mercoledì 30 settembre 2026

Ma li fanno con lo stampino?

 




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FIANO, QUANTO SEI NOIOSO

  



“Emanuele Fiano, se il Pd voterà no al ddl antisemitismo per l’approvazione definitiva alla Camera l’8 ottobre, lei lascerà davvero il partito al quale appartiene da una vita?”. È l’inizio della sedutissima e strappalacrime intervista del Corriere della Sera al mitologico Emanuele Fiano, che da par suo esprime contrizione e sdegno - con approccio lievissimamente teatrale - in merito alla decisione del Pd di votare contro l’orrendo “ddl antisemitismo”. 


Fiano, con tono solenne e definitivo, risponde così: “È il mio orientamento. Ho ragionato e sofferto: non è un atto d’impeto. È una constatazione intellettuale, politica ed emotiva. Lo farei a cuor pesante”. Parole forti. E soprattutto irrinunciabili.

L’intervista va avanti, con il cronista del Corriere della Sera che usa a sua volta toni costantemente e comicamente contriti, quasi che chiunque voti “no” al decreto indegno sia da considerarsi un novello Goebbels, Himmler o Göring. 


Fiano aggiunge dramma al dramma, contestualizzando in maniera appena appena enfatica il momento in cui ha saputo della decisione di Elly Schlein: “Ero in visita a Birkenau. Faccio parte dell’esecutivo del Comitato internazionale Auschwitz. Ero, parola d’onore, davanti alle rovine del forno crematorio numero 4, dove ci fu la rivolta del Sonderkommando, da parte di 600 ebrei coraggiosi. Mi squilla il cellulare: il Pd aveva appena concluso la sua riunione del gruppo alla Camera, decidendo di votare no. Sono rimasto annichilito”. Povera stella!


Di questo dialogo, oltre alla teatralità totalmente inutile e all’approccio tipicamente frignone che caratterizza ogni agire del tenero Fiano, colpisce - ma non stupisce - un altro aspetto: l’autostima smisurata di questi esimi statisti. Pensateci: ma se anche Fiano decidesse di andare via dal Pd (magari!!!!!), cosa gliene fregherebbe al mondo reale? Esiste anche solo una persona interessata alle ubbie di Fiano? La sola idea che Fiano pensi che gli italiani si struggano di fronte ai suoi struggimenti politicanti, e che al tempo stesso talkshow e giornaloni la ritengano una notizia, dà la misura di questo paese.


Sia come sia, vogliamo però partecipare a questa finzione scenica secondo cui quello che fa politicamente Fiano sia davvero degno del benché minimo interesse. Stiamo allora al gioco, aggiungendo alla lista altri cinque personaggi che – se se ne andassero pure loro dal Pd – farebbero un regalo al mondo (o anche solo al campo largo). Il loro abbandono libererebbe il partito da quelle insopportabili zavorre pseudo-riformiste che non solo non portano mezzo voto, ma appesantiscono pure drammaticamente ogni possibile slancio del pachidermico Pd verso una politica più progressista, radicale, democratica, innovativa e dunque realmente alternativa alla pessima destra di governo che ci ritroviamo.


Ecco chi dovrebbe andarsene con Fiano: Filippo Sensi, Lia Quartapelle, Lorenzo Guerini, Piero Fassino, Graziano Del Rio. E siamo buoni, per ora, nel fermarci solo a loro. Ci si potrebbe a questo punto chiedere dove tali cime dovrebbero andare, una volta consumato l’agognato (da noi) strappo. La risposta è semplice: Renzi li accoglierebbe a braccia aperte, e del resto questi qua sono e saranno sempre colpevolmente renziani. 


Se poi queste meraviglie volessero consegnarsi alla leggenda, potrebbero approdare ad Azione, sempre prodiga nel raccattare gli “scarti” (con rispetto parlando) politici altrui. Oppure, ed è ciò che consigliamo tanto a Fiano quanto agli altri, il loro approdo naturale sarebbe a fianco di Pina “Dolce Forno” Picierno. La quale, dopo aver incarnato il peggio del peggio del Pd, ha avuto se non altro il (tardivo) coraggio di abbracciare ciò che merita: ovvero quel pulviscolo sionista e guerrafondaio che si finge di centrosinistra, ma è in realtà un centrodestra malamente camuffato. Una sorta di “Partito MP”, ovvero Partito Molinari-Parenzo, dove - ne siamo certi – l’eterno piangina Fiano si troverebbe benissimo.


