A chi non va più a votare.
A chi si sente ancora di sinistra ma non si riconosce più in nessun simbolo.
A chi si è allontanato dalla politica perché ha visto troppo da vicino il marciume interno, le correnti, gli accordi di palazzo, gli amici degli amici.
A chi ogni cinque anni si tura il naso e vota centrosinistra solo per evitare che vincano i peggiori.
Questa lettera è per voi
Non siete diventati indifferenti: siete stanchi.
Stanchi di un teatro dove da una parte ci sono i professionisti dell’odio, della propaganda e della semplificazione tossica, e dall’altra chi dovrebbe rappresentare i vostri valori ma troppo spesso li difende con la mano tremante e la voce bassa.
Da un lato vedete una politica che, da decenni, ha normalizzato il razzismo e lo sdoganamento dell’estrema destra, ha riempito il Parlamento di leggi ad personam per proteggere leader e amici dai processi, ha convissuto serenamente con pezzi di potere clientelare e mafioso, ha cambiato slogan mille volte senza mai cambiare davvero copione: dall’“Italia è il Paese che amo” al “vaffa‑day”, dal “prima il Nord” al “prima gli italiani”, fino alla “remigrazione” di massa venduta come soluzione magica a ogni problema.
Dall’altro lato vedete un mondo che parla di Costituzione, antifascismo e diritti, ma che troppo spesso ha litigato sui nomi più che sulle idee, ha rincorso la destra sul suo terreno culturale, ha abbassato lo sguardo ogni volta che c’era da scegliere fra consenso facile e coerenza difficile.
E nel mezzo ci siete voi: disgustati, ma non rassegnati.
Il problema non è solo “loro”: è un sistema
In questo paese i legami tra politica e mafie non sono leggenda metropolitana.
Di ogni colore politico ci sono stati sindaci, consiglieri, parlamentari indagati o condannati per rapporti con clan, voto di scambio, appalti pilotati; comuni sciolti per infiltrazioni; campagne elettorali che in certi territori si vincono ancora passando per chi controlla il pizzo.
Ma se guardiamo ai numeri, alle inchieste, alle condanne e alla storia politica degli ultimi trent’anni, la destra gioca un campionato a parte.
Tra conflitti d’interesse, leggi cucite su misura, fondi spariti, reati contro la pubblica amministrazione, rapporti opachi con poteri criminali e perfino l’abolizione dell’abuso d’ufficio, il centrodestra ha prodotto un archivio così vasto di scandali da sembrare una biblioteca permanente del degrado pubblico.
Non è un incidente: è un modello.
Si parla di sicurezza mentre si tiene in piedi, pezzo dopo pezzo, un sistema che con la criminalità organizzata ci convive benissimo e con la legalità fa pace solo nei comunicati stampa.
E il centrosinistra non può cavarsela con il “meno peggio”
Il centrosinistra non è immacolato, ma non è neppure il far west giudiziario della destra.
Anche lì ci sono stati scandali, amministrazioni cadute, dirigenti che si sono dimessi solo quando non c’era più alternativa.
La differenza è che nel campo progressista almeno esiste ancora l’idea che, davanti a certe inchieste e a certe condanne, ci si debba fare da parte, mentre a destra si è arrivati perfino a cancellare reati come l’abuso d’ufficio pur di rendere più difficile perseguire chi usa male il potere.
Per chi crede in legalità e trasparenza questo però non basta.
Se vuoi rappresentare valori come i nostri non puoi cavartela col “siamo meno sporchi degli altri”: devi assumerti la responsabilità delle tue scelte, anche quando significa perdere consenso a breve per non perdere credibilità a lungo.
Il danno del “non scendiamo al loro livello”
Una parte della colpa del centrosinistra sta proprio qui: nell’essersi rifugiato per anni dietro il mantra del “non scendiamo al loro livello”.
Tradotto nella pratica: lasciare che fossero sempre gli altri a dettare i temi del giorno, non rispondere alle campagne d’odio per “non fare rumore”, evitare lo scontro frontale su razzismo, sessismo, propaganda sovranista, fake news e menzogne sistematiche, come se il silenzio fosse una forma di superiorità morale.
Il risultato è stato l’opposto di ciò che una parte del suo stesso popolo avrebbe voluto.
