intera media valle del Liri, raggiungendo Cassino e la Val di Comino. Privilegiarono insediamenti d'altura, oppida strategici per il controllo delle vie d'accesso a valli e pianure, come i centri di Anagni, Ferentino, Artena, Sora o la leggendaria Fregellae. Pur non conoscendo il nome di tutte le loro città, recenti scavi hanno riportato alla luce in Ciociaria un centro fortificato attivo già dalla metà del VII secolo, forse l'antica Ecetra, protagonista delle guerre contro Roma nel V secolo.


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Il declino dell'egemonia etrusca nel Lazio e la caduta della monarchia a Roma offrirono ai Volsci un varco. Sfruttando il vuoto di potere, si affacciarono sul mare tra Anxur (Terracina) e Antium (Anzio), respingendo gli Aurunci a sud-est e i Latini a nord. Penetrati nell'agro pontino, zona un tempo latina, fondarono Velletri, a ridosso del cuore del Latium vetus. Tuttavia, nel IV secolo a.C., la conquista romana di Sora (345 a.C.) segnò la prima stabile penetrazione dell'Urbe nella valle del Liri, mutando radicalmente gli equilibri di forza.


Le contese tra Roma, Equi e Volsci, che la tradizione estende tra il V e il IV secolo, furono più razzie e schermaglie che grandi battaglie campali, stando a un'analisi critica. Roma rispose con un sistema di alleanze: la Lega Latina e gli Ernici (formalizzata nel 486), che fungevano da cerniera con il mondo volsco. Episodi come l'impresa di Coriolano o le vittorie di Camillo sono letti con cautela dagli storici moderni, in quanto densi di simbolismo e sovrapposizioni.


Dopo le guerre romano-volsche (389-341 a.C.) e in parallelo ai conflitti sannitici, i Volsci furono gradualmente sottomessi e assorbiti dalla Repubblica Romana. Nonostante le fonti incerte, il loro contributo alla storia di Roma è innegabile: dall'organizzazione degli oppida all'apporto demografico e culturale. Ne sono testimoni figure come Cicerone di Arpino e Augusto di Velletri, entrambi originari di quelle che furono terre volsche. Ancora oggi, i Monti Volsci e la toponomastica del Lazio meridionale conservano il ricordo di questa lunga sfida di frontiera, dove un popolo di pastori e guerrieri tentò di resistere all'avanzata della città destinata a dominare il Mediterraneo.


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Serafina Battaglia

 


La mafia le ammazzò il marito. Ma lei, Serafina, non parlò perché era cresciuta nella trappola dell’omertà e della mafia. Poi però toccò al figlio, Salvatore, un bravo ragazzo cresciuto in un ambiente sbagliato. La mafia uccise anche lui.


Per Serafina Battaglia cambiò il mondo e decise di abbandonare totalmente la vita di prima e rompere l’omertà.


Era il 30 gennaio quando prese una decisione storica: dire ai giudici tutto quello che sapeva. Sicari, affari mafiosi che aveva il marito, informazioni. Tutto. Divenne la prima donna in Italia testimone di giustizia. Pagò un prezzo enorme oltre a quello della perdita del figlio: il totale isolamento dal mondo. Si mise contro tutti, dalla famiglia fino agli amici. Al punto tale che per trovare un avvocato ci mise un’eternità. Nessuno la voleva, tutti la evitavano per aver rotto il silenzio dell’omertà.


Ma Serafina non si arrese mai. Testimoniò in tribunale e affrontò i boss mafiosi senza paura, addirittura incalzandoli, inveendo loro contro come mai era successo prima.


“Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare così come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo”, diceva.


Non mollò un attimo ma non vide mai l’arresto dei sicari di suo figlio. Abbandonata da tutti, morì a Roma, ancora in lutto, il 10 settembre 2004.


Il suo aver detto “no” all’omertà aprì però un mondo.

A lei anche quest'anno il ricordo di tutti noi.

