Antonio Gramsci definisce il fascismo come una reazione estrema del capitalismo in crisi strutturale, incapace di gestire le proprie contraddizioni e la crescente forza del movimento operaio, manifestandosi come "rivoluzione passiva". La borghesia, non potendo governare democraticamente, usa lo Stato per reprimere le masse, distruggere le loro organizzazioni e ristrutturare il capitalismo stesso, trasformando il proletariato in un nemico interno da soggiogare tramite violenza e egemonia. Per aiutarsi a fare ciò la borghesia tramite la sua egemonia culturale cerca di rafforzare la cosiddetta falsa coscienza. Un concetto chiave del pensiero marxiano e sviluppato e arricchito da Gramsci e da Lenin.
Se per Marx ed Engels la falsa coscienza è un’illusione, un errore, a cui sono portati i proletari tramite l’ideologia capitalista ad accettare gli interessi del capitale come propri, Gramsci e Lenin hanno ampliato questo concetto fondamentale. Il proletariato tramite il concetto di “senso comune”, cioè quell'insieme di idee, pregiudizi e credenze acquisite acriticamente dalla società borghese, si vede impedita la possibilità di una presa di coscienza di classe. Nelle cicliche crisi sistemiche il capitalismo cerca di esercitare questa sua egemonia culturale con l’intento di “incattivirla”, cioè non solo fa accettare i propri interessi di classe ai proletari, ma introduce in essa un nemico interno (che di solito è una minoranza etnica, religiosa etc. facilmente inquadrabile) che minerebbe i suddetti interessi.
L’egemonia culturale come strumento di controllo della coscienza del proletariato interno si unisce poi a quella che Lenin, a ragione, chiamava fase suprema del capitalismo: imperialismo. Nelle 5 caratteristiche fondamentali dell’imperialismo si legge che nel suo punto più critico il capitale raggiunge i limiti dei mercati sfruttabili e dalla produzione di merci passa alla fase finanziaria, dove si esportano capitali in paesi in via di sviluppo per recuperare profitto. L’imperialismo diventa capitalismo parassitario, dove un gruppo sempre più piccolo di detentori di ricchezza accumula profitto senza partecipare alla produzione. Essendo poi il mondo “spartito”, l’unico modo per continuare l’espansione è la guerra atta a conquistare gli spazi occupati da altri. Una spirale distruttiva.
Gli Stati Uniti di oggi rispecchiano perfettamente tutte le analisi e le previsioni di Marx, Engels, Gramsci e Lenin. Se sulla politica estera la fase dell’imperialismo è sempre più acuta, al loro interno gli USA usano la leva dell’egemonia culturale per introdurre una fase di fascismo per superare una crisi altrimenti impossibile da affrontare con le istituzioni democratiche borghesi. Gramscianamente parlando, il fascismo non va solo ad acuire la lotta al nemico interno ma inevitabilmente distrugge l’impianto costituzionale borghese che lo ha generato, in quanto l’obiettivo è garantire a chi detiene i mezzi di produzione e la ricchezza di mantenere lo stato di cose presenti ad ogni costo. L’opera della famigerata ICE, Immigration and Customs Enforcement, negli USA rientra esattamente nel pensiero di Gramsci sul fascismo.
I video che quotidianamente arrivano da oltreoceano sono eloquenti e disturbanti, come lo sono le parole del presidente Trump al riguardo. Violenza, veri e propri rastrellamenti, campi di detenzione e deportazioni con uomini e donne incatenati e pallottole. I paragoni con la Gestapo nazista sono entrati nel dibattito con forza e non è affatto esagerato come in molti affermano. Anche se con i dovuti distinguo, le similitudini accumulano: La Gestapo nasce per reprimere “nemici del popolo tedesco”. ICE agisce contro una categoria costruita politicamente come minaccia: i migranti, irregolari (e anche regolari). In entrambi i casi il nemico è tale non per ciò che fa, ma per ciò che è.
