Dna per Yara a quota 18 mila
«Ma poi verranno eliminati»
L'INDAGINE
Ora ci si concentra sulle donne di Rovetta e dei paesi confinanti. L'ex generale del Ris Garofano sul rebus di Gorno
Il generale Luciano Garofano
Le indagini scientifiche sono arrivate da tempo a quello che per gli inquirenti è il padre: Giuseppe Guerinoni, l'autista di Gorno morto nel 1999, a 61 anni. Una pista ora supportata dalla testimonianza di un suo ex collega, un pensionato di Parre suo coscritto, che ha rivelato: «Mi confidò di aver messo incinta una ragazza. Era il 1962 o il 1963 e abitava a San Lorenzo di Rovetta». Le indagini fervono. Gli investigatori si dividono tra chi è scettico, chi cauto e chi, invece, è convinto che la tanto attesa svolta possa davvero arrivare. La prova del Dna sarà la conferma. Ma che fine farà tutto questo «patrimonio» di profili genetici? Non potrà essere custodito. È la legge. Lo spiega Luciano Garofano, generale ex comandante del Reparto investigazioni scientifiche di Parma.
Che fine faranno tutti questi Dna?
«Non possono essere custoditi. Nel momento in cui sarà chiaro che tutte queste persone non hanno nessun coinvolgimento con il delitto, i loro Dna verranno eliminati».
Questo perché in Italia non c'è una banca dati?
«È vero che non esiste. Ma se anche esistesse, riguarderebbe i pregiudicati. Quindi, ad ogni modo, tutti questi semplici cittadini che si sono resi disponibili a un prelievo di saliva non potrebbero farne parte».
Una grande mole di lavoro che verrà «sprecata»?
«No, non è lavoro buttato. È stato svolto nell'ambito di questa indagine per scoprire chi ha ucciso Yara».
Non si intendeva uno spreco di risorse, ma di possibili strumenti per indagini future.
«Comunque non si può a garanzia di tutte queste persone sottoposte a prelievo. Ma è giusto proseguire con questo lavoro, così come in altre indagini si procede con intercettazioni e pedinamenti».
Adesso la pista del Dna che ha portato a Gorno è supportata anche da una testimonianza. Che valore ha secondo lei?
«Per esperienze passate e presenti, sia nel Ris che ora come consulente, sono fiducioso nel risultato a cui ha portato il Dna. Un figlio nato fuori dal matrimonio capita. Ora mi fa piacere che ci sia anche una testimonianza che va nello stesso senso, per smentire i detrattori che criticano lo strumento del Dna».
Però, a distanza di due anni dall'omicidio, è uno strumento che non ha determinato la svolta.
«Ma le indagini non sono quelle che si vedono nelle fiction. Al contrario, sono ben altre. Consideri che nell'inchiesta sull'omicidio di Yara si è partiti da zero. Si procede dunque piano piano: solo con la caparbietà e con la pazienza si può arrivare a un risultato».
È fiducioso che prima o poi si scopra l'assassino?
«Sono ottimista per natura. Ma non perché lo sento. In questa inchiesta c'è un padre del presunto assassino. Non è poco».
Pensa che il testimone sia credibile?
«Non lo so. Comunque la testimonianza va verificata e si spera che possa aiutare a stringere il cerchio. Io lo spero».
Dalle indagini passate era emerso anche altro. Che cosa pensa della pista dell'edilizia? Potrebbe incrociarsi con quella di Gorno?
«Certo. Sappiamo chi è l'assassino? No. Potrebbe quindi essere un operaio, un autista, un muratore. Non possiamo avere idee assolute. Certo è che, visti i residui trovati sulla bambina e i cani molecolari, la pista dell'edilizia va vista con interesse. Pur con cautela, non si può scartare nulla».
Tornando invece alle indagini scientifiche: il Dna dell'ignoto 1, cioè del presunto omicida, è stato mandato al centro specializzato di genetica dell'ospedale San Raffaele di Milano. Due gli obiettivi. Uno è tentare di estrapolare altre informazioni sul killer. È possibile?