Leonardo Cecchi 

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Massimo Troisi, Eros Ramazzotti e Pino Daniele

 


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Claudio D’Alessio

 


C’è una verità silenziosa, discreta, ma potente, che si fa largo nelle parole di Claudio D’Alessio, il 39enne primogenito del celebre cantautore napoletano Gigi D’Alessio. In un’epoca che celebra l’individualismo e l’apparenza, Claudio — imprenditore riservato e lontano dalle luci dello spettacolo — racconta al podcast «No lies» con tono sincero e composto il valore più grande ereditato dalla sua famiglia: lo stare insieme. Claudio porta un nome importante. Lo scelse sua madre Carmela Barbato, d’accordo con Gigi, in omaggio a un artista che per entrambi rappresentava molto: Claudio Baglioni.

«Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia normale e bella, checché se ne possa dire», afferma. E la normalità di cui parla non è quella priva di complessità, ma quella fondata su affetti solidi, su un padre e una madre che si sono amati fin da giovanissimi, dai 14 anni, e hanno condiviso più di vent’anni insieme prima di prendere strade diverse. Gigi D’Alessio, spesso al centro delle cronache per la sua vita privata, appare nelle parole del figlio in una luce diversa, intima, reale. «Papà è un uomo che ha sempre lavorato tantissimo. Non esistono vacanze: al massimo cinque o sei giorni l’anno. Si è fatto un cuore grande per noi. Non si è mai goduto fino in fondo quello che ha realizzato».

Nessun mito da costruire, nessuna leggenda da alimentare: Claudio restituisce un’immagine paterna fatta di dedizione e sacrificio, lontana da quella dell’artista mondano. «Non è mai stato un donnaiolo da locali notturni. Io non l’ho mai visto ubriaco», sottolinea con una fierezza garbata, come a voler difendere non tanto l'uomo famoso, quanto il padre che ha conosciuto da vicino, con i suoi silenzi e le sue assenze giustificate dal lavoro. Eppure, proprio quell’uomo sempre in movimento, quell’artista instancabile, ha saputo trasmettere a Claudio — e a tutta la famiglia — il valore del tempo condiviso. 


(Intervista a Claudio D'Alessio realizzata da "Il corriere della sera")

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Cruising

 


"Cruising" è un fim del 1980 con Al Pacino misconosciuto ai più.

Film "maledetto", ambientato nel mondo degli omosessuali della New York degli anni '80, fu accusato di omofobia e per tanti anni è stato dimenticato. 

In realtà è uno splendido thriller metropolitano e notturno diretto da William Friedkin - reduce da un mediocre film del 1978 ("Pollice da scasso") dopo un geniale trittico  capolavori: "IL braccio violento della legge", "L'esorcista" e "Il salario della paura" - interessato inafferrabile e quasi metafisico del male. 

Al cinema ne fu distribuita una edizione largamente tagliata delle scene più estreme, ambientate nel club di soli uomini con pratiche hard. 

Nel 2013 James Franco ha girato un film documentario dal titolo "Interior. Leather Bar." (introvabile in Italia) in cui tenta di ricreare i 40 minuti di scene sessualmente esplicite tagliate.

Un film da recuperare. Da notare, nella locandina del film, la singolare somiglianza fra Al Pacino e il Sylvester Stallone di Rocky.


DUNQUE... facciamo un po' di chiarezza.

ESISTONO PIÙ VERSIONI di QUESTO FILM.

Esistono:

1) Versione Americana con 40' di scene extra. Probabile ne avesse una copia solo Friedkin e.... che sia finita con lui ovvero all'altro mondo. Fu visionata dai vertici WARNER e brutalmente respinta.

2) VERSIONE AMERICANA uscita nelle sale nel 1980.

3) Versione ITALIANA uscita nei Cinema nel 1980 ... IDENTICA a quella uscita nelle sale americane.

4) Versione ITALIANA per la TV, PESANTEMENTE CENSURATA (15 e passa minuti di tagli). Andata in onda su TV LOCALI (versione 1980 ma censurata) e RAI4 (remaster anni 2000, censurata).

5) VERSIONE ITALIANA per DVD, CON IL VIDEO INTEGRALE, MA CON I SOTTOTITOLI in ITALIANO e la TRACCIA AUDIO AMERICANA in TUTTE LE SCENE CENSURATE della TV. Motivo? Forse non sono riusciti a recuperare la versione integrale (in italiano) che uscì nei Cinema nel 1980.

