martedì 28 ottobre 2014

BINARI ROVENTI - DA SEI MESI FERROVIE PARALIZZATE DA UNA LOTTA DI POTERE TRA L’AD MICHELE ELIA E IL PRESIDENTE MESSORI - SARÀ PADOAN A DECIDERE SE GIRARE LE DELEGHE CHE HA RESTITUITO MESSORI AD ELIA O “COMMISSARIARE” LA CONTROFIGURA DI MORETTI AVOCANDO A SÉ IL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE

Il modello di privatizzazione del gruppo doveva decidere se separare la rete dalla gestione dei treni, se separare il trasporto dei viaggiatori da quello delle merci, etc., tutte decisione nevralgiche, e la diarchia Elia-Messori ha dimostrato in questi sei mesi che in due non si può comandare….

1. DAGOREPORT
Da ben sei mesi le Ferrovie sono paralizzate da una lotta di potere che vede duellare l’amministratore delegato Michele Elia contro il suo presidente Marcello Messori. E sono passati esattamente sei mesi da quando il boss dei binari Mauro Moretti ha traslocato a Finmeccanica imponendo però al premier Renzi - in barba a Montezemolo & Della Valle di Ntv-Italo - la nomina della sua controfigura Michele Elia. Mentre Messori è una nomina che proviene dall’azionista delle Ferrovie, il Ministero del Tesoro, nella persona del ministro Padoan.

Messori, con un gesto che ha pochi precedenti, ha restituito venerdì sera le sue deleghe al Consiglio di amministrazione; il quale ha preferito non conferirle all’ad Elia ma di chiamare in causa l’azionista di via XX Settembre: decida Padoan se girarle a Elia oppure gestire lui il processo di privatizzazione che ha diviso il vertice delle Ferrovie.

Il modello di privatizzazione del gruppo doveva decidere se separare la rete dalla gestione dei treni, se separare il trasporto dei viaggiatori da quello delle merci, etc., tutte decisione nevralgiche, e la diarchia Elia-Messori ha dimostrato in questi sei mesi che in due non si può comandare.

A questo punto è probabile che le deleghe finiscano all’attuale controfigura di Mauro Moretti. Come può anche accadere che Padoan trasformi il passo indietro del “suo” Messori in una sorta di “commissariamento” di Elia avocando a sé le deleghe della privatizzazione. Sarebbe un primo passo per la “demorettizzazione” delle Ferrovie.


2. FERROVIE, IL PASSO INDIETRO DI MESSORI: «HO RICONSEGNATO LE DELEGHE»

«Nessuna polemica, ma serviva un atto di chiarezza. Sta ora al governo e a tutti noi operare affinché la privatizzazione delle Ferrovie dello Stato possa essere avviata e arrivare a compimento nel 2015». Marcello Messori ha da poche ore riconsegnato al consiglio di amministrazione delle Ferrovie dello Stato (FS) le sue molte deleghe mantenendo solo quelle al controllo interno.

Classe 1950, Messori è docente alla Luiss di Roma, un passato al MIT americano, esperto di moneta, banche e governance societaria oltre che dell’Unione Europea. Dal 30 maggio scorso è stato nominato presidente delle FS con l’incarico specifico, conferito dal governo guidato da Matteo Renzi, di arrivare alla parziale cessione di uno dei gruppi più importanti del Paese: 70 mila dipendenti, quasi 37 miliardi di patrimonio netto, una holding e una quarantina di controllate tra società operative e di gestione.

«Una società di queste dimensioni e complessità ha bisogno di una chiarezza nei ruoli e nella direzione strategica soprattutto in vista di un’operazione complessa come il processo di privatizzazione».

Ma riconsegnare le deleghe è un atto molto forte, solitamente esprime un dissenso sul modo di condurre la società che spesso prelude alle dimissioni.
«Nessuna dimissione in vista. Ho tenuto la delega al controllo interno e rimango Presidente dell’organo che prende le decisioni finali proprio perché non ritengo affatto concluso il mio compito; anzi, spero che la mia scelta funga da spinta per l’evoluzione di FS».

Allora scusi, dov’è il problema?
«In una privatizzazione si deve decidere cosa cedere. Le Ferrovie gestiscono la rete ferroviaria con Rfi, forniscono i servizi ai passeggeri con Trenitalia, controllano molte altre società. Cosa ci si sta avviando a cedere?».

Ce lo dica lei quali fossero le intenzioni del governo...
«Facciamo l’esempio della rete. Di norma, è bene mantenere la proprietà pubblica della infrastruttura di base».

