L’elenco è lungo: Gucci, Pomellato, Fendi, Bulgari, ora anche Loro Piana… I francesi comprano a caro prezzo i nostri marchi del lusso. Noi invece scoraggiamo gli imprenditori a crescere. I quali per tutta risposta vanno a produrre altrove
di BRUNO MANFELLOTTO
Non cedono Bertelli & Prada, né Dolce & Gabbana e resistono bene Armani e Versace, ma già si sussurra che anche queste due maison sono nel mirino dei francesi. Che da anni comprano in casa nostra, ma con maggiore voracità da quando hanno messo gli occhi sui marchi del lusso. Se infatti l’anno scorso l’emiro del Qatar si è annesso l’impero Valentino, il resto dello shopping è segnalato da bandierine bianche, rosse e blu. Nel giro di due anni François Pinault, patron della Ppr, ha messo le mani su Brioni,Gucci e Pomellato. E Bernard Arnault, primo contribuente francese e proprietario del marchio Lvmh –Louis Vuitton, Moët, Hennessy – ha conquistato Pucci, Acqua di Parma, Fendi, Bulgari e, pochi giorni, fa pure Loro Piana. Atteggiamento friendly, trattative rapide e riservate, super valutazione: chi avrebbe saputo dire di no a due miliardi di euro?
A dispetto della recessione e dei senza lavoro, l’industria manifatturiera italiana è tuttora la seconda d’Europa, dietro alla sola Germania, ed eccelle in comparti delicati e strategici come la meccanica di precisione – non abbiamo rivali – e il tessile-abbigliamento, appunto.
SE IERI CADEVANO IN MANO francese Edison, Parmalat o Bnl, oggi è soprattutto uno il settore che fa gola a tutti, consumatori e raiders: il lusso. E proprio qui sta il paradosso, uno dei tanti, ma certo rilevante quando si parla di economia e di industria: oggi il mondo cerca proprio ciò di cui l’Italia si disfa. Insomma tutti vogliono comprare perché sanno che domani venderanno bene, benissimo. Ancora: ciò che fa premio è proprio un certo valore aggiunto, cioè l’artigianato, il gusto, la ricercatezza tipica ed esclusiva del made in Italy. Proprio mentre tanti imprenditori fanno di tutto per portare le loro produzioni fuori dell’Italia…
Perché lo fanno? E soprattutto: perché noi vendiamo e i francesi comprano? Certo, nella storia di un’impresa arriva il momento in cui è necessario crescere. I fratelli Loro Piana, famiglia di imprenditori ormai alla sesta generazione, lo avevano fatto finora, e con grande successo, imponendo il loro marchio ovunque, vendendo il 75 per cento dei loro prodotti all’estero, aprendo 137 negozi nel mondo. Mancava il salto decisivo verso l’Asia, la Cina, i mercati di domani. Scommessa più facile per i francesi specializzati nella grande distribuzione (basta pensare ai supermercati) e nella commercializzazione mondiale. Che quando si muovono possono contare su un sistema finanziario paternalisticamente forte e su un potente apparato statale abile a muoversi in patria e fuori.
BENE, IN ITALIA la commercializzazione segna il passo, il fronte del credito e della finanza pure e in quanto alla presenza dello Stato a supporto degli imprenditori vengono alla mente i decenni di burocrazia e di sgambetti tra Farnesina e Ice. Così eccellenti artigiani, creativi e fantasiosi, non riescono a diventare medi o grandi imprenditori, e spesso non lo vogliono perché temono tutto ciò che comporta uscire dalla cuccia del “piccolo è bello” e passare di categoria. Molti li ignorano, pochi li convincono a cambiare idea, quasi nessuno li aiuta.
E poi c’è l’altro paradosso appena ricordato da Standard & Poor’s. Se ora i fratelli Loro Pianaimpiegassero quei due miliardi di euro in attività imprenditoriali, lavoro e profitti verrebbero tassati al 50-60 per cento; molto di meno se ci comprassero appartamenti; molto ma molto di meno se li investissero in bot: pagherebbero il 12,5 per cento. Ogni investitore lo sa.
Il risultato è scritto nelle statistiche: solo il 27 per cento dei nostri investimenti prende la via dell’estero, mentre in Europa la media supera il 55. Insomma, tranne poche grandi eccezioni – Luxottica, Prada, Lavazza, Campari, Unicredit e naturalmente Fiat – gli altri comprano noi, ma noi non compriamo gli altri e il grosso dei 460 miliardi che ogni anno l’industria manifatturiera macina fuori dei confini nazionali ha trovato facile e comoda ospitalità nei Paesi a capitalismo povero, Romania in testa. La chiamano delocalizzazione. E ha poco a che fare con la politica industriale.

Nessun commento:
Posta un commento