«È difficile, perché nelle tracce trovate sugli indumenti della vittima c'è poco Dna ed è degradato per l'esposizione del corpo alle intemperie e agli animali. Sa, diverso sarebbe, sottoporre ad altri esami un campione di sangue non degradato».
L'altro obiettivo è verificare se è stato commesso anche un minimo errore nella sequenza di quel profilo genetico. Un lavoro eseguito dal Ris. Lei è stato comandante del Reparto: può capitare?
«Conosco bene come si lavora a Parma. È difficile che prendano un abbaglio. Capisco, invece, che quando c'è un solo elemento a disposizione delle indagini si cerchi di sfruttare tutte le piste».
Che fine faranno tutti questi Dna?
«Non possono essere custoditi. Nel momento in cui sarà chiaro che tutte queste persone non hanno nessun coinvolgimento con il delitto, i loro Dna verranno eliminati».
Questo perché in Italia non c'è una banca dati?
«È vero che non esiste. Ma se anche esistesse, riguarderebbe i pregiudicati. Quindi, ad ogni modo, tutti questi semplici cittadini che si sono resi disponibili a un prelievo di saliva non potrebbero farne parte».
Una grande mole di lavoro che verrà «sprecata»?
«No, non è lavoro buttato. È stato svolto nell'ambito di questa indagine per scoprire chi ha ucciso Yara».
Non si intendeva uno spreco di risorse, ma di possibili strumenti per indagini future.
«Comunque non si può a garanzia di tutte queste persone sottoposte a prelievo. Ma è giusto proseguire con questo lavoro, così come in altre indagini si procede con intercettazioni e pedinamenti».
Adesso la pista del Dna che ha portato a Gorno è supportata anche da una testimonianza. Che valore ha secondo lei?
«Per esperienze passate e presenti, sia nel Ris che ora come consulente, sono fiducioso nel risultato a cui ha portato il Dna. Un figlio nato fuori dal matrimonio capita. Ora mi fa piacere che ci sia anche una testimonianza che va nello stesso senso, per smentire i detrattori che criticano lo strumento del Dna».
Però, a distanza di due anni dall'omicidio, è uno strumento che non ha determinato la svolta.
«Ma le indagini non sono quelle che si vedono nelle fiction. Al contrario, sono ben altre. Consideri che nell'inchiesta sull'omicidio di Yara si è partiti da zero. Si procede dunque piano piano: solo con la caparbietà e con la pazienza si può arrivare a un risultato».
È fiducioso che prima o poi si scopra l'assassino?
«Sono ottimista per natura. Ma non perché lo sento. In questa inchiesta c'è un padre del presunto assassino. Non è poco».
Pensa che il testimone sia credibile?
«Non lo so. Comunque la testimonianza va verificata e si spera che possa aiutare a stringere il cerchio. Io lo spero».
Dalle indagini passate era emerso anche altro. Che cosa pensa della pista dell'edilizia? Potrebbe incrociarsi con quella di Gorno?
«Certo. Sappiamo chi è l'assassino? No. Potrebbe quindi essere un operaio, un autista, un muratore. Non possiamo avere idee assolute. Certo è che, visti i residui trovati sulla bambina e i cani molecolari, la pista dell'edilizia va vista con interesse. Pur con cautela, non si può scartare nulla».
Tornando invece alle indagini scientifiche: il Dna dell'ignoto 1, cioè del presunto omicida, è stato mandato al centro specializzato di genetica dell'ospedale San Raffaele di Milano. Due gli obiettivi. Uno è tentare di estrapolare altre informazioni sul killer. È possibile?
«È difficile, perché nelle tracce trovate sugli indumenti della vittima c'è poco Dna ed è degradato per l'esposizione del corpo alle intemperie e agli animali. Sa, diverso sarebbe, sottoporre ad altri esami un campione di sangue non degradato».
L'altro obiettivo è verificare se è stato commesso anche un minimo errore nella sequenza di quel profilo genetico. Un lavoro eseguito dal Ris. Lei è stato comandante del Reparto: può capitare?
«Conosco bene come si lavora a Parma. È difficile che prendano un abbaglio. Capisco, invece, che quando c'è un solo elemento a disposizione delle indagini si cerchi di sfruttare tutte le piste».
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