Quindi niente cessione di Rfi ossia della società che gestisce la rete.
«E’ questo uno dei punti. Oltre a gestire la rete, Rfi incorpora molte altre attività che possono essere cedute. Pensi al caso della Germania».

La Germania?
«Sì, in Germania la gestione pubblica della rete ferroviaria è più circoscritta. In Italia Rfi ha invece un ampio patrimonio immobiliare, che non comprende solo beni funzionali al servizio ferroviario (i cosiddetti beni strumentali); ci sono parti della logistica; ci sono la rete elettrica e quella di telecomunicazioni. Se si deve attuare una privatizzazione finalizzata non solo a fare cassa ma anche a rendere più efficiente FS e a sviluppare il mercato e la concorrenza, bisogna scorporare quelle attività: RFI andrebbe asciugata. E problemi di riorganizzazione, anche se diversi, valgono per Trenitalia e per le altre società controllate».

E non si poteva fare?
«La riorganizzazione è un compito che spetta all’amministratore delegato. Ma processo di privatizzazione e riorganizzazione devono andare insieme. E’ una questione di strategia aziendale».

Sarà anche questione di strategia; ma quando ci sono di mezzo immobili e svariate attività, è evidente che si toccano interessi e occorre la massima trasparenza...
«Certo, ed è per questo che mantengo la delega sul controllo interno, volto a verificare che ogni operazione risponda a regole rigorose. Ciò è cruciale per una società che ha vissuto forti cambiamenti e ora deve sedimentarli. Negli ultimi anni FS è diventato un gruppo innovativo grazie all’Alta Velocità».

Ma come influisce l’Alta velocità in tutto ciò?
«Bè, è soprattutto grazie all’Alta velocità e al suo indotto che le FS si sono aperte al mercato e hanno ottenuto risultati positivi. Ora anche gli altri servizi ferroviari devono fare salti di qualità, il gruppo va razionalizzato, la governance diventare efficace. In quest’ottica, la privatizzazione è un’imperdibile occasione di politica e di strategia industriale. Non sarebbe stato possibile portarla avanti in modo isolato».

Insomma il suo è anche un invito al governo ad accelerare sulla cessione ma con obiettivi chiari?
«Esattamente; e da presidente, nonostante la delega alla privatizzazione, mi sarei trovato in una condizione di impotenza».


Alessandro in Lotta

Alessandro Verga


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ROJAVA, ROMPERE L'ASSEDIO E LA SOLITUDINE!
“Lunga vita alla resistenza di Kobanȇ” è l’auspicio che i sostenitori del sogno della Rojava lanciano con una mobilitazione nelle piazze il primo novembre prossimo. Resistenza sì, ma per quanto? e con quale sostegno? Finora s’è mossa la rete della solidarietà internazionale, sebbene la politica, macro e micro, non abbiano fatto molto. Oddio, il premier italiano Renzi a fine agosto volò in Iraq nei panni di Presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea, promettendo armi (una partita di kalashinkov sequestrati a un faccendiere russo) ai peshmerga. Iniziativa di cui non s’è saputo più nulla e che puzzava di manovra autoreferenziale per accreditare sulla scena internazionale la ministra degli esteri Mogherini nell’incarico dei Alto rappresentate per la politica estera e di sicurezza comune. Raggiunto lo scopo il nostro governo, e così quello di altri Paesi dell’Unione, non si sono proposti ulteriori strategie se non quella d’assecondare la scelta di sorvoli e attacchi aerei Nato alle postazioni dell’Isis in Iraq e poi sull’assediata Kobanȇ. Alcuni bombardamenti statunitensi, soprattutto nei primi giorni di ottobre, hanno alleggerito le condizioni degli assediati d’una città svuotata solo parzialmente, perché i civili non sanno dove fuggire.

Sotto quell’impatto emotivo l’area scandinava, quella tedesca e la metropoli londinese hanno registrato un sensibile supporto con manifestazioni pubbliche. Anche in India, Russia, Stati Uniti e addirittura in Afghanistan attivisti democratici hanno sfilato per il futuro di Kobanȇ e della Rojava. Il territorio di confine turco, nelle province del sud-est s’è infiammato con una protesta amplissima crudelmente repressa dal governo Davutoğlu, su cui aleggia la supervisione di Erdoğan. Un bilancio gravissimo che conta trentatre morti per azioni coercitive dell’esercito turco che a Mardin e Nusaybin ha sparato sulla folla, seguìto dalla polizia nelle strade di Bingöl e Diyarbakır, mentre a Mardin, Siirt, Adana, Gaziantep gruppi paramilitari e fazioni dell’islamismo estremista operavano attacchi assassini sulla comunità kurda solidale coi fratelli della Rojava. Un aggiuntivo bagno di sangue che passa sotto gli occhi della comunità internazionale pronta a trincerarsi dietro le dichiarazioni dei rappresentanti Onu. Fra esse spicca l’accorato appello di Staffan De Mistura che richiama alla memoria Sebrenica e quanto lì accadde, per lanciare un’autoaccusa agli apparati Onu che nulla fecero per evitare quei massacri e che potrebbero riproporre la medesima passività.

