martedì 2 giugno 2026

Vittorio Emanuele III

 




VITTORIO EMANUELE III


Ti chiamavi Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia.


Un nome che sembra occupare da solo mezza pagina di un manuale di storia.


Ma la Storia, che sa essere spietata quando distribuisce i giudizi, alla fine ti lasciò addosso un soprannome molto più piccolo.


Sciaboletta.


Un nomignolo che all’apparenza parla della tua altezza e che invece, col passare degli anni, è diventato la misura esatta della tua statura politica e morale.


Salisti al trono il 29 luglio 1900, poche ore dopo che tuo padre Umberto I era stato assassinato a Monza.


Avevi trent’anni.

Avevi davanti quasi mezzo secolo di regno.

Avevi nelle mani il destino di un Paese giovane che cercava ancora di capire cosa volesse diventare.


Quarantasei anni dopo, quando lasciasti il trono, l’Italia era devastata, occupata, umiliata, divisa e in procinto di liberarsi non soltanto della monarchia, ma soprattutto di te.


È difficile trovare nella storia italiana un uomo che abbia avuto così tanto tempo per fare la cosa giusta e che con tanta costanza abbia scelto di non farla.


Ti educarono al senso dello Stato, alla prudenza, alla moderazione.


Ma la prudenza, quando viene spinta oltre un certo limite, cambia nome.


Diventa paura. E la tua prudenza fu quasi sempre paura.


Paura di decidere.

Paura di esporsi.

Paura di assumerti una responsabilità che non potesse essere scaricata su qualcun altro.


Così attraversasti la storia del Novecento come un uomo che osserva un incendio dalla finestra, limitandosi a registrare i danni e a firmare i verbali.


E infatti la parola che più di ogni altra accompagna il tuo regno è una sola.


Firmò.


Firmò la guerra di Libia.

Firmò l’ingresso nella Prima guerra mondiale.

Firmò i governi che prepararono il disastro.

Firmò la convivenza con il fascismo.

Firmò il silenzio dopo l’assassinio di Matteotti.

Firmò le leggi razziali.

Firmò l’alleanza con Hitler.

Firmò la guerra.

Firmò l’armistizio.

Firmò tutto.


Persino la rovina dell’Italia.


Nel 1922 Mussolini non aveva ancora conquistato il potere.


Lo stava chiedendo. Lo stava pretendendo. Lo stava forzando.

Ma di fatto non lo aveva ancora ottenuto.


Bastava una firma sullo stato d’assedio. Una soltanto.


L’esercito era pronto.

Il governo lo chiedeva.

La legge era dalla tua parte.


Tu scegliesti di non usarla.


E in quel preciso momento non fallisti soltanto come sovrano.

Cominciasti a fallire come uomo.


Perché da quel giorno in avanti ogni abuso, ogni persecuzione, ogni violenza e ogni delitto politico del regime avrebbe avuto anche la tua ombra accanto.


Poi arrivò il 1938.


Ed è qui che ogni attenuante crolla definitivamente.


Perché nessuno ti puntava una pistola alla testa. Nessuno ti trascinava la mano sul foglio.


Le leggi razziali portano la tua firma. La firma del Re d’Italia.


La firma dell’uomo che avrebbe dovuto garantire tutti i suoi sudditi e che invece accettò che migliaia di italiani venissero espulsi dalle scuole, dagli uffici pubblici, dalle università, dall’esercito e perfino dalla propria identità nazionale.


Molti hanno cercato di minimizzare. Di spiegare. Di contestualizzare.


La verità è più semplice.

Potevi non firmare.

Firmasti.


Quando poi la guerra mostrò il suo volto reale, quando le città cominciarono a bruciare e i morti a riempire le strade, quando il fascismo crollò sotto il peso delle proprie menzogne, arrivò finalmente il momento in cui un re avrebbe dovuto dimostrare di esserlo.


L’8 settembre 1943.

Il giorno della verità.

Il giorno in cui si misura il valore degli uomini.


Tu quel giorno salisti in automobile e fuggisti.

Fuggisti da Roma.

Fuggisti dalla capitale.

Fuggisti dall’esercito.

Fuggisti dal popolo.

Fuggisti dalla guerra che avevi contribuito a rendere possibile.


Dietro di te lasciasti soldati senza ordini, ufficiali senza comando, famiglie senza notizie e un Paese intero abbandonato alla confusione.


Ci sono pagine vergognose nella storia nazionale.


Ma poche raggiungono il livello di quella fuga.


Perché una sconfitta può capitare.

Una disfatta può essere subita.


Ma l’abbandono è una scelta.

E tu scegliesti di abbandonare.


Accanto a te c’era Elena del Montenegro.


Ed è quasi crudele osservare come il tempo abbia trattato voi due.

Più passano gli anni e più la figura della regina cresce.

Più passano gli anni e più la tua si restringe.


Lei visitava ospedali.

Lei si occupava dei feriti.

Lei raccoglieva fondi.

Lei assisteva sfollati e terremotati.

Lei cercava almeno di essere utile.


Tu collezionavi monete.


Mentre una regina cercava di alleviare il dolore di un Paese, il re sembrava interessato soprattutto alle rarità numismatiche.


E forse nessuna immagine racconta meglio il vostro matrimonio e il vostro regno.


Poi c’è Mafalda. Tua figlia. Arrestata dai nazisti. Deportata a Buchenwald.

Ferita gravemente. Amputata.


Lasciata morire in un lager.


Una principessa di Casa Savoia che finisce schiacciata dagli stessi mostri che per anni avevate tollerato e assecondato.


E ancora una volta, attorno a te, cala il silenzio.


Sempre il silenzio.


Il rifugio preferito di tutta la tua esistenza.


Quando nel 1946 abdicasti in favore di Umberto II era già troppo tardi.


Non stavi salvando la monarchia.

Stavi tentando di salvarne i mobili.

La casa era già crollata.


Gli italiani non votarono contro tuo figlio.

Votarono contro di te.

Contro la tua inerzia.

Contro la tua fuga.

Contro le tue firme.


Contro quarantasei anni trascorsi a occupare il posto più alto dello Stato evitando accuratamente di assumerti il peso che quel posto comportava.


Ti rifugiasti ad Alessandria d’Egitto.


Portasti con te le medaglie, le collezioni, i ricordi e ciò che restava della tua dinastia.


Moristi il 28 dicembre 1947.


Ventiquattr’ore dopo la firma della Costituzione repubblicana.


Sembra quasi che la Storia abbia voluto concedersi un ultimo gesto di ironia.


Prima chiudere definitivamente il mondo che avevi contribuito a distruggere.


Poi chiudere anche te.


Ti chiamavi Vittorio Emanuele III.


Sei stato il sovrano più longevo dell’Italia unita.


Eppure il tuo lascito non è una vittoria, non è una riforma, non è un’impresa, non è un gesto di coraggio.


È una lunga sequenza di occasioni mancate.


Perché quando il Paese ebbe bisogno di un re trovò un burocrate.


Quando ebbe bisogno di una guida trovò uno spettatore.


E quando ebbe bisogno di coraggio trovò una firma.

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