6) Versione ITALIANA scaricabile e visibile in streaming su alcuni siti. È la versione in HD del film integrale uscito nel 1980.

IMPORTANTE... Dopo la rimasterizzazione degli anni 2000 voluta da Friedkin, TUTTE LE VERSIONI DISTRIBUITE HANNO ELIMINATO la SCRITTA AD INIZIO FILM (del 1980) dove nel tunnel è scritto "We ARE EVERYWHERE" (Noi siamo dovunque)... Peccato ! Dava un senso più gotico del film.

Infine... dopo L'Esorcista e "Vivere e Morire a Los Angeles", resta il migliore film di Friedkin... IL PROBLEMA FU CHE Al Pacino per non vedere compromessa la carriera di attore, non si addentrò troppo in fondo nella recitazione.. e si vede !

🔥🔥🔥🔥😏

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Chiara Nasti. Buongiorno!

 


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Hind Rajab

 


Siamo a Barcellona.


Nel giorno dell’anniversario della morte di Hind Rajab, diversi cittadini e attivisti spagnoli hanno srotolato sulla spiaggia una gigantografia di Hind, la bambina di Gaza di 5 anni morta ammazzata dall’esercito israeliano il 29 gennaio di due anni fa mentre si trovava intrappolata in macchina con i corpi di altri sei membri della propria famiglia.


L’hanno voluta ricordare così, oggi.


Dalla Spagna arriva il ricordo più bello, e non è un caso.


La mamma di Hind ha pronunciato queste parole lucide e commoventi.


“Hind Rajab non è solo una bambina. Oggi Hind rappresenta tutti i bambini di Gaza. Il suo nome è diventato un grido. La sua immagine è diventata una testimonianza".


❤️🇵🇸

Lorenzo Tosa 

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Andasse a cucinare per Netanyahu

 


Secondo quanto riportato da Ynet, una testata israeliana, uno chef che ha prestato servizio in un reparto d'élite dell'esercito israeliano avrebbe voluto partecipare a un corso di formazione professionale di otto settimane presso la Pizza Italian Academy


Ha scritto dicendo di essere israeliano e gli è stato risposto che al momento, l'accademia, non collabora con individui o organizzazioni israeliane. Allora lo chef israeliano ha rivendicato con orgoglio di essere un soldato dell'IDF. Ma non solo, ha anche accusato il Popolo Palestinese di essere un Popolo sanguinario e di stare attenti a loro. 


Da qui la risposta dell'accademia, la quale ribatte:


"Hai occupato illegalmente la terra palestinese per 80 anni e hai commesso un genocidio. Dovresti vergognarti... e anche il governo italiano dovrebbe vergognarsi di sostenere Israele. Il governo italiano non mi rappresenta. Liberate la Palestina... Dopo il cessate il fuoco, l'esercito israeliano ha ucciso più di 100 bambini... Il mio codice morale lo impone, e non voglio avere niente a che fare con persone che uccidono bambini e civili disarmati da 80 anni e rubano loro la terra." 


Giuseppe Salamone

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La grave situazione economica italiana

 QUELLO CHE NON VI DICONO!


Università Cattolica...veloce scambio di opinioni tra professionisti:


Prof. Rinaldi:  

Hai visto gli ultimi numeri sulla finanza pubblica italiana? Siamo sempre lì: crescita anemica, nuovo debito, interessi che aumentano. È la combinazione perfetta per rendere il bilancio… insostenibile.


Prof.ssa Conti:  

Sì, e il quadro europeo non aiuta. Gli squilibri nell’eurozona stanno diventando strutturali. Il punto chiave resta sempre quello: il differenziale tra il tasso di interesse medio sul debito e il tasso di crescita. Se il primo supera il secondo, la dinamica del debito diventa esplosiva.


Rinaldi:  

E l’Italia, purtroppo, ha tutte le caratteristiche per far preoccupare Bruxelles: debito in aumento, entrate insufficienti, e una spesa per interessi che continua a crescere. È come se avessimo tutti gli ingredienti per una ricetta sbagliata.


