venerdì 26 giugno 2026

Walter Sabatini: «Non esco più di casa per non farmi vedere, la vita così non mi piace. Sono quasi morto, in coma ho visto Madre Teresa»

 


L'ex ds si racconta: "Di nostalgia non si dovrebbe vivere. Io, invece, vivo di nostalgia e di rammarico e di pentimento"

Walter Sabatini: «Non esco più di casa per non farmi vedere, la vita così non mi piace. Sono quasi morto, in coma ho visto Madre Teresa»


Walter Sabatini è l’ospite del nuovo episodio di “One More Time” (OnePodcast) di Luca Casadei. La puntata è disponibile da oggi, venerdì 26 giugno, in formato audio su OnePodcast e su tutte le piattaforme streaming, e da martedì 30 giugno in versione video su Spotify e YouTube.
 
L’ex calciatore e direttore sportivo italiano - famoso per il suo talento nello scoprire giovani giocatori e per una carriera intensa tra Roma, Palermo, Lazio e molte altre squadre - si racconta da casa sua ai microfoni di Luca Casadei in un’intensa intervista. Partendo dalla sua infanzia e dalla scoperta dell’amore per il calcio, Sabatini ripercorre i momenti salienti della sua carriera e della sua vita. Si sofferma poi sulle sofferenze vissute negli anni, sia fisiche che emotive, e sulla sua voglia ancora oggi di non arrendersi e continuare a vivere.
 
Sul momento in cui ha scoperto l’amore per il calcio: «Quando ho toccato il primo pallone è stata per me una folgorazione. Ero piccolo, 9-10 anni, e non ho più giocato nella mia vita a un gioco qualsiasi. Ho solamente rincorso un pallone e lo facevo anche da solo perché avevo un'immaginazione incredibile. Io riuscivo a trasformare un muro in una platea: avevo il pubblico, l'arbitro, il pallone, tutto nella mia testa. A 10-12 anni non potevo ancora giocare perché ero troppo piccolo. Mi ricordo una volta che l'allenatore mi fa una sorpresa, mi viene a prendere e mi porta a Marciano. Entro in campo al secondo tempo ed ero talmente emozionato. Questi avversari erano più grandi di me. Mi ricordo che a un certo punto ho rubato la palla a un difensore, sono andato contro il portiere e l’ho dribblato: c'era una pozzanghera, la palla mi si è fermata lì e sono caduto. La caduta più dolorosa della mia vita perché ho perso l'occasione per fare il mio primo gol».
 
Sulla sua infanzia e sul momento in cui ha iniziato a fumare: «Facevo delle cose orride da bambino, a 8-9 anni, 10. Fumavo i mozziconi e annusavo la benzina dalla moto di mio padre. Mi stordivo con l'odore della benzina ed era una cosa tossica al massimo. E ho continuato a farla fin quando una volta non mi hanno scoperto: ero svenuto sopra la moto. Poi dopo ho dovuto smettere. A 14-15 anni ho cominciato a rubare le sigarette sia da mia madre che da mio padre, 3 o 4. Poi è diventata una cosa irrinunciabile per me. Mi sentivo bene nel far qualcosa di nascosto».
 
Su uno dei successi lavorativi di cui è più fiero: «L’acquisto di Javier Pastore è stato un colpo di cui sono molto orgoglioso, poi è andato al Paris Saint-Germain. Insomma, è stata un'operazione magica. Mai avrei pensato andando giù che sarei riuscito a prenderlo, perché era un calciatore che era nei pensieri di tutti. Sono riuscito con la costanza, ho dato l'assedio all'ufficio del suo procuratore Marcelo Simonian, l'ho convinto a far venire la famiglia da Cordova, e li ho trattenuti con me fin quando non hanno capito che era inesorabile la mia decisione. Non sarei mai tornato a casa senza il giocatore. E credo che sia stato il giorno più felice nella vita di Zamparini, perché lui lo adorava Pastore: era una divinità calcistica, un ragazzo straordinario. 

Quando ha cominciato a giocare ha lasciato a bocca aperta tutti».

Il figlio e i rimpianti
 

Sulla nostalgia e le scelte che non rifarebbe tornando indietro: «Io non mi sono mai amato, neanche quando pensavo di meritarlo. Mi son piaciuto, ma amato no. Di nostalgia non si dovrebbe vivere. Io, invece, vivo di nostalgia e di rammarico e di pentimento. A volte sento le persone che dicono “io rifarei tutto”. Io, a parte mio figlio, nella mia vita non rifarei niente, neanche le scelte più importanti che ho fatto calcisticamente. Lo so che sono stato molto ammirato e ancora oggi ne ho la testimonianza, però io non rifarei niente. Cioè, rifarei tutto ma in maniera diversa, tutto a parte mio figlio».

Il coma farmacologico
 

Su quando ha rischiato la vita ed ha trascorso 25 giorni in coma farmacologico: «Mi è venuto un attacco respiratorio, è arrivato il medico della Roma, che era il mio medico, e ha capito subito che la situazione era grave. Dentro l'ambulanza la dottoressa diceva “non ce la fa, non ce la fa”. Sono stato in ospedale in terapia intensiva, 25 giorni in coma farmacologico. In quei giorni ero altrove. Pensavo di essere morto. Vedevo troppe cose che mi facevano un po' paura, ma non definitivamente, le pensavo sempre come transitorie. Vedevo Madre Teresa di Calcutta, non voleva farsi toccare. Ero certo che gli infermieri mi avrebbero ucciso. Ogni volta che arrivava un infermiere mi veniva un'agitazione. È stata dura, soprattutto è stata dura dopo, quando ti risvegliano sei un ebete. Ci ho messo 2 mesi a tornare alla lucidità piena».
 
Sugli attacchi di panico di cui ha sofferto: «Le crisi di panico che ho avuto sono state talmente tante. Adesso credo di esserne uscito, soprattutto quando mi succede non perdo il controllo totalmente. Prima era una cosa terrificante, appena iniziava io capivo che era una crisi di panico, però non riuscivo a dominarla, era bestiale. Il coma farmacologico ha fatto nascere in me una forma di paura: generica, paura quasi della vita, paura della vita degli altri, insicurezza (…) È stata una parentesi veramente dura da vivere e da digerire».

«Chiuso in casa, non voglio uscire»
 

Sulla sua voglia di reagire: «Non esco più di casa, sto anche un mese senza uscire. Non mi sento al sicuro, ma soprattutto non mi va di espormi di fronte alla gente. Mi rende insicuro il fatto che qualcuno mi veda, per esempio, non riuscire ad alzarmi da solo. È una cosa che mi devasta. La mia vita è stata tutt'altro. E il ricordo di come ero e di quello che ho fatto mi ferisce, perché poi devo far per forza il confronto. Oggi non è una vita che mi piace, è veramente una vita non mia, di qualcun altro. Io voglio essere vitale: vivo e vitale. Invece sono solo vivo e non mi basta. Credo di poter reagire, credo di continuare a vivere e poi so di dover fare ancora cose belle e importanti. O le faccio in prima persona o per interposta persona, ma le farò. Non posso accettare di finire una vita così grigia. Devo fare qualcosa».

https://www.leggo.it/sport/calcio/26_giugno_2026_walter_sabatini_come_sta_morte_malattia_fumo_depressione_eta-9616009.html 

 

 

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