Incubi ripetibili se l’opportunismo s’incarna in una cinica real-politik, visto che centinaia di migliaia di civili sono di per sé un bersaglio inerme attualmente impossibilitato a trovare riparo. Tale sembra il panorama che lascia il popolo della Rojava e i suoi reparti di difesa armati (Ypg-Ypj) alla mercé degli eventi e sotto il mirino jihadista. Le immagini che mostrano le pattuglie dell’esercito turco poste a vigilanza dei confini di Stato instaurare amichevoli conciliabili con reparti dell’Is sui cui pick-up sventola il vessillo nero hanno fatto il giro dei media. Come le forniture di armi che via treno giungono nei pressi di villaggi controllati dai fondamentalisti. Una scelta aperta operata dalla leadership di Ankara che coglie l’occasione dell’aggressione armata al territorio dell’autogoverno del Kurdistan occidentale per indebolire una popolazione considerata, nonostante tutti i pronunciamenti, nemica. Gli organismi di sostegno della comunità kurda ribadiscono la necessità che la difesa di quest’esperienza e quest’area sia sentita come una protezione per la cultura e la società multietnica, pluralista e democratica. Un baluardo dal quale guardare al futuro e per il quale chiamano a una diffusa mobilitazione.


Alessandro in Lotta

Alessandro Verga


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Uruguay, il Frente Amplio straccia tutte le previsioni negative e va al ballottaggio

Anche in Uruguay, come in Brasile, la sinistra resiste. Il Frente Amplio fa un bel pieno di voti va pieno di speranze al ballottaggio: Tabar‚ Vazquez, l'ex presidente (2005-10) e candidato del Frente Amplio, la coalizione progressista al potere, affronteà lo sfidante Luis Lacalle Pou, del Partido Nacional (o 'bianco', centrodestra) da una posizione netta di vantaggio, avendo ottenuto un risultato ben al di sopra delle aspettative al primo turno, con il 46-47% dei voti.

Lacalle Pou, con circa 32% dei voti, ha ottenuto meno del 34% previsto prima delle elezioni e soprattutto che Pedro Bordaberry, candidato del Partido Colorado (o "rosso", destra) si è fermato al 13%, molto al di sotto del 16% indicato dalle inchieste demoscopiche. in attesa dei risultati ufficiali, fonti del Frente Amplio confidavano che il partito di governo potrebbe perfino raggiungere il 48% dei voti, il che significherebbe preservare la maggioranza parlamentare di cui dispone attualmente nelle due camere. l Frente Amplio ha fatto ben di più che confermarsi come la prima forza politica del paese: ha dimostrato che è capace non solo di accettare la sfida del ballottaggio ma anche continuare a guidare l'Uruguay per altri 5 anni con l'appoggio degli elettori, malgrado le molte critiche fatte al suo decennio al potere.

Nato in una famiglia umile di Montevideo, l'oncologo Vazquez ha cominciato la sua carriera politica negli anni ottanta come sindaco della capitale. Alla guida del Fronte ampio - una grande coalizione fra partiti di sinistra e cristiano democratici – è diventato presidente nel 2005, mettendo fine alla lunga alternanza fra i conservatori del Partito nazionale e del Partito Colorato. A Vazquez, che ha terminato il mandato con un alto tasso di popolarità, è succeduto Mujica. I due leader sono esponenti di diverse anime del Fronte: Vazquez ha per esempio posto il veto alla legge sull'aborto, poi passata da Mujica, e ha espresso dubbi sulla liberalizzazione della marijuana.