Sia la Gestapo che l’ICE hanno in comune una repressione amministrativa e non penale. Arresti, detenzione, espulsione avvengono senza un vero processo e senza le garanzie offerte da uno stato di diritto. La Gestapo non era soggetta a controllo giudiziario effettivo. ICE gode di enormi margini di discrezionalità: detenzione preventiva, raid, separazioni familiari, uso di informatori. Una modalità simile viene usata da Israele contro il popolo palestinese, vedasi la detenzione amministrativa. Molti dei migranti detenuti dall’ICE non hanno accesso ad un avvocato e le corti migratorie non sono tribunali ordinari, ma organi amministrativi. Ci troviamo dinanzi ad una zona grigia legalizzata, volutamente e con il preciso obiettivo di garantire il massimo spazio di discrezionalità e manovra.
La Gestapo funzionava anche perché la paura paralizzava intere comunità. ICE produce lo stesso effetto verso i migranti e in generale le minoranze etniche: bambini che non vanno a scuola, lavoratori che evitano ospedali e di andare a lavoro, famiglie che vivono nascoste. Non serve arrestare tutti: basta che tutti sappiano che potresti essere il prossimo. La Gestapo era uno strumento del potere nazista. ICE è uno strumento bipartisan del capitalismo USA: nasce sotto Bush, si espande con Obama, si brutalizza con Trump, continua sotto Biden e si incattivisce ancora di più ora sempre con Trump. Non è una “deviazione trumpiana”: è apparato strutturale dello Stato imperiale. Questo dettaglio è fondamentale per non cadere nella reductio ad hitlerum che impedisce di vedere l’intero quadro.
Le differenze, poche ma concrete, tra ICE e Gestapo riguardano due aspetti fondamentali. La Gestapo agiva sotto l’egida di un regime totalitario e quindi senza uno spazio, legale o clandestino, per una resistenza organizzata. Gli USA sono ancora formalmente (e sempre meno in sostanza) una nazione liberale che mantiene (per ora) spazi di intervento politico, contraddizioni in esplosione e resistenza attiva. La Gestapo era parte di un progetto genocida. ICE non mira allo sterminio (per ora), ma alla gestione violenta della forza lavoro migrante agendo da strumento di rafforzamento dell’egemonia culturale del capitale statunitense sulle coscienze dei cittadini. Questo non la rende “meno peggio”, ma diversa per funzione storica.
I numeri restituiscono uno scenario di repressione in crescita esponenziale. Nel 2025, secondo stime preliminari della Kaiser Family Foundation, una organizzazione statunitense no profit, l’ICE ha condotto oltre 595.000 arresti, con una crescita di oltre il 400% rispetto al 2024. Una media di 1.630 al giorno. Secondo i dati dell’Institute for Policy Studies a settembre 2025 c’erano tra le 58 e le 59 mila persone detenute nei centri ICE. Il dato più alto nella storia recente. I migranti sono detenuti in 155 strutture censite. L’ICE opera oltre i limiti definiti dal congresso sul numero massimo di detenuti, cioè il 140% del limite federale di 41.500 posti, portando ad una emergenza di sovraffollamento che comporta anche crisi sanitarie all’interno delle strutture.
Tra il 2020 e il 2024 l’ICE ha eseguito in media 146.000 deportazioni all’anno. Complessivamente il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ha realizzato circa 352.000 deportazioni annue, se si sommano anche i rimpatri al confine. Il Dipartimento l’Ottobre scorso ha annunciato che nel solo 2025 sono stati espulsi e deportati circa 400.000 migranti, aggiungendo che circa 1,6 milioni si siano “autoespulsi” dal paese per paura degli arresti e detenzioni dell’ICE. L’Institute for Policy Studies fornisce un ulteriore dato: I 17 più grandi centri di detenzione per immigrati sono tutti gestiti da privati che quindi traggono profitto dalle deportazioni. L'amministratore delegato di una società di detenzione privata ha elogiato sul portale justsecurity le "opportunità di crescita senza precedenti" legate alle deportazioni di massa.