Conti:  

Il paradosso è che sia Italia sia Spagna hanno avanzi primari. Ma non bastano: sono inferiori alla spesa per interessi. Quindi l’eccedenza… la finanziamo con nuovo debito. È un cane che si morde la coda.


Rinaldi:  

Esatto. Stiamo facendo debito per ripagare debito. E secondo la Commissione europea, la spesa per interessi salirà al 3,9% del PIL nel 2025, al 4% nel 2026 e al 4,1% nel 2027. Una spirale che si autoalimenta.


Conti:  

E poi c’è la traiettoria del debito: 133,9% nel 2023, 134,9% nel 2024, 136,4% nel 2025, e quest’anno dovrebbe arrivare al 137,9%. Solo nel 2027 è prevista una lieve inversione, al 137,2%. Ma senza crescita, anche quel miglioramento rischia di essere effimero.


Rinaldi:  

Il problema è proprio la crescita. Le previsioni parlano di uno 0,4% nel 2025, penultimi in Europa, e addirittura ultimi nel 2027. Con questi numeri, il differenziale interesse–crescita resta negativo. E quando resta negativo, il debito… sale, inevitabilmente.


Conti:  

Quindi abbiamo: poca crescita, debito che aumenta, nuovo debito per coprire quello vecchio, e più spesa per interessi. Non serve essere pessimisti per dire che la salute delle finanze pubbliche italiane è fragile.


Rinaldi:  

Fragile sì, ma non senza vie d’uscita. Il punto è che servirebbe una strategia credibile, non solo contabile ma strutturale. E quella, per ora, non la vedo.


Conti:  

Nemmeno io. E intanto, ogni anno, la finestra per intervenire si restringe un po’ di più.


<Siete liberi di condividere il testo >


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giovedì 29 gennaio 2026

Grigoriy Yelisavetskyi

 


Grigoriy Yelisavetskyi, un ufficiale dell'Armata Rossa nato in Ucraina che ha liberato Auschwitz, ha ricordato:


"Quando entrai nella baracca, vidi scheletri vivi stesi sui letti a tre strati. Come nella nebbia, sento i miei soldati dire: "Siete liberi, compagni! ” Sento che non capiscono [ci] e iniziano a parlare loro in dialetti russo, polacco, tedesco, ucraino; sbottonando la mia giacca di pelle, mostro loro le mie medaglie. ...

Poi uso lo yiddish. La loro reazione è imprevedibile. Pensano che io li stia provocando. Iniziano a nascondersi. E solo quando ho detto loro: "Non abbiate paura, sono un colonnello dell'esercito sovietico e un ebreo. Siamo venuti a liberarvi...

Finalmente, come se la barriera fosse crollata... si sono precipitati verso di noi urlando, si sono inginocchiati, hanno baciato i lembottiti dei nostri cappotti e ci hanno lanciato le braccia intorno alle gambe. E non potevamo muoverci, restavamo immobili mentre lacrime inaspettate scendevano sulle nostre guance"


Giornata internazionale della memoria dell'olocausto. 

Marta Havryshko

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Cagliostto


 

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Negli USA 🇺🇸 oggi sono rimasti i giudici a contrastare la tecnodestra

 


Una grande notizia che molti stavano aspettando e uno schiaffo clamoroso all’Ice e a Donald Trump.


L’uomo nella foto, John Tunheim, un giudice distrettuale del Minnesota, ha bloccato l’arresto e le deportazioni indiscriminate dei migranti da parte dell’ICE e ha ordinato l’immediato rilascio di tutti i rifugiati detenuti (illegalmente) dalle squadracce di Trump.


La motivazione:


Perché “hanno il diritto legale di stare negli Stati Uniti, di lavorare e vivere pacificamente e, cosa più importante, il diritto di non essere sottoposti al terrore di un arresto e detenzione senza mandato o motivo nelle proprie case e mentre si recano in chiesa o al supermercato”


Parole enormi e dall’importanza giuridica capitale che fanno a pezzi in poche righe mesi di sequestri, minacce, deportazioni, violenze, terrore squadrista da parte dell’Ice a Minneapolis e non solo.