Alessandro in Lotta

Alessandro Verga

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lunedì 27 ottobre 2014

20% demenze senili sono curabili

Curabile con diagnosi corretta. Incontro alle Molinette Torino


(foto: ANSA)

TORINO, 27 OTT - Il 20% delle demenze diagnosticate agli over 65 non è Alzheimer, non è demenza senile, anche se i sintomi sono simili, ma una patologia che si chiama idrocefalo normoteso che, se diagnosticata in tempo, è curabile. Il tema è al centro di un incontro domani, aperto al pubblico, nell'Aula Magna di Neuroscienze alle Molinette di Torino. A differenza delle altre demenze che sono irreversibili, l'idrocefalo è guaribile con un intervento neurochirurgico di una durata media inferiore ai 60 minuti.

(ANSA) 

Le fantastiche proprietà del mirtillo rosso

Tutti i benefici che porta al nostro organismo

Le fantastiche proprietà del mirtillo rosso

Il mirtillo rosso da molti è considerato un supercibo ricco di sostanze nutritive e antiossidanti, in altre parole questo è un frutto che porta benessere. I mirtilli rossi sono infatti un’ottima fonte di vitamina C, che è un antiossidante, e sono in grado di proteggere il nostro organismo dai danni prodotti dai radicali liberi e di fortificare il nostro sistema immunitario per proteggerci dalle infezioni. Si dice che i marinai una volta portavano con sé nei loro viaggi queste bacche di color rosso per evitare di contrarre lo scorbuto e gli storici hanno ipotizzato che gli indiani d’America usassero questo frutto oltre che nutrirsi anche per curarsi e anche creare tinte per l’abbigliamento.

Proprietà e benefici del mirtillo rosso

Perché non aggiungerli nel carrello della spesa? Dopo tutto mezza tazza di mirtilli contiene solo 25 calorie e porta tantissimi benefici al nostro corpo come la riduzione del rischio di infezione delle vie urinarie e di certi tipi di cancro. E oltre a rafforzare il sistema immunitario ci aiuta a ad abbassare la pressione del sangue.
Sono essenzialmente tre le sostanze contenute nel mirtillo rossoche fanno bene al nostro organismo: Vitamina C, Vitamina E e fibre. La prima, come già accennato, è un potente antiossidante naturale che blocca l’azione dei radicali liberi. La Vitamina E è un altro antiossidante che può ritardare o prevenire malattie croniche associate ai radicali liberi. E infine abbiamo le fibre, che se consumate regolarmente riducono il rischio di contrarre coronaropatia, ictus, ipertensione, diabete, obesità e determinate malattie gastrointestinali. Le fibre, per di più, fanno sì che i livelli di colesterolo e la pressione del sangue si riducano.
LiveScience riporta che i mirtilli sono in prima fila nel combattere un particolare batterio che vive nel muco gastrico dello stomaco umano: l’Helicobacter pylori. Questo batterio può produrre sostanze che danneggiano le cellule e nel tempo può causare gastrite e ulcera.
lafucina.it
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Soldati e poliziotti? Solo alti e muscolosi


polizia1La lettera del capo di Stato maggiore alla Camera: «No all’eliminazione dei limiti d’altezza ai concorsi»
I limiti di altezza per entrare nell’esercito o nella polizia devono restare. Parola di Luigi Binelli Mantelli, capo di Stato maggiore della Difesa, che pochi giorni fa ha scritto al presidente della Commissione Difesa di Montecitorio.
La Camera sta per votare la norma che renderà possibile anche agli uomini più bassi di 1 metro e 65 centimetri e alle donne con un’altezza minore di 1 metro e 61 di partecipare ai concorsi per diventare soldato, poliziotto o vigile del fuoco. I limiti saranno sostituiti con una valutazione generica di «idoneità fisica», che sarà stabilita dagli esaminatori nei singoli concorsi. La proposta di legge è stata approvata dal Senato ma potrebbe avere un percorso più complicato alla Camera.
Dal canto suo il capo di Stato maggiore si fa sentire e comunica «il parere contrario». Per diversi motivi. Il primo: «Le norme prescriventi altezze minime per il personale militare, lungi dall’avere una “ratio” discriminatoria, per contro, sono inscindibilmente connesse con la piena funzionalità delle forze armate e con i compiti istituzionali delle stesse, l’assolvimento dei quali risulta ancora essere significativamente condizionato dalla prestanza fisica e dall’altezza del personale». Insomma, per fare il soldato o il poliziotto, dice Binelli Mantelli, bisogna essere alti e muscolosi.
Secondo motivo per evitare di approvare la nuova legge: «Specifici parametri antropometrici costituiscono il riferimento per la costruzione di unità navali, di sommergibili, di velivoli, di veicoli tattici e persino dell’armamento individuale. Tali parametri fisici sono da sempre considerati imprescindibili da tutte le forze armate dei partner europei/Nato, in quanto necessari al fine della standardizzazione e della piena interoperabilità degli armamenti». Inoltre, Binelli Mantelli sostiene che «i limiti di altezza inferiori mantenuti da forze armate straniere» sono dettati dalla «drastica riduzione del bacino di reclutamento del Paese interessato». Mentre l’Italia, aggiunge, «è del tutto esente da tali problemi». Conclusione: la legge che cancella i limiti di altezza non va approvata. Ma il lavoro della Commissione va avanti. «Siamo stati fermi per mesi aspettando le audizioni del Capo della Polizia, anche lui contro questa proposta di legge, e del Capo di Stato maggiore, richieste dalla Commissione Affari costituzionali – spiega una combattiva Tatiana Basilio, deputata del M5S in Commissione Difesa – Ci sono tanti giovani che chiedono da tempo di partecipare ai concorsi per le forze armate ma il Parlamento non ha mai dato una risposta. Tutte le proposte di legge esaminate sono state sempre bloccate. Peraltro Binelli Mantelli non sostiene posizioni corrette, visto che in quasi tutti i Paesi, a partire dagli Usa, non esistono più limiti d’altezza».
di Alberto Di Majo
Roma, 25 ottobre 2014
Fonte Il Tempo
AL

