martedì 29 luglio 2014

Mondiali, sponsor e popoli indigeni

Ammassati fino all’ultimo uomo, oggi non occuperebbero un terzo dei posti dello stadio Maracanà, eppure quando gli Europei – che secoli dopo avrebbero inventato il football – arrivarono sulle loro terre, gli indigeni che abitavano l’attuale Brasile erano più di dieci milioni. I Guaraní restano il gruppo più numeroso, altre popolazioni già sterminate non contano un numero di sopravvissuti sufficiente a formare una squadra di calcio. Non sarà certo la festa del pallone a farlo cessare, quello sterminio. Anzi,  i mega-eventi hanno accentuato le provocazioni, le minacce e la devastazione dei territori. Tra i protagonisti del saccheggio, spiccano i signori del legname, dello zucchero, dell’etanolo, i generosi sponsor di una grande festa dello sport 
amb
di Gustavo Duch
Mi hanno legato a un albero nel bosco, mi hanno bendato e mi hanno detto che stavo per morire e che nessuno avrebbe potuto trovarmi mai. Mi hanno versato in bocca un liquido amaro e hanno detto di mandarlo giù. Poi hanno esploso vari colpi di arma da fuoco vicino alle mie orecchie in modo da non farmi sentire più nulla, alla fine sono andati via con un’automobile”. Così un ragazzo guaraní, Valmir Guarani Kaiowá, racconta come nel suo paese abbiano cercato di farla finita con lui  lunedi 2 giugno, pochi giorni prima dell’inaugurazione dei Mondiali di calcio 2014.
Un territorio, il Brasile, che nel 1500, quando giunsero i primi Europei, era la casa di oltre 10 milioni di indigeni e che oggi – spiega l’organizzazione Survival – se si guarda al gruppo più numeroso, precisamente i Guaraní, non va oltre le 51 mila persone. Tanto poche da non riuscire a occupare nemmeno un terzo dello stadio Maracanà, dove. tra grida e passioni, si chiuderà il Mondiale. Altre popolazioni indigene si sono talmente ridotte che non potrebbero formare neanche una squadra di calcio: i 5 sopravvissuti del popolo akuntsu nello stato di Rondónia, i 4 del popolo juma nello stato di Amazonas o i 3 del popolo piripkura sempre in Rondónia.
Sì, può sembrare una metafora ma è sicuro che gli stadi in cui si svolgeranno i mondiali in Brasile sono l’immagine del saccheggio e del furto dei territori, boschi e foreste, in cui da sempre hanno vissuto i popoli nativi. Oggi quei territori continuano ad essere distrutti, a una velocità molto superiore allo sprint di un centravanti, dagli interessi dell’industria del legno, dell’agricoltura e dell’allevamento industriale, delle grandi dighe idroelettriche, dalla ricerca e dall’estrazione degli idrocarburi, dalle centinaia di chilometri di autostrade che li attraversano.
La sopravvivenza o meno di queste comunità – alcune delle quali continuano volontariamente a evitare il contatto con la nostra civilizzazione – non dipende solo dalla volontà politica della nazione che li governa (che destina 791 milioni di dollari ai costi della sicurezza durante la Coppa del mondo, una sommadieci volte più alta di tutto il bilancio annuale del Dipartimento degli Affari Indigeni)  ma anche da quelli di noi che, negli altri continenti, seduti davanti al televisore assisteranno al ripetersi fino alla sazietà delle imprese di sportivi ultra ricchi.
Come canta León Gieco, “il mondo è ammobiliato col legno del Brasile” ed è abbastanza probabile che il tavolino su cui è poggiato  quel televisore sia stato il rifugio di uccelli, piante, piccoli mammiferi e insetti vicino agli stadi di Cuiabá, Brasilia o Belo Horizonte, dove correrà il pallone. Oppure – perchè no? – che provenga dagli oltre 7,2 milioni di ettari di piantagioni di eucalipti o pini che oggi si ergono dove prima raccoglieva il frutto del suo lavoro, coltivava e viveva la gente nambiquaras, umatinas o pareci. Come denunciano alcune organizzazioni ambientaliste, il settore intende ampliarsi sulla base di nuove piantagioni di eucalipti transgenici in modo da poter produrre  tanta biomassa da poter esportare come risorsa energetica ai paesi europei. Malgrado non siano per niente d’accordo, le comunità che devono vivere circondate da questi boschi uniformi e artificiali che esauriscono l’acqua e consumano i suoli da cui ricavano il loro sostentamento.
Sì, seduto davanti al televisore ci sarà chi addenterà un hamburger prodotto da uno degli sponsor del mondiale, preparato con la carne di qualche allevamento industriale spagnolo dove gli animali sono allevati con la soia prodotta, per esempio, nello stato del Mato Grosso. Molto vicino al luogo in cui resiste il popolo enawene nawe, gente che non mangia mai carne rossa e si nutre dei pesci pescati nei fiumi e di miele della selva. Anche la bibita del Mondiale, la Coca Cola, è un pericolo per i popoli nativi perchè l’azienda produttrice sta comprando lo zucchero per la sua bibita dalla multinazionale Bunge che, come denuncia il popolo guaraní, “lo compra da proprietari terrieri che ci hanno rubato la terra”.
Finanche il combustibile delle nostre automobili rientra in questi ragionamenti,  specie ora che contiene una piccola percentuale di etanolo o biodiesel che noi non abbiamo la capacità di produrre e quindi importiamo da paesi come il Brasile. Come abbiamo avuto modo di leggere sulla stampa nello scorso dicembre, la lotta per fermare l’espansione della coltivazione della canna da zucchero per la produzione di etanolo ha messo fine alla vita di Ambròsio Vilhalba, che era stato il protagonista del film “Birdwatchers”. Nel film si racconta di come la febbre dell’etanolo stia distruggendo la terra guaraní per responsabilità diimprese come la Shell; e dunque di come a  molti dei fratelli e delle sorelle di Ambrosio non resti altra scelta che tirare avanti ai margini delle strade,  dove molti di loro finiscono per perdere la vita in una delle maggiori ondate di suicidi del mondo.
Per queste ragioni hanno legato Valmir. Perchè come Ambròsio e suo suocero Nisio Gomes, anch’egli assassinato da pistoleri mascherati nel 2011, lotta per la terra che l’avidità vuole conquistare.
Una terra che non è un campo di gioco né una fonte di affari. È terra da vivere.

Fonte: PALABRE-ANDO, pubblicato anche su El Periódico de Catalunya,
Traduzione per Comune-info: Massimo Angrisano.
Nella foto, Ambròsio Vilhalba alla prima del film Birdwatchers al festival di Venezia del 2008. Sarà pugnalato e ucciso cinque anni più tardi.

http://comune-info.net/2014/06/mondiali-sponsor-e-popoli-indigeni/

Nessun commento:

Posta un commento