I dati che però dovrebbero aiutarci a squarciare il velo di Maya sugli scopi di Trump nella sua guerra ai migranti sono quelli riguardati la presunta “criminalità” degli arrestati. Secondo i dati del Transactional Records Access Clearinghouse (TRAC), aggiornati al 30 novembre 2025, il 73,6% dei detenuti dell'ICE, non ha condanne penali. Molti dei condannati hanno commesso solo reati minori, tra cui violazioni del codice della strada. Questo accade perché il target dell’ICE è chiunque sia privo di status legale, indipendentemente dalla fedina penale. La maggior parte dei non cittadini privi di status legale è soggetta ad arresto. Secondo i dati raccolti dall’Herman Legal Team Gli arresti di immigrati non criminali sono aumentati di oltre l'800%.
Nuove leggi e politiche come il Laken Riley Act, ampliato sotto Trump, hanno reso più facile per ICE arrestare non-citizens anche per reati minori, il che aumenta le probabilità che chiunque senza piena cittadinanza USA, possa essere preso di mira. Perché non si tratta solo di irregolari senza alcuno status legale. Ad esempio anche i detentori del DACA, che offre protezione temporanea dalla deportazione e permessi di lavoro a giovani immigrati senza documenti arrivati negli USA da bambini, e del TPS, uno status di immigrazione temporaneo che permette a cittadini di paesi specifici, colpiti da conflitti armati, disastri naturali o altre condizioni straordinarie, di risiedere e lavorare legalmente negli Stati Uniti, sono ora arrestati e detenuti dall’ICE. Non fanno eccezione nemmeno i possessori della celeberrima Green Card.
Difatti, come riferito dall’American Immigration Council, anche i residenti permanenti legali (lawful permanent residents o titolari di green card) possono essere soggetti a misure di detenzione se l'ICE determina che potrebbero essere deportabili ai sensi della legge sull'immigrazione. I motivi possono essere anche relativi a un reato minore o a presunti errori amministrativi. Il che unito alla larghissima discrezionalità di cui l’ICE gode si può ben dire che qualsiasi migrante è potenzialmente un obiettivo da deportare. Per ora sono esclusi coloro che seppur non nati negli USA hanno la cittadinanza piena (come ad esempio Zhoran Mamdani, cittadino statunitense a tutti gli effetti ma nato all’estero). Non è dato sapere se Trump effettuerà un nuovo enforcement anche su di loro.
L’impatto delle politiche repressive di Trump stanno avendo, ovviamente, ripercussioni sul mercato del lavoro e sull’economia del paese. Secondo il Bureau of Labor Statistics (BLS), nel 2024 quasi 31 milioni di immigrati lavoravano negli Stati Uniti, rappresentando il 19,2% della forza lavoro civile statunitense. Il gettito fiscale generato da tale forza lavoro è pari a 650 miliardi di dollari l’anno, di essi i migranti irregolari, circa il 25% del totale, contribuiscono al fisco per 90 miliardi l’anno. Secondo i dati del Council on Foreign Relations la narrazione per il quale i migranti sarebbero un costo è smentita. Secondo i dati dell'US Census Bureau, l'immigrazione è stata il principale motore della crescita della forza lavoro statunitense negli ultimi 20 anni. Tra il 2000 e il 2022, migranti hanno rappresentato quasi il 75% dell'intera crescita.
I migranti lavorano in settori chiave come servizi, costruzione, agricoltura, trasporto e anche in professioni ad alta specializzazione come STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), quindi non solo in settori che richiedono lavoro poco qualificato o non specializzato. Secondo i dati dell’Immigration Research Initiative la forza lavoro migrante rappresenta il 17% del PIL statunitense, pari a 3.300 miliardi di dollari. A causa dell'invecchiamento della popolazione, il numero di persone nate negli Stati Uniti in età lavorativa (dai 25 ai 54 anni) è rimasto pressoché invariato tra il 2000 e il 2022. Al contrario, il numero di persone nate all'estero in età lavorativa è cresciuto di quasi 7 milioni nello stesso periodo. E la popolazione anziana nata negli Stati Uniti (dai 65 anni in su) è cresciuta di quasi 18 milioni nello stesso periodo.