(Uscito oggi sul Fatto Quotidiano)

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Andrea Moretti

 


Incredibile, è successo nel Ministero della Cultura. Il povero Andrea Moretti morto al Colosseo era inquadrato come manovale. Le porcate del subappalto. Il povere 22enne pur facendo un lavoro tra i più difficili e complessi era pagato da manovale. E il lorsignori degli appalti a cascata, introdotta da Salvini a fine 2022 si ingrassano con il sangue degli ultimi. A pagare, con le leggi degli appalti a cascata sono nell'ultima catena degli appalti come il cognato di Andrea che lavorava con lui che ha commesso l'ingenuità di diventare il responsabile della Sicurezza. "Firma qui è una proforma". Uno schifo. Carlo Soricelli curatore dell'Osservatorio di Bologna morti sul lavoro

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VIA LIBERA ALLO STADIO DI PIETRALATA: IL PARTITO DEL CEMENTO ACCELERA SULL’INIZIO DEI LAVORI.

 


COSTRUIAMO L’OPPOSIZIONE PER LA CITTÀ PUBBLICA E LA SICUREZZA SOCIALE.


Ieri è arrivata l’autorizzazione finale per la costruzione dello stadio della Roma a Pietralata, sancita presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti durante la conferenza dei servizi decisoria. I lavori inizieranno già nel 2027.

Tutta la politica festeggia, dal sindaco Gualtieri, al presidente della Regione Rocca, a Matteo Salvini: l’ennesima dimostrazione che il partito unico del cemento e della speculazione è più unito che mai. Gualtieri non manca di ringraziare anche l’AS Roma e la famiglia Friedkin, per l’investimento.


Il sindaco parla del felice esito di un “percorso complesso”. Forse parla del percorso che ha portato, tramite la nomina a maggio 2026 del commissario straordinario di governo Sessa, a tagliare sui tempi e sui processi decisionali, di fatto sancendo una volta per tutte un modello di governance antidemocratico della città che tiene insieme governo, regione e comune: il modello Giubileo.


O forse è la reminiscenza del malcontento degli abitanti, che hanno visto chiudersi ogni spazio di dialogo e confronto. In tanti, abitanti ed esperti, per anni hanno dimostrato che quello stadio non lo si vuole, perché porta alla distruzione di uno dei polmoni verdi del quadrante est di Roma, perché la “riqualificazione” comporterà problemi enormi alla circolazione – incluso l’accesso all’ospedale –, così come all’espulsione di una parte degli abitanti di Pietralata dovuta al caroaffitti.


Quanto abbiamo visto con lo stadio della Roma è la più alta espressione di un modello di città che guarda solo agli interessi dei privati, lasciando indietro chi abita i quartieri popolari. La città è così uno spazio su cui guadagnare con grandi opere inutili e dannose, senza interesse per una reale vivibilità dei quartieri, che quando non sono riqualificati ai fini della speculazione, restano abbandonati a sé stessi, privi di servizi e tutele.


Davanti a chi chiude ogni spazio di democrazia a favore del guadagno, costruiamo la vera opposizione per la città pubblica e la sicurezza sociale a partire dai nostri quartieri!

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Oggi o soldi sono l'unico dio dell'occidente!

 


Lo sfratto in barella di un’87enne che ha fatto tremare il governo spagnolo.
IL DECRETO MARICARMEN

Avete presente la narrazione della "Spagna progressista e avanzata"?
Tenetela a mente.

Ora metteteci vicino un’altra immagine: un’anziana di 87 anni portata via da casa sua in barella dagli ufficiali giudiziari.

Benvenuti a Madrid. Benvenuti nel 2026.

Maricarmen Abascal ha 87 anni e viveva nello stesso appartamento nel quartiere Retiro dal 1956. Poi l'immobile viene rilevato da un fondo immobiliare, perché nelle nostre metropoli non si comprano più case per farci vivere la gente, ma per far fare ginnastica ai capitali speculativi.

Il fondo decide di quintuplicare il canone d'affitto. Maricarmen non può pagare, il quartiere si mobilita con i Sindicatos de Inquilinas, ma la risposta del sistema è implacabile: sfratto esecutivo. Arrivano le forze dell'ordine e la scortano fuori in barella verso un'ambulanza.

Ci vuole un talento politico speciale per trasformare lo sfratto di un’ottantasettenne in una parata di pubblica forza.

L’impatto visivo è stato così devastante che il governo Sánchez ha dovuto interrompere la solita paella del weekend per annunciare a furor di popolo il "Decreto Mari Carmen" e bloccare gli sfratti dei vulnerabili.
E qui la piazza ha risposto con una lezione di maturità:

"Belli i comunicati stampa, ma noi rimaniamo ad accamparci in Puerta del Sol finché non lo votate in Parlamento".