E delegittima il suo unico vero mandante politico e morale: Donald Trump.


Ancora una volta è toccato a un giudice bloccare Trump. 


Finalmente la legge - e pure un bel po’ di umanità - dove finora ha dominato illegalità e barbarie. 


La conferma che esiste ancora, la legge.

Lorenzo Tosa 

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Betty Luzon

 


Con grande dolore salutiamo Betty Luzon, amica e collega con la quale abbiamo condiviso un lungo viaggio di momenti felici, duro lavoro, sfide e impegno per Israele.


Per oltre quarant’anni Betty ha dedicato la sua vita allo Stato di Israele, lavorando con passione, dedizione e un’energia inesauribile. Anche dopo il pensionamento, avvenuto quattro anni fa, il suo esempio ha continuato a vivere nei corridoi dell’Ambasciata e nei ricordi di chi l’ha conosciuta.


Betty era una persona proattiva, sempre presente e pronta ad aiutare, capace di affrontare ogni sfida – anche le più impegnative – con determinazione e sorriso, pur di raggiungere grandi risultati e portare avanti la missione in cui credeva profondamente.


Il suo contributo, umano e professionale, resterà indelebile.

Israele le sarà sempre grato.


Ci stringiamo con affetto alla sua famiglia, ai suoi amici e a tutti coloro che la piangono.


Che la sua memoria sia di benedizione 🕯

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Street of Minneapolis



La canzone di Bruce Springsteen scritta dal cantante per gli orrori dell'Ice di Trump a Minneapolis

Questo il testo della canzone di Springsteen per i morti di Minneapolis 

Attraverso il ghiaccio e il freddo dell’inverno

Giù per Nicollet Avenue

Una città in fiamme ha combattuto fuoco e gelo

Sotto gli stivali di un occupante

L’esercito privato di Re Trump del DHS

Con le pistole legate ai cappotti

È arrivato a Minneapolis per far rispettare la legge

O almeno così raccontano

Tra fumo e proiettili di gomma

Alla prima luce dell’alba

I cittadini si sono schierati per la giustizia

Le loro voci risuonavano nella notte

E c’erano impronte di sangue

Là dove avrebbe dovuto esserci misericordia

E due morti lasciati a morire

Su strade coperte di neve

Alex Pretti e Renee Good

Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce

Cantare nella nebbia insanguinata

Prenderemo posizione per questa terra

E per lo straniero in mezzo a noi

Qui, nella nostra casa, hanno ucciso e vagato liberi

Nell’inverno del ’26

Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti

Per le strade di Minneapolis


La Leggenda dei giorni della Merla 29- 30- 31 gennaio

 



Era la fine del mese di gennaio e faceva un gran freddo, freddo come non si era mai sentito prima d'allora; tutto era coperto di neve, i prati, gli alberi, le case. I merli allora erano tutti bianchi, e quasi non si vedevano in mezzo a tutta quella neve.

E la merla continuava a guardare in giro,

di qua e di la, perché non sapeva dove andare a posarsi per il freddo che faceva.

Finalmente vide un camino che fumava e disse al merlo suo compagno:

"guarda quel camino come fuma; entriamo a scaldarci"; e lui disse: "va bene, entriamoci".

Insomma, i merli entrarono nel camino e ci rimasero tre giorni e tre notti.

Passati i tre giorni la merla guardò fuori,

vide che era spuntato nuovamente il sole e disse : "usciamo".

Ma appena usciti si guardarono e la merla disse al merlo: "ma guarda come sei diventato nero!"; "eh, ma anche tu"~ rispose il merlo.

E da quel giorno i merli sono rimasti tutti neri, con il becco giallo e le zampine gialle,

e gli ultimi tre giorni di gennaio, in ricordo di questo avvenimento sono detti "i giorni della merla"...


Autore: Mimmo Marino 

Gruppo Storia arte miti e leggende

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Wanda Nara. Buongiorno!