http://www.sostenitori.info/soldati-e-poliziotti-solo-alti-e-muscolosi/

domenica 26 ottobre 2014

Iran, Reyhaneh muore nell’indifferenza della comunità internazionale

Riccardo Noury
Portavoce di Amnesty 

Reyhaneh Jabbari, 26 anni, è stata impiccata all’alba di questa mattina. Con magnanimità, le autorità iraniane hanno avvisato ieri pomeriggio la madre, che ha potuto incontrarla un’ora in carcere per darle l’ultimo saluto.
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Come ricorderanno i lettori e le lettrici de il Fatto Quotidiano, Reyhaneh Jabbari era stata condannata a morte nel 2009 al termine di un’indagine e un processo profondamente viziati. Era stata arrestata nel 2007 per l’omicidio di Morteza Abdolali Sarbandi, un ex impiegato del ministero dell’intelligence iraniano. Era stata tenuta in isolamento per due mesi, senza poter vedere l’avvocato e i familiari.
Reyhaneh Jabbari ammise di aver accoltellato alle spalle Morteza Abdolali Sarbandi, dopo aver subito un’aggressione sessuale da parte dell’uomo. La donna disse tuttavia che l’omicidio era stato commesso da un altro uomo presente nella stanza. Queste sue dichiarazioni tuttavia non furono mai adeguatamente investigate, anche perché le autorità l’hanno costretta a sostituire il suo avvocato con un collega inesperto.
Le procedure giudiziarie iraniane difficilmente riescono, in casi controversi come questo, ad accertare la verità durante un processo. Nel dubbio, si va avanti.
L’esecuzione di Reyhaneh Jabbari era stata rinviata una serie di volte, l’ultima delle quali il 30 settembre. In quell’occasione, sollecitate dagli appelli provenienti da ogni parte del mondo, le autorità iraniane avevano cercato una mediazione tra le famiglie, quella di Reyhaneh e quella di Sardandi. La condizione per il “perdono” era che Reyhaneh negasse di essere stata stuprata, riabilitando così l’onore della vittima. Condizione rifiutata.
Appena la pressione è diminuita, la macchina della morte si è rimessa in moto. In Iran, quest’anno, siamo prossimi alle600 esecuzioni.
Ora Reyhaneh riposa in pace. Altre centinaia di persone sono in attesa dell’esecuzione nei bracci della morte del paese.
La pena di morte è una vera e propria emergenza dei diritti umaniin Iran. Sotto la presidenza del “moderato” Rouhani sono state eseguite oltre 1000 condanne a morte. Dalla strumentalizzazione, fatta da alcuni stati, dei diritti umani sotto la presidenza diAhmadinejad siamo passati all’indifferenza totale in nome della “normalizzazione” dei rapporti e della ripresa delle relazioni commerciali.
La comunità internazionale deve affrontare seriamente e sollevare il tema della pena di morte nelle sue relazioni con Teheran. Questo vale anche per il governo italiano. Non basta, per gli stati, alzare la mano una volta all’anno, all’Assemblea generale, per votare a favore della moratoria sulle esecuzioni.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/25/iran-reyhaneh-muore-nellindifferenza-della-comunita-internazionale/1170656/