E noi in Italia? Beh, il parallelo fa sorridere (per non piangere)
Va detto: il governo spagnolo ha fatto una figura di merda colossale. Ma, incastrato dalla protesta sociale, ha dovuto rispondere su un problema reale: la casa e l'emergenza abitativa.

Da noi, invece, si segue una strategia opposta. Invece di rispondere alle emergenze reali con decreti reali, il nostro meraviglioso governo partorisce "decreti di bandiera" creati a tavolino per fare titoli da TG.
Non hai soluzioni per il carovita, per i salari da fame o per le famiglie a rischio sfratto? Nessun problema! Ti inventi il Decreto Rave, il Decreto Anti-Maranza o la nuova emergenza securitaria della settimana.

In Spagna usano la decretazione d'urgenza per tamponare (anche se per terrore di perdere consenso) una falla vera; noi usiamo il diritto penale come arma di distrazione di massa per non parlare mai dei problemi strutturali.

Quando la casa smette di essere un diritto e diventa solo una voce di bilancio per un fondo speculativo, non serve a niente riempirsi la bocca di "progressismo" nei convegni se poi l'unica risposta sociale è un'ambulanza fuori dal portone.

Ma giù il cappello per la piazza spagnola, che non si fa bastare un'infografica per tornare a casa.

Questa la prova che ha ancora senso far scendere la gente in piazza per costringere le istituzioni a muoversi.
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Il caso Regeni

 


Tre agenti egiziani condannati per l’uccisione di Regeni. Ma la verità è un’altra cosa

La condanna a dieci anni di tre agenti dei servizi segreti egiziani per l’uccisione di Giulio Regeni (Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) e l’assoluzione del quarto imputato, il generale Tariq Sabir, chiudono un processo nel quale, fin dall’inizio, la magistratura italiana ha cercato in tutti i modi di arrivare a una sentenza, forzando progressivamente le regole del processo pur di celebrarlo. Resta da capire quale “verità” possa consegnare un processo costruito in questo modo. I quattro imputati non erano presenti, non avevano nominato avvocati di fiducia e non era stato possibile notificare loro gli atti. Per consentire che il processo cominciasse è stata necessaria una sentenza della Corte costituzionale dal contenuto piuttosto discutibile. Da allora si è sviluppato un dibattimento che ha ben poco di ordinario.


I quattro imputati non sono mai comparsi davanti alla Corte, non si sa neppure se siano vivi, dove si trovino e se abbiano mai ricevuto notizia del processo. I testimoni sono stati protetti e indicati con lettere dell’alfabeto greco (Alfa, Beta, Gamma, Delta) e in gran parte dei casi si sono rifiutati di venire in aula a riferire, adducendo rischi per la propria sicurezza. I difensori d’ufficio sono stati costretti a difendere persone che non hanno mai potuto incontrare, non hanno potuto citare testimoni, svolgere effettivi controesami, produrre altri verbali che non fossero già contenuti nel fascicolo della procura.


Ma è il castello accusatorio, basato sulle dichiarazioni di testimoni di dubbia credibilità, a mostrare i punti più fragili. Per esempio il teste Delta, uno dei pochi ad avere deposto direttamente in aula, ha raccontato di essere stato arrestato il 25 gennaio 2016, di avere incontrato Regeni al commissariato di Dokki e di averlo poi sentito mentre veniva torturato. Delta ha sostenuto di essere stato messo in macchina insieme a Regeni nel primo pomeriggio, ma secondo tutte le ricostruzioni il ricercatore italiano scomparve invece nel tardo pomeriggio. Delta ha anche detto di essere passato per piazza Tahrir quella mattina e di averla trovata in condizioni normali, quando però all’epoca la piazza era blindata con imponenti schieramenti dell’esercito per impedire proteste.


Poi c’è Gamma, testimone sul quale l’accusa ha costruito uno dei passaggi più importanti della propria ricostruzione: la presunta confessione di Sharif. La circostanza in cui avrebbe raccolto quella confessione è già di per sé surreale: nel 2017, in un ristorante di Nairobi, Gamma avrebbe ascoltato per caso una conversazione proveniente dal tavolo di Sharif, senza parteciparvi e senza registrarla. Eppure, secondo il suo racconto, da quella conversazione avrebbe ricavato una serie di frasi precisissime sulla sorte di Regeni: “Lo abbiamo fatto a pezzi”, “lo abbiamo distrutto”.