Le deportazioni di massa rappresentano quindi un problema critico per l’occupazione negli USA, anche a causa di una popolazione “nativa” sempre più vecchia. Ciò significa che senza migranti potrebbe generarsi una mancanza cronica di lavoratori per le aziende. Secondo i dati preliminari del Census Bureau analizzati dal Pew Research Center, da gennaio a fine luglio 2025 oltre 1,2 milioni di migranti sono scomparsi dal mercato del lavoro. Questo numero include sia persone che si trovano nel paese illegalmente, sia residenti legali. Considerando che il 45% dei lavoratori nei settori agricolo, il 30% di tutti i lavoratori edili e il 24% dei lavoratori dei servizi sono migranti, l’effetto del rafforzamento delle politiche di deportazione porterà ad una crisi di forza lavoro che nessuna politica demografica può risolvere nel breve periodo (nemmeno nel medio).
Il popolo statunitense non se la passa per niente bene, soprattutto dalla crisi del 2008 vede il suo benessere da “american dream” crollare vertiginosamente e sembra non avere vie d’uscita. L’emergenza abitativa ne è uno dei sintomi più acuti. Un rapporto nazionale del Joint Center for Housing Studies (JCHS) di Harvard afferma infatti che 22,6 milioni di affittuari su 45 milioni (50%) sono costretti a spendere più del 30% del proprio reddito per l’affitto, mentre 12,1 milioni (27%) spendono più della metà del reddito per l’alloggio. Per gli affittuari con redditi più bassi (sotto i 30.000 dollari annui) la quota sale all’83%. Secondo i dati del Department of Housing and Urban Development 771.480 persone negli USA sono senzatetto, con un aumento del 18% sul 2023. Il numero di famiglie con bambini senza casa è cresciuto più rapidamente di qualsiasi altro gruppo demografico.
La Sanità, tasto dolentissimo per gli USA, rappresenta un altro dei sintomi più acuti della crisi. Secondo i dati del KFF Circa il 36% degli adulti negli USA ha dichiarato di aver rinunciato o rimandato cure necessarie nell’ultimo anno per motivi di costo. Tra gli adulti non assicurati under 65,75% ha evitato cure perché troppo costose e una larga parte della popolazione ha anche tagliato o saltato farmaci prescritti per ragioni economiche. Negli Stati Uniti, il costo del cibo continua a crescere più rapidamente dei salari reali. Nel 2025, i prezzi alimentari sono aumentati di circa il 3% nell’arco di un anno e di quasi il 30% rispetto al 2020, colpendo soprattutto prodotti essenziali come uova, carne e pane. Per milioni di famiglie questo significa una quota sempre maggiore del reddito dedicata alla spesa alimentare con oltre un quarto degli statunitensi che ammette di saltare pasti o rinunciare ad altro per poter pagare il cibo.
La disperazione e l’esasperazione degli statunitensi è assolutamente comprensibile e legittima, il problema è che viene ingannevolmente indirizzata verso coloro che non sono i nemici, ma sfruttati come tutti i lavoratori, nativi o stranieri che siano. La verità della storia è che il capitalismo non può risolvere le sue stesse falle, perché se lo facesse non esisterebbero più le fondamenta del sistema stesso. Il fascismo, in ogni sua forma, rappresenta questo immenso limite del capitale. È la carta usata quando è sull’orlo del baratro per poter durare un po’ di più e rimandare la ineluttabile caduta. Ovviamente ad un altissimo costo di vite umane, ma al capitale interessa il profitto, non la vita. Se “finissero” i migranti e la crisi continuasse imperterrita troverebbero un nuovo nemico interno da usare come capro espiatorio e potresti essere proprio tu, che hai applaudito alle deportazioni e agli arresti dell’ICE, ma potrebbe non essere rimasto più nessuno a protestare.
Nicolo' Monti

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