 


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mercoledì 28 gennaio 2026

IL GOVERNO PREPARA LA SUPPOSTA AI LAVORATORI

 IL GOVERNO PREPARA LA SUPPOSTA AI LAVORATORI - RISPUNTA NELLA BOZZA DELL’ULTIMO DECRETO PNRR LA NORMA SALVA-IMPRENDITORI SUI LAVORATORI SOTTOPAGATI: SECONDO LA NORMA, I DATORI DI LAVORO CHE, SULLA BASE DI QUANTO ACCERTATO DAI GIUDICI, NON PAGANO I PROPRI LAVORATORI CONFORMEMENTE ALL'ARTICOLO 36 DELLA COSTITUZIONE SULLA RETRIBUZIONE PROPORZIONATA, NON POSSONO ESSERE CONDANNATI AL PAGAMENTO DI DIFFERENZE RETRIBUTIVE O CONTRIBUTIVE SE HANNO APPLICATO LO STANDARD RETRIBUTIVO PREVISTO DAL CONTRATTO COLLETTIVO – SI TRATTA DEL SECONDO TENTATIVO DEL GOVERNO DI FAR PASSARE LA NORMA: INSERITA A DICEMBRE NELLA LEGGE DI BILANCIO, ERA SPARITA CON…



(ANSA) - Nuovo tentativo del governo di inserire la norma salva-imprenditori sui lavoratori sottopagati. Inserita a dicembre nella legge di bilancio e poi espunta dal maxi-emendamento della commissione Bilancio per l'Aula del Senato, la norma è ora contenuta in una bozza dell'ultimo decreto Pnrr, all'articolo 18.

 

Si stabilisce che i datori di lavoro che, sulla base di quanto accertato dai giudici, non pagano i propri lavoratori conformemente all'articolo 36 della Costituzione sulla retribuzione proporzionata, non possano essere condannati al pagamento di differenze retributive o contributive se hanno applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo.

 

giorgia meloni in conferenza stampa 1

La norma stabilisce che, in presenza di un "provvedimento con cui il giudice accerta, in ogni stato e grado del giudizio, la non conformità all'articolo 36 della Costituzione" (che garantisce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata) "dello standard retributivo stabilito dal contratto collettivo di lavoro per il settore e la zona di svolgimento della prestazione", il datore di lavoro non possa "essere condannato al pagamento di differenze retributive o contributive per il periodo precedente la data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio se ha applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo" o dai "contratti che garantiscono tutele equivalenti" per il settore e la zona di svolgimento della prestazione.   

salario

 

La disposizione "non si applica se il giudice accerta che il datore di lavoro non applica un contratto collettivo a norma o altro contratto equivalente, oppure se il contratto collettivo applicato non si riferisce al settore economico nel quale il lavoratore ha prestato attività per conto dell'impresa".

salario GIORGIA MELONIgiorgia meloni aspetta friedrich merz foto lapresse

 



EFFETTO TRUMP: LUI SFANCULA L’EUROPA E NOI CI BUTTIAMO TRA LE BRACCIA DI DELHI

 EFFETTO TRUMP: LUI SFANCULA L’EUROPA E NOI CI BUTTIAMO TRA LE BRACCIA DI DELHI – L’ACCORDO TRA UE E INDIA, IL PIÙ IMPORTANTE DI SEMPRE, È UNA RISPOSTA CHIARA AL BULLISMO AMERICANO, E UN TENTATIVO DI SPOSTARE LA MAPPA DEL COMMERCIO MONDIALE VERSO L’ORIENTE – TRA BRUXELLES E NUOVA DELHI NASCERÀ UNA MAXI AREA COMMERCIALE DI 2 MILIARDI DI PERSONE (IL 25% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE E UN QUINTO DEL COMMERCIO PLANETARIO)




COSÌ BRUXELLES SCOMMETTE SULL’ASIA PER REAGIRE ALL’ASSEDIO DI TRUMP

Estratto dell’articolo di Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera”

 

ursula von der leyen, narendra modi e antonio costa accordo di libero scambio tra india e ue foto lapresse

Oggi l’India è il nono partner commerciale dell’Ue. L’interscambio complessivo è pari al 2% del totale europeo. Nel grafico circolare, la «torta», pubblicata da Eurostat, il Paese guidato da Narendra Modi non compare neanche tra le destinazioni principali delle nostre esportazioni, vale a dire (dati 2024): Stati Uniti, con il 20,6%; Regno Unito (13,2%); Cina (8,3%); Svizzera (7,5%) e Turchia (4,3%).