Mentre la destra occupava prime pagine, talk show, social e bar con slogan martellanti, chi avrebbe dovuto rappresentare un’altra idea di Italia ha spesso abbassato lo sguardo, parlando sottovoce per non sembrare divisivo.
Il problema non è il politicamente corretto quando significa rispetto.
Il problema è quando diventa un alibi per non alzare mai il tono, per non rubare le prime pagine alle destre, per non combattere davvero l’egemonia narrativa di chi vive di paura, odio e propaganda.
Una parte di elettorato di sinistra non chiedeva di diventare come loro: chiedeva almeno qualcuno capace di sfidarli apertamente, senza timidezze da seminario e senza la paura costante di disturbare il centro.
I valori che difendiamo
Noi di Con Marzullo in discoteca non siamo neutrali.
Crediamo in:
uguaglianza, non nella guerra tra ultimi e penultimi;
welfare, cioè scuola pubblica, sanità pubblica, servizi e protezione sociale per chi non ha patrimoni o padrini;
un’economia che guardi al lungo periodo, non alla mancetta elettorale e al bonus acchiappa‑consenso;
la lotta alle fake news e alla disinformazione sovranista che ha avvelenato i social molto più di quanto abbia mai risolto problemi reali;
la scienza, non il complottismo travestito da “libero pensiero”;
il debunking, perché smontare le bugie è un dovere civile;
la rivoluzione tecnologica, da governare con intelligenza, non da subire con ignoranza o paura;
il multiculturalismo, perché la società è già plurale e negarlo non la renderà meno reale;
la necessità di combattere il cambiamento climatico adesso, non quando i sondaggi diranno che conviene;
i dati, le statistiche, la realtà, non le chiacchiere da bar riciclate in slogan politici.
Crediamo anche che la propaganda disinformativa sovranista, amplificata dai social, abbia creato più problemi al pianeta di quanti ne abbia mai davvero voluti o saputi risolvere.
E proprio per questo, pur sapendo che il centrosinistra è lontanissimo dalla perfezione, riconosciamo che è l’ultima area politica dove questi valori hanno ancora una possibilità di esistere.
Ma “ultima spiaggia” non significa “prendere o lasciare”.
Significa che chi sta lì ha il dovere di essere finalmente all’altezza di quei principi, oppure di smettere di chiedere il voto a chi li prende sul serio più di loro.
Cosa pretendiamo, non cosa chiediamo
A chi sta nel cosiddetto Campo Largo non offriamo un applauso.
Offriamo una lista di pretese:
parlare chiaro su mafie, corruzione, arresti, legami con poteri criminali, anche quando tocca i propri;
smettere di inseguire la destra sul suo terreno culturale e tornare a fare egemonia su diritti, lavoro, giustizia sociale, scuola, sanità e clima;
costruire una visione di paese che non sia solo gestione dell’esistente ma un’idea di Italia fra 10–20 anni;
ricordarsi che chi vota turandosi il naso o chi non vota più non è un fastidio: è la prova che la politica non è stata all’altezza.
Cosa abbiamo fatto noi
Noi di CMD non vogliamo limitarci a dire “fate meglio”.
Per questo abbiamo scritto un programma: una proposta concreta di priorità e scelte politiche coerenti con i valori che difendiamo ogni giorno contro propaganda, bufale e nostalgici del Ventennio.
Questo programma lo abbiamo già inviato via email a:
Camera dei Deputati
Senato della Repubblica
esponenti del cosiddetto Campo Largo.
Non è un’abiura alla critica, è il suo contrario: è dire a chi pretende il nostro voto che la pazienza è finita e che da ora in poi vogliamo discutere nel merito, punto per punto.
Chiunque voglia leggerlo può richiederlo via Messenger alla pagina Con Marzullo in discoteca.
Perché sì, il sistema è marcio.
Sì, la destra sta usando questo marciume per portarci indietro di decenni.
E sì, il centrosinistra ha limiti, omissioni e colpe pesanti.
Ma lasciare il campo libero a chi considera “debolezza” la democrazia, “buonismo” la civiltà, “opinione” la scienza e “patriottismo” la propaganda sarebbe la resa più vigliacca di tutte.
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