domenica 4 agosto 2013

Valentina 5


Ma prima di iniziare a parlare della Sua vita e della Sua famiglia, figlio caro, vorrei dirti non quello che accade in quella notte, sei grande per copmprenderlo, ma quello che avvenne dopo, nei giorni seguenti quando non lo vidi più e come era Tuo padre: si rendeva irreperibile, scompariva tanto che si poteva pensare di aver incontrato un fantasma. Non ho mai compreso se era un Suo modo discreto di non disturbare, anche insistendo in un rapporto o di fuggire davanti ad una decisione o ad  una responsabilità. Tuo padre diceva che è responsabile solo colui che è capace di rappresentare nei diritti gli altri, ma che ormai nessuno era in grado di farlo. Aveva una Sua teoria sullo schiavo ovvero su Sosia, ricordi l'opera Anfitrione di Plauto, e diceva che mentre lo schiavo eseguiva imputando al padrone ogni onere il rappresentante doveva assumerlo in proprio, poi sul rappresentato attribuendo gli effetti. In questo aveva molti dubbi sulla democrazia credendo che non vi sono norme per disciplianare le responsabilità trattandosi di illusioni in quanto ogni rappresentante in definitiva non risponde o, se risponde, risponde per i suoi
atti ma mai per gli atti compiuti per il rappresentato: Sosia, diceva, non vi era più, ma solo funzionari che, se mai rispondevano per la loro funzione ma non per Anfitrione. Una teoria  che Tuo padre  non accettava, rifiutando compromessi:
se Sosia ha errato Sosia deve essere punito e risarcire Anfitrione, non altre forme di istituzioni nelle quali si nascondeva un falso giuridico, l'ipocrisia del diritto. Gli amici lo accusavano di non  avere rispetto per la civiltà giuridica ed a questo argomento replicava che mai nessuno aveva intentato un processo per la morte di Giulio Cesare, aggiungendo solo Marco Antonio per suoi interessi: Bruto muore per conseguenze belliche non per giustizia, ed allora iniziava una lunga discussione sugli avvenimenti storici fino all'epoca moderna.
Forse Ti annoio con gli strampalati pensieri di Tuo padre.
Ma Ti sono a parlare di lui che sosteneva che esiste solo un atto estremo, e quello è giuridico: l'aratro che traccia i i confini di Roma o la promulgazione di una legge che, anche ingiusta, è legale solo perchè legge.
Tuo padre era un giurista che non credeva al diritto, ritenendo che il diritto non è mai norma, cioè sistema codificato per quanto si voglia codificarlo, ma sempre un avvenimento, ripeto, eccezionale, estremo, violento, legale, ingiusto, e contraddittoriamente giusto essendo nei limiti della norma.
Per questo aveva deciso di abbandonare dopo quaranta anni di professione l'esercizio della avvocatura, salvo rari casi.
Tuo padre era contro, e quando dico "contro", intendo dire contro ogni formalizzazione di potere che diceva è la negazione dell'ordinamento pur essendo ordinamento: fumando la pipa diceva l'ordinamento è potere, quindi arbitrio.
Dirai figlio mio un anarchico.
E forse è così che lo dipinsi dopo il nostro incontro.

Aveva spalle larghe, si vedeva che aveva praticato sport, certo ora negli anni aveva una geometria, come dire più morbida, ma le sue gambe erano slanciate, diritte, muscolose. Lo dipinsi dalla parte di dietro, nella sua fisionomia larga, maestosa e al medesimo momento trasandata, non sfottente ma indifferente, trascinando una giacca rossa come la mantiglia di un torero che affronta l'arena senza  paura di essere incornato, disposto a competere anche con la morte, e con un paio di pantaloni bianchi decorati di picche rossi (figlio sai che il picche è un segno di ambiguità, nè di amore o ricchezza), camminando con flemma senza alcuna certezza eppure con accortezza, come di Ulisse quando esece sulla spiaggia dove Nausica e le serve sono intente a giocare alla palla. Tuo padre era Ulisse in viaggio tra le procelle, ma forse Tuo padre non sapeva neanche che era in viaggio verso di me: in quella sua ingenuità o fragilità ho fatto di lui Tuo padre.

Paolo Luceri

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