 

Sul lato delle importazioni, ci sono alcune variazioni, con la Cina al primo posto (21,3%) e gli Usa al secondo (13,7%), ma anche in questo caso l’India si dissolve nella categoria «altri». Sulla base di queste cifre verrebbe da dire che oltre a essere «la madre di tutti gli accordi», quella iniziata ieri è anche «la madre di tutte le scommesse». […]

 

antonio costa, narendra modi e ursula von der leyen accordo di libero scambio tra india e ue foto lapresse

[…] Gli europei puntano a raddoppiare l’export verso il subcontinente indiano entro il 2032. Si parte da circa 49 miliardi di euro (2024), ma la previsione di Bruxelles potrebbe rivelarsi addirittura sottostimata. I due «giganti» coprono insieme il 25% della popolazione mondiale e un quinto del commercio planetario. Finora, però, si sono tenuti relativamente a distanza.

 

[…] Non è un caso se l’accelerazione decisiva sia arrivata nel 2025, l’anno di Donald Trump, dei suoi dazi, della sua conflittualità permanente sia con l’Unione europea, sia con l’India. Nel giro di pochi mesi il presidente Usa ha minacciato altri prelievi doganali a carico degli alleati europei che avevano inviato pochi soldati in Groenlandia.

 

donald trump europa

Nello stesso tempo ha portato al 50% le tariffe sulle importazioni dall’India, punita per aver continuato a comprare petrolio dalla Russia. Ma c’è qualcosa di più: la sensazione generale che la mappa del trade possa cambiare. L’effetto Trump sta spingendo molti Stati, ma soprattutto gli europei, a diversificare.

 

[…] Il 9 gennaio è arrivata l’intesa tra la Ue e le nazioni sudamericane del «Mercosur». La «scommessa» europea con l’India ha ancora più spessore […]: sono in gioco i flussi commerciali, collaborazioni nel settore dell’alta tecnologia e, attenzione, nel campo della difesa. […]

 

antonio costa, narendra modi e ursula von der leyen accordo di libero scambio tra india e ue foto lapresse

È naturale, quindi, guardare ai potenziali benefici, settore per settore. In particolare le case automobilistiche del Vecchio continente si aspettano molto dal taglio dei dazi sulle vetture (dal 110 al 10% in dieci anni).

 

 Inoltre, c’è l’opportunità di costruire una relazione più solida che poggi sugli investimenti diretti. In India operano già circa 6 mila aziende europee, compresi i big dell’auto: Volkswagen, Stellantis, Bmw, Renault e Mercedes Benz. Tuttavia gli investimenti industriali europei ammontano a 132 miliardi di euro, contro i 2.437 negli Usa e i 242 in Cina. Infine, la difesa.

 

Ieri, Kaja Kallas, Alta rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune,e il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, hanno firmato un protocollo di cooperazione ad ampio raggio: dalla sorveglianza marittima, alla cyber sicurezza, fino all’anti terrorismo.

 

[…] Non va dimenticato che Modi adotta una politica estera a geometria variabile. L’India è tra i Paesi fondatori dei «Brics», con Russia e Cina, giusto per fare un esempio. E ha mantenuto robusti rapporti con Mosca, anche dopo l’invasione dell’Ucraina.

antonio costa e narendra modi accordo di libero scambio tra india e ue foto lapresseantonio costa, narendra modi e ursula von der leyen accordo di libero scambio tra india e ue foto lapresseursula von der leyen, NARENDRA MODI e antonio costa - ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO TRA INDIA E UE - FOTO LAPRESSEdonald trump europa

VIGNETTA ELLEKAPPA - TRUMP MAKE EUROPA NAZI AGAINDONALD TRUMP PUBBLICA UNA FOTO DEI LEADER EUROPEI DAVANTI A UNA MAPPA CON GROENLANDIA, CANADA E VENEZUELA PARTE DEGLI USAantonio costa, narendra modi e ursula von der leyen accordo di libero scambio tra india e ue foto lapresse