Ma prima di iniziare a parlare della Sua
vita e della Sua famiglia, figlio caro, vorrei dirti non quello che accade in
quella notte, sei grande per copmprenderlo, ma quello che avvenne dopo, nei
giorni seguenti quando non lo vidi più e come era Tuo padre: si rendeva
irreperibile, scompariva tanto che si poteva pensare di aver incontrato un
fantasma. Non ho mai compreso se era un Suo modo discreto di non disturbare,
anche insistendo in un rapporto o di fuggire davanti ad una decisione o ad una
responsabilità. Tuo padre diceva che è responsabile solo colui che è capace di
rappresentare nei diritti gli altri, ma che ormai nessuno era in grado di farlo.
Aveva una Sua teoria sullo schiavo ovvero su Sosia, ricordi l'opera Anfitrione
di Plauto, e diceva che mentre lo schiavo eseguiva imputando al padrone ogni
onere il rappresentante doveva assumerlo in proprio, poi sul rappresentato
attribuendo gli effetti. In questo aveva molti dubbi sulla democrazia credendo
che non vi sono norme per disciplianare le responsabilità trattandosi di
illusioni in quanto ogni rappresentante in definitiva non risponde o, se
risponde, risponde per i suoi
atti ma mai per gli atti compiuti per il
rappresentato: Sosia, diceva, non vi era più, ma solo funzionari che, se mai
rispondevano per la loro funzione ma non per Anfitrione. Una teoria che Tuo
padre non accettava, rifiutando compromessi:
se Sosia ha errato Sosia deve essere
punito e risarcire Anfitrione, non altre forme di istituzioni nelle quali si
nascondeva un falso giuridico, l'ipocrisia del diritto. Gli amici lo accusavano
di non avere rispetto per la civiltà giuridica ed a questo argomento replicava
che mai nessuno aveva intentato un processo per la morte di Giulio Cesare,
aggiungendo solo Marco Antonio per suoi interessi: Bruto muore per conseguenze
belliche non per giustizia, ed allora iniziava una lunga discussione sugli
avvenimenti storici fino all'epoca moderna.
Forse Ti annoio con gli strampalati
pensieri di Tuo padre.
Ma Ti sono a parlare di lui che sosteneva
che esiste solo un atto estremo, e quello è giuridico: l'aratro che traccia i i
confini di Roma o la promulgazione di una legge che, anche ingiusta, è legale
solo perchè legge.
Tuo padre era un giurista che non credeva
al diritto, ritenendo che il diritto non è mai norma, cioè sistema codificato
per quanto si voglia codificarlo, ma sempre un avvenimento, ripeto, eccezionale,
estremo, violento, legale, ingiusto, e contraddittoriamente giusto essendo nei
limiti della norma.
Per questo aveva deciso di abbandonare
dopo quaranta anni di professione l'esercizio della avvocatura, salvo rari
casi.
Tuo padre era contro, e quando dico
"contro", intendo dire contro ogni formalizzazione di potere che diceva è la
negazione dell'ordinamento pur essendo ordinamento: fumando la pipa diceva
l'ordinamento è potere, quindi arbitrio.
Dirai figlio mio un anarchico.
E forse è così che lo dipinsi dopo il
nostro incontro.
Aveva spalle larghe, si vedeva che aveva
praticato sport, certo ora negli anni aveva una geometria, come dire più
morbida, ma le sue gambe erano slanciate, diritte, muscolose. Lo dipinsi dalla
parte di dietro, nella sua fisionomia larga, maestosa e al medesimo momento
trasandata, non sfottente ma indifferente, trascinando una giacca rossa come la
mantiglia di un torero che affronta l'arena senza paura di essere incornato,
disposto a competere anche con la morte, e con un paio di pantaloni bianchi
decorati di picche rossi (figlio sai che il picche è un segno di ambiguità, nè
di amore o ricchezza), camminando con flemma senza alcuna certezza eppure con
accortezza, come di Ulisse quando esece sulla spiaggia dove Nausica e le serve
sono intente a giocare alla palla. Tuo padre era Ulisse in viaggio tra le
procelle, ma forse Tuo padre non sapeva neanche che era in viaggio verso di me:
in quella sua ingenuità o fragilità ho fatto di lui Tuo padre.
Paolo Luceri
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