Ci sono poi i due ex detenuti palestinesi, presentati come testimoni oculari delle torture subite da Regeni. Anche qui, però, il processo assume contorni discutibili. I due non sono mai comparsi davanti alla Corte e non sono mai stati interrogati dai difensori: a parlare al posto loro sono stati due video, estratti da un documentario di Al Jazeera e proiettati in aula nel novembre 2024. Nei filmati raccontano di avere visto Giulio bendato e ammanettato, sfinito dopo gli interrogatori e portato in cella a spalla dai carcerieri. Ma la Corte non ha mai potuto rivolgere loro una sola domanda, né la difesa ha potuto contestare una sola delle loro risposte. Le loro dichiarazioni sono così entrate nel processo già confezionate.


Stessa sorte per il teste Z, che ha riferito di una conversazione dalla quale sarebbe emerso il presunto depistaggio sul passaporto di Regeni: i documenti di Giulio sarebbero stati portati nella casa degli uomini uccisi il 24 marzo 2016 per far ricadere su di loro la responsabilità del sequestro e dell’omicidio. Anche il teste Z non ha deposto in udienza, affermando di avere timore per la propria incolumità. Anche in questo caso i giudici hanno ammesso l’acquisizione delle sue dichiarazioni rese in fase d’indagine.


Insomma, si è assistito a un processo straordinario, non perché straordinario sia l’esito del procedimento, ma perché straordinario è il modo in cui si è arrivati al giudizio.

La morte di Giulio Regeni esige chiarezza, ma una sentenza non coincide con la verità soltanto perché arriva dopo undici anni di indagini. La condanna dei tre agenti egiziani non basta a trasformare in verità una ricostruzione che questo processo ha costruito pezzo dopo pezzo, superando l’assenza degli imputati, aggirando l’impossibilità di ascoltare alcuni testimoni e affidandosi, in passaggi decisivi, a testimonianze tutt’altro che solide. La magistratura italiana voleva arrivare a una sentenza e ci è arrivata. Il problema è capire se, insieme alla sentenza, sia arrivata anche la verità. Dubitarne è lecito.


Ermes Antonucci   Il Foglio  settembre 2026

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Emmanuel Bonsu

 


"#PerchèNonAccadaMaiPiù Oggi, 29 settembre, è la ricorrenza del pestaggio di EMMANUEL BONSU, avvenuto nel 2008.

Tardo pomeriggio del 29 settembre 2008 a Parma. Nel parco Falcone e Borsellino Emmanuel venne aggredito da quattro vigili in borghese. Gli agenti erano convinti di aver acciuffato un pusher. Quel giorno i poliziotti della municipale si erano appostati, avevano concordato gesti di intesa e quando sono riusciti a mettere le mani sul sospettato non hanno badato al capello: giù con calci pugni e sberle alla cieca. Immobilizzato con un piede in testa e la pistola puntata. Le botte hanno fracassato ad Emmanuel l’orbita sinistra. Botte durante il trasporto al commissariato e botte anche durante l’interrogatorio, il tutto condito da continui insulti razzisti. Uno degli agenti si fece fotografare con Bonsu sanguinante ed ammaccato per i colpi ricevuti. Nei giorni successivi venne portata al giovane ghanese una busta contenente le notifiche degli atti relative al suo fermo su cui c’era scritto “Emmanuel negro”.

Una testimone che ha assistito alla scena racconterà: “Ho sentito urlare. C’era quel ragazzo per terra con quattro uomini e una donna che lo tenevano fermo. Uno di quel gruppo, racconta la donna, gli ha dato un calcio nel fianco e lui ha urlato. Ho visto che lo portavano via e uno degli uomini è salito sulla sua bici. Il ragazzo ha urlato: ”perché mi portate via la bicicletta?”. A quel punto uno degli agenti gli ha dato un altro pugno nel fianco gridandogli di stare zitto.

Con il processo d'appello bis, il Comune di Parma è stato considerato responsabile civile e condannato a pagare il risarcimento dei danni a Bonsu, con provvisionale immediatamente esecutiva di 135mila euro, nonché alla rifusione delle spese di parte civile. Tre anni di reclusione per l'ex vicecomandante Simona Fabbri e per l'ispettore Stefania Spotti, due in meno rispetto alla precedente pronuncia d'Appello. Gli agenti Andrea Sinisi, Marco De Blasi e Albertini Giorgio condannati ciascuno a due anni e 8 mesi di reclusione. Mirko Cremonini due anni e 9 mesi di reclusione. La pena più pesante è per Fratantuono Pasquale, l'agente che si fece fotografare con il giovane ghanese: quattro anni e 6 mesi di reclusione con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici. In solido con il responsabile civile gli imputati, tranne Cicinato, dovranno pagare 10mila euro di spese legali a Emmanuel Bonsu."

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